Viviamo su un'oasi sottile, avvolta da uno strato di atmosfera così esile da rendere la vita, prima che un diritto acquisito, un evento improbabile. Eppure l'umanità, custode di questo fragile equilibrio, avrebbe dovuto preservare la memoria della propria interdipendenza con la terra e con gli altri viventi. Al contrario, si comporta spesso come un inquilino incurante, che consuma ben oltre la capacità rigenerativa della casa che abita. Questa stessa fragilità, trasposta dalla scala planetaria a quella urbana, definisce la condizione del territorio contemporaneo. Ogni città è essa stessa un'oasi esposta: un equilibrio precario, minacciato dalla medesima incuria che insidia il pianeta nel suo complesso. Sotto la crosta apparentemente neutra del suolo edificato si cela una frattura che il pensiero urbanistico contemporaneo fatica a nominare, ovvero la trasformazione dello spazio comune in dispositivo di estrazione finanziaria. L'approdo dell'umanità alla dimensione ur...
"La città è un organismo ad alto disordine intrinseco in cui l'ordine globale nasce dalle fluttuazioni e dalle relazioni locali. Esso non si controlla imponendo comandi rigidi dall'alto, ma si governa agendo sulle regole d'interazione tra le parti per guidarne l'auto-organizzazione spontanea"