Tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026, nelle cronache dei principali quotidiani e riviste specializzate del mondo, è comparsa una nuova sequenza di titoli tanto allarmanti quanto, per molti lettori europei, inattesi.
«Scoppia una battaglia per 15 miliardi di dollari in data center nella contea rurale del sud della California»;
«Oltre 200 gruppi ambientalisti chiedono la sospensione dei nuovi data center statunitensi»;
«Dal Messico all'Irlanda, la furia cresce su una frenesia globale dell'IA»;
«7 aprile 2026 :i cittadini di Port Washington, Wisconsin, hanno approvato il primo referendum negli Stati Uniti volto a limitare la capacità dei leader cittadini di concedere agevolazioni fiscali per futuri mega-progetti, inclusi i data center, senza il consenso diretto degli elettori»;
Non si tratta di singole notizie isolate, bensì di segnali convergenti di un fenomeno strutturale che l'opinione pubblica europea stenta ancora a riconoscere nella sua dimensione complessiva — e che, come si vedrà, nel corso del 2026 ha smesso di essere una sequenza di episodi locali per diventare un movimento politico coordinato su scala nazionale.
Quello che sta accadendo è una presa di coscienza — tardiva, ma rapida e accelerante — degli effetti collaterali materiali dell'intelligenza artificiale. Un'accelerazione tecnologica senza precedenti, guidata dalle grandi piattaforme digitali globali, ha prodotto una domanda di infrastrutture fisiche di elaborazione dati di proporzioni enormi. I data center non sono più percepiti come un'astrazione tecnologica remota, qualcosa di «nella nuvola». Sono edifici che consumano acqua, suolo ed energia in quantità comparabili a quelle di una media città industriale. E sono edifici che qualcuno, da qualche parte, deve ospitare.
Thomas W. Sanchez — professore di pianificazione territoriale alla Texas A&M University e tra i pianificatori americani più lucidi nell'affrontare l'intersezione tra tecnologia digitale e governo del territorio, autore di Artificial Intelligence for Urban Planning (Sanchez, 2025) — ha sintetizzato la questione con una formula di chiarezza esemplare: la nuvola è globale, ma i data center sono locali. Sanchez aggiunge una precisazione tecnica che merita di essere sottolineata con forza: un data center è, nella sostanza, una fabbrica altamente specializzata e iper-intensiva. Assorbe, processa e immagazzina dati. E come ogni fabbrica, ha ingressi e uscite misurabili — ma gli ingressi sono enormi quantità di elettricità e acqua, e le uscite sono calore, carbonio e una pressione sulle reti locali che diventa ogni giorno più difficile da ignorare.
La geometria del consumo: energia, acqua e suolo nell'era dell'IA
Per comprendere la portata del fenomeno occorre anzitutto fissare alcuni dati quantitativi, poiché senza la solidità dei numeri qualsiasi analisi rischia di restare nel dominio dell'impressione. Nel 2024, secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia, il consumo elettrico globale dei data center, delle criptovalute e dei sistemi di intelligenza artificiale aveva già raggiunto un intervallo compreso tra i 460 e i 500 terawattora, pari a circa il 2% della domanda elettrica mondiale. Il dato più recente, quello del rapporto UNU-INWEH pubblicato il 3 giugno 2026, conferma e affina questa traiettoria: nel 2025 i data center globali hanno consumato circa 448 terawattora — un livello che, se fossero uno Stato, li collocherebbe all'undicesimo posto al mondo per consumo elettrico, alla pari della Francia — di cui circa il 20% direttamente riconducibile ai carichi di lavoro dell'intelligenza artificiale (Aczel et al., 2026).
La scala del problema emerge ancora più chiaramente se si scende al livello del singolo artefatto computazionale. Addestrare un modello come ChatGPT-3 ha richiesto un consumo elettrico equivalente a quello annuo di circa 120 abitazioni statunitensi. Un singolo campus di data center produce, secondo le stime disponibili, un'impronta di carbonio annuale equivalente alle emissioni di circa 80.000 veicoli passeggeri. Sono numeri che qualsiasi pianificatore chiamato a valutare un piano d'azione climatica dovrebbe avere sempre a portata di mano.
Ma è il profilo idrico di queste strutture a destare la preoccupazione più acuta. Il sistema di raffreddamento evaporativo — il più diffuso nelle strutture di grandi dimensioni — utilizza l'evaporazione di grandi volumi d'acqua dolce, con circa l'80% di quel volume perso definitivamente nell'atmosfera. L'Uptime Institute, nel suo Global Data Center Survey del 2024, ha rilevato che l'uso dell'acqua rimane un problema critico e in crescita, segnalando come la mancanza di uno standard unico globale per misurare ed esporre pubblicamente i consumi reali — il cosiddetto Water Usage Effectiveness — generi un divario di credibilità tra gli hyperscaler e le comunità locali che soffrono di carenza idrica. Un data center hyperscale dedicato all'IA può arrivare a consumare 19 milioni di litri giornalieri — circa 5 milioni di galloni, il fabbisogno idrico di una città di 30.000-50.000 abitanti. Il Texas, da solo, secondo lo studio del Houston Advanced Research Center e dell'Università di Houston presentato al Texas Water Development Board, ha impiegato nel 2025 circa 49 miliardi di galloni d'acqua per i propri data center — una cifra proiettata a salire fino a quasi 400 miliardi di galloni entro il 2030, pari a circa il 6,6% dell'intero fabbisogno idrico dello Stato — in un territorio, il Texas centrale e la Rio Grande Valley, già colpito ciclicamente da gravi siccità e restrizioni idriche per i cittadini.
Il già citato rapporto UNU-INWEH proietta che, entro il 2030, il consumo elettrico dei data center globali potrebbe salire a 945 terawattora — quasi il 3% della domanda elettrica mondiale prevista — con un'impronta idrica associata di circa 9.300 miliardi di litri, sufficiente a coprire il fabbisogno idrico di base annuo dell'intera popolazione dell'Africa subsahariana, e un'impronta di suolo superiore ai 14.500 chilometri quadrati; l'impronta di carbonio corrispondente, pari a circa 400 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, è paragonabile alle emissioni complessive del Regno Unito nel 2025 (Aczel et al., 2026). Come ha dichiarato Kaveh Madani, direttore dell'UNU-INWEH e responsabile del gruppo di ricerca, «questo rapporto non è un'accusa contro l'IA, una trasformazione tecnologica che sta migliorando la vita di miliardi di persone in tutto il mondo, ma un appello a un suo utilizzo responsabile e ad affrontare in modo proattivo i suoi impatti indesiderati, per renderla sostenibile ed equa» (Aczel et al., 2026).
Ai ricercatori dell'Università della California di Riverside si deve uno dei contributi più comunicativi di questa letteratura emergente: ogni risposta da 100 parole generata da un sistema di IA richiede l'equivalente di circa 519 millilitri d'acqua — una bottiglia per ogni breve conversazione digitale. Sul piano del suolo, al settembre 2025 erano in costruzione nel mondo oltre 47 gigawatt di nuova capacità, per un valore stimato di oltre 550 miliardi di dollari. La concentrazione geografica è estrema: la Virginia settentrionale ospita già circa 300 strutture che consumano il 26% dell'energia elettrica dell'intero Stato; l'Irlanda ha raggiunto il 21% del proprio consumo elettrico nazionale.
Territori fragili e infrastrutture pesanti: la «tempesta perfetta»
Il concetto di fragilità territoriale occupa un posto centrale nella riflessione urbanistica contemporanea: esso designa quei contesti — geologicamente instabili, idrogeologicamente vulnerabili, socialmente svantaggiati — in cui l'introduzione di nuovi carichi infrastrutturali può innescare effetti a cascata di difficile previsione e ancor più difficile reversibilità.
Il primo rischio è quello geologico. In territori come la Pianura Padana, le coste adriatiche o i delta asiatici, l'estrazione massiccia di acqua per il raffreddamento evaporativo abbassa la pressione interstiziale delle falde, determinando la compattazione progressiva degli strati sedimentari. New York sprofonda di circa 1-2 millimetri l'anno; Bangkok e Ho Chi Minh City registrano tassi di subsidenza compresi tra i 2 e i 5 centimetri annui — un ordine di grandezza dieci-quindici volte superiore all'innalzamento del livello del mare. Un'ampia letteratura scientifica recente ha quantificato in circa 1,6 miliardi di persone la quota di popolazione mondiale che vive su suoli soggetti a subsidenza, un fenomeno a cui l'espansione dei data center in aree idricamente stressate contribuisce senza esserne l'unica causa.
Il secondo rischio riguarda le reti energetiche. Durante le ondate di calore, i sistemi di raffreddamento assorbono quote crescenti della potenza disponibile. Le clausole di fornitura prioritaria che proteggono i data center possono, nei momenti di picco, determinare il distacco della rete civile. Ospedali e case di riposo restano senza corrente mentre i server continuano a girare. L'avvio simultaneo dei generatori diesel di emergenza produce poi concentrazioni di PM 2.5 e ossidi di azoto in grado di generare in poche ore una cappa tossica di smog fotochimico. Il data center «Colossus» di xAI a Memphis — alimentato da turbine a metano non ancora pienamente autorizzate — ha fatto notizia per l'aumento sensibile della concentrazione di smog in un quartiere già economicamente depresso: un meccanismo che richiama da vicino ciò che Richard Sennett definirebbe accumulo di svantaggio.
Il terzo rischio è la contaminazione da PFAS. I liquidi refrigeranti di nuova generazione appartengono alla famiglia dei cosiddetti «forever chemicals»: composti che si degradano con estrema lentezza e si accumulano negli organismi viventi. Un incidente tecnico, un sisma o un'alluvione può disperderne le molecole nelle falde sotterranee con effetti irreversibili su scala provinciale. Le stime disponibili collocano il costo potenziale dell'inquinamento da PFAS per l'Europa fino a 440 miliardi di euro entro il 2050, tra spese sanitarie e bonifiche.
Il conflitto per lo spazio urbano: zonizzazione, protesta civica e rischio speculativo
Nel corso del 2025 e nei primi mesi del 2026, la resistenza delle comunità locali ha smesso di essere un fenomeno marginale per diventare, negli Stati Uniti, una vera e propria forza politica nazionale. Secondo Data Center Watch — organizzazione di ricerca indipendente sostenuta da 10a Labs — tra il 2023 e il marzo 2025 erano già stati bloccati o ritardati progetti per 64 miliardi di dollari; nel solo trimestre marzo-giugno 2025 la cifra è salita a 98 miliardi; l'intero 2025 ha chiuso a 152 miliardi di dollari di investimenti potenziali bloccati o ritardati; e nel primo trimestre del 2026 sono stati bloccati o ritardati altri 75 progetti per oltre 130 miliardi di dollari — un valore che da solo eguaglia l'intero 2025 in appena tre mesi. I gruppi di opposizione organizzata, censiti in 188 nei primi mesi del 2026, erano saliti a 396 alla fine del 2025 e a 833 nel marzo 2026, attivi in 49 Stati. Oltre 300 proposte di legge sui data center sono state depositate in più di 30 Stati americani nel solo 2026, con un fronte di opposizione trasversale ai partiti — circa il 55% dei politici oppositori è repubblicano, il 45% democratico — che ha già inciso sulle elezioni in Virginia, New Jersey e Georgia e si prepara a incidere sulle elezioni di medio termine del novembre 2026. Il 18 luglio 2026 il movimento HumansFirst ha organizzato la prima mobilitazione nazionale coordinata contro i data center, con manifestazioni simultanee in 125 città statunitensi.
Un caso emblematico di questa dinamica è quello della contea rurale di Imperial, in California, al confine con il Messico, dove due sviluppatori — CalEthos e Imperial Valley Computer Manufacturing — hanno proposto complessivamente oltre 15 miliardi di dollari di investimenti in data center dedicati all'intelligenza artificiale, in un'area già gravata da concorrenza per le risorse idriche del fiume Colorado. Dopo mesi di proteste e un'udienza pubblica di oltre quattro ore, la Commissione della Contea — che pure aveva inizialmente approvato il progetto più grande, destinato a diventare il maggiore data center della California — ha fatto marcia indietro nel giugno 2026, dichiarando una moratoria di 45 giorni e istituendo una commissione pubblica consultiva sulla zonizzazione. È un segnale che la resistenza locale può produrre inversioni di rotta concrete anche a progetto già approvato.
Questo conflitto rivela una disfunzione strutturale dei sistemi di pianificazione occidentali: la sostanziale inadeguatezza degli strumenti di zonizzazione a governare infrastrutture ibride. Come osserva Sanchez, la maggior parte dei codici di zonizzazione tratta un data center allo stesso modo di un magazzino di stoccaggio leggero, e questo è già di per sé un problema. La proposta che emerge con maggiore forza dal dibattito pianistico internazionale è quella di istituire una categoria specifica «Infrastruttura Digitale», soggetta a un permesso d'uso condizionato che imponga la dichiarazione preventiva di consumo idrico e fonte, domanda di picco energetico, profilo acustico e piano di recupero del calore di scarto.
Le preoccupazioni dei residenti non sono del tipo convenzionalmente NIMBY. Non vi è quasi traffico veicolare — un data center gigantesco è spesso gestito da poche decine di persone — ma vi è un ronzio a bassa frequenza costante e pervasivo, oltre a preoccupazioni concrete per energia e acqua, il tutto a fronte di un numero irrisorio di posti di lavoro permanenti. È una domanda che diversi ricercatori dell'area di Texas A&M e di UC Berkeley, impegnati nello studio del rischio di stranded assets nelle bolle infrastrutturali, pongono con insistenza: chi pagherà le infrastrutture se la bolla dell'IA dovesse sgonfiarsi e la domanda di data center diminuire? Molte amministrazioni comunali in difficoltà economica hanno costruito previsioni di bilancio pluriennali sul gettito fiscale di questi insediamenti, esattamente come negli anni Ottanta avevano fatto con le grandi superfici commerciali periferiche — e i risultati di quella scelta sono ancora visibili nelle periferie europee sotto forma di scheletri commerciali abbandonati.
La stampa economica statunitense ha documentato come i data center stiano inducendo alcune utility, come Dominion Energy in Virginia, a rivedere significativamente al rialzo le previsioni di carico di picco, con il paradossale effetto di ritardare il ritiro delle centrali a carbone e di aumentare i costi per tutti i consumatori civili. Non si tratta dunque solo di un problema di pianificazione del sito, ma di capacità dell'intera rete regionale.
Regolare il nuovo: risposte regolatorie tra Nord America, Europa e Asia
Il caso di riferimento più avanzato a livello globale rimane quello di Singapore, che ha imposto una moratoria totale nel 2019 quando il resto del mondo non percepiva ancora il problema, e ne ha riaperto le autorizzazioni nel 2022 con standard che oggi costituiscono un punto di riferimento internazionale: indice PUE inferiore a 1,3, certificazione Green Mark Platinum obbligatoria, utilizzo esclusivo di NEWater — acqua reflua riciclata — e sistemi di raffreddamento a liquido diretto che riducono drasticamente il raffreddamento evaporativo. Singapore ha compreso che la sovranità digitale non può essere disgiunta dalla sicurezza delle risorse, e che un data center è un'infrastruttura critica nazionale che deve pagare il proprio debito ambientale in modo preventivo e misurabile.
Negli Stati Uniti, la novità più rilevante degli ultimi mesi arriva proprio da New York. Dopo che a febbraio 2026 era stata proposta una moratoria triennale, il 4 giugno 2026 le due Camere dello Stato hanno approvato, come compromesso, il Responsible Data Center Development Act (S10642/A11560): una moratoria di un anno sui permessi per i data center di grande dimensione, definiti come tali sopra i 20 megawatt di picco, accompagnata da requisiti di efficienza energetica, tutele salariali, programmi di beneficio per le comunità ospitanti e classificazioni tariffarie dedicate. Il 14 luglio 2026 la governatrice Kathy Hochul ha firmato il provvedimento, rendendo New York il primo Stato americano a dotarsi di una moratoria statale sui data center — un precedente storico, dato che almeno altri dodici Stati, tra cui Georgia, Maryland, Virginia e Michigan, avevano depositato proposte analoghe senza ancora convertirle in legge.
In Europa, l'Energy Efficiency Package del 2026 prevede etichettatura obbligatoria per i data center con standard cogenti di riutilizzo del calore e di efficienza idrica. L'Irlanda — dove i data center consumano già il 21% dell'elettricità nazionale — ha introdotto regole che li obbligano a produrre una quota dell'energia che consumano e a restituirla in rete nelle ore di picco. I Paesi Bassi hanno bloccato nuovi insediamenti ad Amsterdam per inadeguatezza della rete elettrica. In Asia, le proteste in Malesia e Vietnam del primo trimestre 2026 hanno rivelato una dimensione ulteriore: il conflitto tra acqua per i server e acqua per le risaie, tra sovranità digitale e sicurezza alimentare.
Il calore come risorsa: pensiero circolare e integrazione territoriale
Tra le prospettive più stimolanti che il dibattito internazionale ha introdotto vi è quella che trasforma uno dei principali problemi dei data center — la produzione massiccia di calore — in un'opportunità di integrazione urbana. Fino al 40% dell'energia consumata da un data center viene dissipata sotto forma di calore di bassa qualità che, nella stragrande maggioranza delle strutture attualmente operative, è semplicemente disperso nell'atmosfera. Si tratta di una perdita energetica colossale che nessun pianificatore attento alla transizione ecologica può più considerare accettabile come dato immutabile.
Il «waste heat recovery» non è una visione futuristica: è una tecnologia matura, già sperimentata con successo in diversi contesti europei. Alcuni operatori hanno pilotato in Europa progetti in cui il calore prodotto dai data center viene convogliato in reti di teleriscaldamento che riscaldano abitazioni e edifici pubblici; il caso del data center di Odense, in Danimarca, che cede parte del proprio calore alla rete di district heating cittadina, è tra i più citati in letteratura. Finlandia e Svezia hanno da tempo normato questa integrazione come condizione preferenziale — e in alcuni casi obbligatoria — per l'autorizzazione di nuovi impianti.
Sanchez propone di concepire il data center come nodo funzionale di un eco-distretto a uso misto, in cui il calore di scarto diventa una risorsa comunitaria esplicitamente pianificata. Un distretto che integri funzioni residenziali, produttive leggere e infrastrutture digitali, con una rete energetica locale che trasforma il calore dei server in riscaldamento per serre agricole urbane, piscine pubbliche o condomini sociali, è esattamente il tipo di pianificazione integrata che la disciplina urbanistica dovrebbe guidare — non semplicemente ratificare in modo passivo. Carlo Ratti, nel suo lavoro sulla «senseable city», ha più volte sottolineato come le infrastrutture digitali debbano essere progettate come parti costitutive del tessuto urbano, non come corpi estranei calati dall'esterno (Ratti e Claudel, 2016).
Occorre tuttavia essere intellettualmente onesti riguardo ai limiti di questa opportunità: il recupero del calore è tecnicamente ed economicamente conveniente solo in specifiche condizioni di prossimità a reti di distribuzione termica e di densità abitativa sufficiente. Un data center in area rurale isolata, anche eccellente dal punto di vista tecnologico, difficilmente potrà trasferire il proprio calore a destinatari utili. Questa constatazione rafforza, anziché indebolire, l'argomento che la localizzazione — la decisione primaria del pianificatore — è la variabile più importante dell'intera equazione.
La dimensione della giustizia: chi paga il costo dell'IA?
Dietro la retorica della transizione digitale come progresso universale si nasconde una distribuzione profondamente asimmetrica dei costi e dei benefici. I vantaggi dell'IA si concentrano nelle economie più avanzate e nelle fasce più istruite delle popolazioni; i costi ambientali — consumo di acqua, emissioni, subsidenza, contaminazione da PFAS — si scaricano preferenzialmente sui territori e sulle comunità con minore capacità di resistenza politica. Il meccanismo è quello che la letteratura sociologica ha classificato come environmental racism: la tendenza sistematica a localizzare le infrastrutture più impattanti nelle comunità con il minore potere di contrattazione.
Alcune stime di fonte giornalistica indicano che i residenti della Virginia potrebbero pagare fino a 37 dollari in più al mese in bolletta entro il 2040, semplicemente per finanziare gli adeguamenti della rete necessari ai data center. Zygmunt Bauman aveva descritto il capitalismo contemporaneo come un sistema che produce «vite di scarto» — comunità che sopportano il peso di un'infrastruttura globale senza avere voce nella sua pianificazione, senza trarne beneficio proporzionale, e senza disporre degli strumenti giuridici per tutelarsi (Bauman, 2004). Saskia Sassen, nello studio sulle città globali, aveva già identificato il meccanismo per cui le funzioni di controllo si concentrano in poche metropoli d'élite mentre i costi di supporto vengono esternalizzati su territori periferici (Sassen, 1991). I data center rappresentano oggi la versione fisica e visibile di questa esternalizzazione.
Il caso italiano: tra «sovranità digitale» e fragilità del territorio
L'Italia si inserisce in questo quadro internazionale con un ritardo nella consapevolezza pubblica del problema, ma con caratteristiche territoriali che ne rendono il caso particolarmente delicato. Il Paese ospita alcune delle aree idrogeologicamente più fragili d'Europa — la Pianura Padana, le coste adriatiche, le pianure alluvionali del Veneto e della Campania — e al contempo sta vivendo una fase di espansione accelerata della propria infrastruttura di data center. Secondo l'Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, nel triennio 2023-2025 sono stati effettivamente investiti in Italia 7,1 miliardi di euro per la costruzione, l'allestimento e il riempimento di apparecchiature IT dei nuovi data center — pari al 68% dei 10,5 miliardi originariamente stimati per lo stesso periodo, con un divario che l'Osservatorio attribuisce soprattutto ai nuovi operatori internazionali che hanno sottovalutato la complessità del quadro normativo italiano. Per il triennio 2026-2028 risultano annunciati 83 nuovi progetti infrastrutturali da parte di 30 aziende — 19 delle quali nuovi entranti sul mercato italiano — per un valore potenziale complessivo di 25,4 miliardi di euro, il 72% dei quali riconducibile a operatori internazionali non ancora attivi sul territorio nazionale.
Milano si candida a hub europeo di riferimento, raccogliendo secondo l'Osservatorio il 23% degli investimenti continentali: la potenza IT installata nell'area milanese è salita da 414 a 609 megawatt nel solo 2025, con l'obiettivo dichiarato di superare il gigawatt entro il 2028. Il collo di bottiglia resta la rete: nel 2025 le richieste di allacciamento all'alta tensione presentate a Terna hanno toccato i 68,5 gigawatt — un valore circa cento volte superiore alla capacità realmente installata, segno di una domanda speculativa largamente slegata dai progetti concreti.
La concentrazione nell'area milanese e nel suo hinterland — Settimo Milanese, Cornaredo, Segrate — solleva preoccupazioni sul consumo di suolo agricolo in aree di frangia urbana non ancora compromesse ma già sotto pressione del mercato immobiliare. In Veneto, la sensibilità è ulteriormente acuita dal ricordo ancora vivo della contaminazione da PFAS prodotta dalla chimica Miteni: il territorio porta ancora le tracce di quella vicenda, e qualsiasi nuova infrastruttura che impieghi liquidi refrigeranti chimici viene guardata con una diffidenza che le autorizzazioni ambientali ordinarie faticano a sedare.
È necessario riconoscere, con la franchezza che la questione merita, che anche la sinistra italiana ha mostrato un'eccessiva deferenza verso la narrativa della «sovranità digitale» come imperativo economico inderogabile, trascurando di affrontare con sufficiente rigore la dimensione dell'impatto territoriale e della giustizia ambientale. Il rischio che l'Italia diventi il «magazzino dati» d'Europa senza trarne reali benefici sociali — pagando invece i costi in termini di pressione sulla rete elettrica, consumo idrico e degrado ambientale — merita risposte politiche concrete, non rassicurazioni generiche.
Il Decreto Bollette 2026 e l'Articolo 8: un grimaldello normativo?
Il 20 febbraio 2026 il Decreto-legge n. 21/2026 — comunemente noto come «Decreto Bollette» — ha introdotto, all'Articolo 8, la prima disciplina organica italiana sull'autorizzazione dei data center. Il provvedimento è stato convertito, con modificazioni, dalla legge 10 aprile 2026, n. 49, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 18 aprile e in vigore dal giorno successivo. In sede di conversione l'Articolo 8 non solo è stato confermato, ma il suo perimetro è stato esteso: dalla sola fase di realizzazione e ampliamento dei data center, previsto dal testo originario, si è passati a includere anche la fase di esercizio e le reti di connessione di utenza di qualunque livello di tensione.
L'Articolo 8, nella sua versione definitiva, istituisce un procedimento unico per il rilascio delle autorizzazioni necessarie alla realizzazione, all'ampliamento e — ora — all'esercizio dei data center. L'autorizzazione unica incorpora la Valutazione di Impatto Ambientale, l'Autorizzazione Integrata Ambientale e tutti i nulla osta paesaggistici, con una durata massima dell'iter di dieci mesi. Per i progetti dichiarati di interesse strategico nazionale, si applica una procedura speciale presieduta da un Commissario straordinario di Governo, che sostituisce ogni altro titolo autorizzativo.
La cornice dichiarata del provvedimento è quella della «semplificazione»: colmare il vuoto normativo che lasciava l'autorizzazione dei data center alla discrezionalità dei singoli Comuni, garantendo certezza procedurale e tempi prevedibili a un settore che presentava, secondo il preambolo del decreto, seri impedimenti alla realizzazione causati dalla frammentazione delle competenze tra livelli amministrativi diversi. Il presidente dell'Italian Data Center Association, Sherif Rizkalla, ha espresso soddisfazione per il risultato, salutando il riconoscimento del ruolo strategico delle infrastrutture digitali per la competitività del Paese.
Questa lettura, comprensibile dal punto di vista degli operatori economici, è tuttavia parziale e merita di essere integrata da una valutazione urbanistica e ambientale più rigorosa. Tre sono gli elementi che sollevano perplessità difficilmente eludibili.
Il primo è la questione del contenitore normativo. Inserire la regolamentazione dei data center all'interno di un decreto-legge nominalmente dedicato al contenimento dei costi energetici per famiglie e imprese non è solo una scelta tecnica: è anche un escamotage comunicativo. Mentre l'opinione pubblica si concentra sui bonus sociali e sui meccanismi di riduzione della componente in bolletta — misure sacrosante e urgenti — passa in secondo piano una norma che ridefinisce in modo strutturale i rapporti tra Stato, territorio e grandi operatori privati. L'urgenza come scudo, lo strumento del decreto-legge come meccanismo per comprimere i tempi del dibattito parlamentare: sono modalità legislative che la dottrina giuridica ha più volte segnalato come potenzialmente lesive del principio di adeguata ponderazione nell'adozione di norme ad alto impatto territoriale.
Il secondo elemento critico riguarda il tempo come trappola. Imporre la conclusione dell'iter autorizzativo in un massimo di dieci mesi — con i termini per le valutazioni di impatto ambientale dimezzati rispetto alle procedure ordinarie — significa sacrificare la profondità delle analisi all'altare della celerità. In dieci mesi è tecnicamente impossibile valutare gli effetti di lungo periodo di un prelievo idrico massiccio su una falda acquifera fragile come quelle della Pianura Padana o del Veneto. È impossibile condurre un monitoraggio stagionale completo degli impatti acustici su un quartiere residenziale. È impossibile ottenere dalla popolazione locale quella partecipazione informata che la Convenzione di Aarhus sui diritti ambientali — ratificata dall'Italia — prescrive come elemento costitutivo, e non meramente decorativo, delle procedure di Valutazione Ambientale Strategica.
Il terzo elemento problematico è quello che si potrebbe definire il grimaldello del Commissario. Per i progetti qualificati come di «interesse strategico nazionale» — una qualifica che il decreto non definisce con sufficiente precisione, lasciando ampio margine di discrezionalità all'esecutivo — l'iter è presieduto da un Commissario straordinario di Governo il cui provvedimento autorizzativo sostituisce ogni altro titolo necessario. Ciò significa, in termini concreti, che un sindaco non potrà opporre al progetto considerazioni di incompatibilità con il Piano di Governo del Territorio, con le norme paesaggistiche o con i vincoli idrogeologici locali, se lo Stato ha già dichiarato il data center di interesse strategico. Il sistema crea una corsia preferenziale per gli hyperscaler globali e per gli operatori di colocation di grandi dimensioni, mentre i progetti di dimensioni minori restano soggetti alle procedure regionali più articolate.
Se il Decreto Bollette ha fornito la risposta d'urgenza, la visione di lungo periodo è affidata a un secondo strumento, distinto e più ambizioso: il disegno di legge delega — nato dalla fusione di cinque proposte parlamentari, approvato dalla Camera il 24 febbraio 2026 e tuttora all'esame del Senato — che delegherebbe il Governo ad adottare, entro sei mesi dall'entrata in vigore, uno o più decreti legislativi per costruire finalmente una disciplina organica dei data center: destinazione d'uso produttiva, un codice ATECO dedicato, deroghe agli standard di parcheggio, qualificazione degli impianti come opere di pubblica utilità e rafforzamento delle competenze dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Restano tuttavia fuori dalla delega alcuni profili critici — a partire dal computo della superficie lorda e dei volumi tecnici, dato che la gran parte degli spazi di un data center è occupata da server rack, unità di raffreddamento e gruppi di continuità, privi di permanenza stabile di persone.
La Città Metropolitana di Milano, in anticipo rispetto al quadro normativo nazionale, ha già avviato la mappatura di Zone Preferenziali per Data Center, identificando aree con capacità di rete effettiva e cercando di orientare lo sviluppo lontano dai nodi più saturi come Settimo Milanese; la Regione Lombardia sta predisponendo una propria cornice normativa che introduce audit obbligatori sul recupero di calore e contributi di perequazione sociale. Si tratta di tentativi meritevoli di bilanciare la pressione degli investimenti con la tutela del territorio, ma che rischiano di essere svuotati di significato se la norma nazionale consente al livello commissariale di scavalcarli.
La valutazione complessiva che si impone, da una prospettiva di pianificazione urbanistica responsabile, è che il Decreto Bollette — pur ormai convertito in legge — rappresenta un'opportunità solo parzialmente colta. L'Italia avrebbe potuto ispirarsi al modello singaporiano imponendo soglie di efficienza energetica non negoziabili, obbligare al riutilizzo del calore come condizione di autorizzazione, prescrivere l'uso di acque reflue trattate per il raffreddamento, e garantire alla partecipazione delle comunità locali un ruolo sostanziale, non formale. Ha invece optato, in prima battuta, per la logica della liberalizzazione competitiva, rinviando alla delega ancora in discussione al Senato la costruzione di una cornice davvero organica. Questa scelta non è neutra: è una scelta politica, e come tale va valutata e, se necessario, contrastata nella fase parlamentare che si apre ora attorno al disegno di legge delega.
Verso una pianificazione responsabile: la risposta dell'urbanistica
L'analisi fin qui condotta suggerisce che il fenomeno dei data center non può essere affrontato né con il rifiuto ideologico né con l'accettazione acritica. La risposta adeguata è quella che la pianificazione urbanistica — nella sua migliore tradizione, quella che da Giuseppe Campos Venuti a Bernardo Secchi ha coniugato rigore tecnico e responsabilità sociale (Campos Venuti, 1987; Secchi, 2000) — sa elaborare: una risposta sistemica, basata su dati, orientata alla tutela del territorio e delle comunità, aperta alla negoziazione ma non disponibile alla resa.
Il primo passo, che Sanchez individua con chiarezza operativa, è la riforma degli strumenti di zonizzazione. Occorre creare una categoria specifica «Infrastruttura Digitale» che richieda un permesso d'uso condizionato, attraverso cui il pianificatore possa porre le domande difficili fin dall'inizio: consumo e fonte dell'acqua previsti; domanda di picco energetico e impegno nell'utilizzo di nuove energie rinnovabili locali; profili di rumore al confine della proprietà; piano di cattura e restituzione del calore residuo. Senza questo strumento, qualsiasi politica di condizionalità territoriale rimane priva di base giuridica efficace — e il Decreto Bollette, nel suo attuale impianto, rischia di rendere questo strumento non praticabile a livello comunale per i progetti di maggiori dimensioni, salvo correzioni in sede di delega.
Il secondo passaggio riguarda la gestione del territorio come sistema integrato. Un'area saturata di data center — silenziosa nel senso sbagliato del termine, animata solo dal ronzio dei sistemi di raffreddamento, priva di vita pubblica e di presidio umano — è ciò che Jan Gehl chiamerebbe un ambiente umanamente svuotato, in aperto contrasto con la sua idea di città costruita a misura di chi la abita (Gehl, 2010). La condizionalità territoriale deve essere intesa in senso ampio: impegni misurabili su calore, acqua, acustica, rete elettrica, e — non da ultimo — garanzie di lungo periodo sulla stabilità dell'insediamento che tutelino le finanze comunali dal rischio di una contrazione improvvisa della domanda.
Il terzo elemento è la partecipazione democratica genuina: le comunità non possono essere chiamate a informarsi su un progetto già deciso; devono essere coinvolte nella sua definizione fin dalle prime fasi, con accesso pieno ai dati tecnici. La trasparenza non è solo un dovere etico, ma una condizione pragmatica di fattibilità. I progetti che avanzano senza conflitti gravi, negli Stati Uniti come in Europa, sono quelli che hanno costruito un dialogo reale con le comunità ospitanti fin dalla fase della localizzazione — come dimostra, in negativo, la vicenda della contea di Imperial, dove la marcia indietro è arrivata solo dopo mesi di conflitto che un coinvolgimento tempestivo avrebbe forse potuto prevenire.
L'intelligenza della pianificazione contro la pianificazione dell'intelligenza
C'è un paradosso profondo nel cuore di questa vicenda: l'intelligenza artificiale — tecnologia che si presenta come strumento di ottimizzazione del mondo, di riduzione degli sprechi, di soluzione ai grandi problemi dell'umanità — produce, nella sua incarnazione materiale, uno dei più pesanti impatti sull'ambiente fisico e sulle comunità umane che si siano visti nell'era post-industriale. Il Decreto Bollette 2026, nella sua versione ormai convertita in legge, rischia di acuire questo paradosso nel contesto italiano: velocizzando l'insediamento delle strutture senza ancora garantire, in attesa della delega organica, standard ambientali pienamente adeguati, e riducendo il potere di controllo dei comuni in nome di una competitività che avvantaggia soprattutto i grandi operatori globali.
Come ha scritto Sanchez, la prossima volta che si usa uno strumento di IA per elaborare un testo sarebbe utile fermarsi un momento e domandarsi dove avviene quell'elaborazione, e quale sia la gamma completa di impatti coinvolti nel renderla possibile. È un invito alla responsabilità che non è rivolto soltanto agli utenti finali, ma in misura ancora maggiore ai pianificatori, agli amministratori e ai legislatori che hanno il potere — e il dovere — di governare questa trasformazione.
Manuel Castells aveva identificato nel territorio il luogo in cui le contraddizioni del capitalismo informazionale si sedimentano e diventano visibili (Castells, 1996). I data center sono oggi uno di questi sedimenti: visibili, rumorosi, assetati, e potenzialmente pericolosi se collocati senza cura nei luoghi sbagliati. Ma sono anche — a determinate condizioni, in contesti adeguatamente pianificati e governati — una risorsa che può contribuire al metabolismo energetico della città. La sfida per l'urbanistica del XXI secolo non è quella di scegliere tra questi due volti del fenomeno, ma di costruire gli strumenti per far prevalere il secondo sul primo: strumenti che, nel caso italiano, dovranno essere difesi con particolare tenacia nella fase parlamentare ancora aperta attorno alla delega organica, prima che il grimaldello del Commissario straordinario chiuda ogni ulteriore spazio di trattativa locale.
Non è una sfida impossibile. Ma richiede la stessa lucidità analitica, la stessa determinazione etica e la stessa capacità di visione che le migliori stagioni della pianificazione urbana hanno saputo esprimere.
Il momento per cominciare — e in Italia, per resistere — è adesso.
Bibliografia
Aczel, M., Chamanara, S., Matin, M., Farsi, A., Marwala, T., Madani, K. (2026), Environmental Cost of AI's Energy Use: Carbon, Water and Land Footprints, United Nations University Institute for Water, Environment and Health, Richmond Hill (Ontario). DOI: 10.53328/INR26RMA002.
Bauman, Z. (2004), Wasted Lives: Modernity and Its Outcasts, Polity Press, Cambridge.
Campos Venuti, G. (1987), La terza generazione dell'urbanistica, FrancoAngeli, Milano.
Castells, M. (1996), The Rise of the Network Society, Blackwell, Oxford.
Gehl, J. (2010), Cities for People, Island Press, Washington D.C.
Ratti, C., Claudel, M. (2016), The City of Tomorrow: Sensors, Networks, Hackers, and the Future of Urban Life, Yale University Press, New Haven.
Sanchez, T. W. (2025), Artificial Intelligence for Urban Planning, Routledge, Londra-New York. DOI: 10.4324/9781003476818.
Sassen, S. (1991), The Global City: New York, London, Tokyo, Princeton University Press, Princeton.
Secchi, B. (2000), Prima lezione di urbanistica, Laterza, Roma-Bari.
Fonti normative, tecniche e istituzionali
International Energy Agency, Electricity 2024/2025 (dati sul consumo elettrico dei data center).
Uptime Institute, Global Data Center Survey 2024.
Data Center Watch (10a Labs), report trimestrali 2025-2026 sull'opposizione civica ai data center statunitensi.
Osservatorio Data Center, Politecnico di Milano, rapporti gennaio-febbraio 2026.
Decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21, convertito con modificazioni dalla Legge 10 aprile 2026, n. 49 (G.U. n. 90 del 18 aprile 2026).
Disegno di legge delega in materia di data center, approvato dalla Camera il 24 febbraio 2026, all'esame del Senato.
New York State, Responsible Data Center Development Act (S10642/A11560), approvato il 4 giugno 2026 e firmato dalla Governatrice Kathy Hochul il 14 luglio 2026.
Convenzione di Aarhus sui diritti ambientali.
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