L’urbanistica che abbiamo ereditato dal secondo dopoguerra nasce da una ferita collettiva: la ricostruzione fisica e simbolica di un mondo distrutto. Dal 1945 in avanti, la disciplina si è fondata su un obiettivo essenziale — ricostruire, razionalizzare, modernizzare — secondo principi di efficienza economica, funzionalismo e separazione delle funzioni. Le teorie di Le Corbusier, del CIAM e poi della scuola anglosassone hanno guidato i processi di pianificazione urbana per decenni. Eppure, ciò che era necessario allora — garantire alloggio, mobilità, produzione — oggi è diventato insostenibile : la città moderna ha perso la sua capacità di generare benessere umano e coesione sociale. Le città occidentali, saturate di infrastrutture e di standard edilizi, sono diventate meccanismi disfunzionali di sopravvivenza , piuttosto che habitat di qualità. Eppure, la maggior parte dei professionisti, dei politici e persino dei docenti universitari continua a operare ...
"La città è un organismo ad alto disordine intrinseco in cui l'ordine globale nasce dalle fluttuazioni e dalle relazioni locali. Esso non si controlla imponendo comandi rigidi dall'alto, ma si governa agendo sulle regole d'interazione tra le parti per guidarne l'auto-organizzazione spontanea"