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Visualizzazione dei post da luglio, 2026

Il caso BlackRock tra impegni climatici, paradigmi ESG e rendita immobiliare

Poche idee hanno attraversato con altrettanta forza il dibattito economico e urbanistico degli ultimi due decenni quanto quella di una finanza che si ponga autenticamente al servizio dello sviluppo sostenibile. Non si tratta di un'aspirazione ingenua né di un orpello retorico: in un pianeta dalle risorse finite, dove i segnali di crisi climatica si accumulano con frequenza crescente, l'orientamento dei capitali privati verso obiettivi ambientali e sociali resta una necessità strutturale. Come ribadiva a più riprese Giuseppe Campos Venuti, la pianificazione del territorio — e per estensione ogni forma di governo delle risorse collettive — costituisce anzitutto un atto politico, prima ancora che tecnico: un principio che vale tanto per il piano regolatore quanto per le scelte di portafoglio di un grande fondo di investimento. In questo contesto si inserisce la diffusione dei criteri ESG — acronimo che sintetizza le dimensioni Environmental, Social e Governance — come paradigma di...

DATA -CENTER : che cosa sta accadendo?

Tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026, nelle cronache dei principali quotidiani e riviste specializzate del mondo, è comparsa una nuova sequenza di titoli tanto allarmanti quanto, per molti lettori europei, inattesi. «Scoppia una battaglia per 15 miliardi di dollari in data center nella contea rurale del sud della California»; «Oltre 200 gruppi ambientalisti chiedono la sospensione dei nuovi data center statunitensi»; «Dal Messico all'Irlanda, la furia cresce su una frenesia globale dell'IA»; «7 aprile 2026 :i cittadini di Port Washington, Wisconsin, hanno approvato il primo referendum negli Stati Uniti volto a limitare la capacità dei leader cittadini di concedere agevolazioni fiscali per futuri mega-progetti, inclusi i data center, senza il consenso diretto degli elettori»; Non si tratta di singole notizie isolate, bensì di segnali convergenti di un fenomeno strutturale che l'opinione pubblica europea stenta ancora a riconoscere nella sua dimensione ...

La trappola estetica del New Urbanism

La parabola del New Urbanism – il movimento di progettazione nato negli Stati Uniti con l'obiettivo di rifondare il disegno delle città – non germoglia improvvisamente nel 1994 con la proclamazione formale della sua Carta istituzionale, ma affonda le proprie radici nella crisi strutturale del modello suburbano americano, quella crescita disordinata di quartieri-dormitorio a bassa densità e villette uniformi (lo sprawl urbano) maturata tra gli anni Sessanta e Settanta. Quando osservatori acuti come la sociologa Jane Jacobs o l'urbanista William H. Whyte intraprendevano la dissezione analitica delle patologie insite in quel modello – ossia l'isolamento sociale, la distruzione del paesaggio e la dipendenza totale dall'automobile –, il New Urbanism si profilava come una idonea risposta necessaria e rivoluzionaria. I suoi fondatori proponevano di tornare alla città tradizionale: quartieri compatti, marciapiedi larghi, negozi vicini alle case e servizi raggiungibili a pie...