Passa ai contenuti principali

Un nazi-tecnocrate come Peter Thiel e le sue "Città sull'acqua".

C’è un momento in cui l’esercizio accademico si rivela insufficiente, e bisogna chiamare le cose con il loro nome. 

L’idea di Peter Thiel di costruire città-stato galleggianti sull’acqua non è assimilabile a nessuna delle grandi tradizioni del pensiero urbanistico moderno: non dialoga con le Città Giardino di Ebenezer Howard, non ha nulla in comune con la Città Lineare di Arturo Soria y Mata, non condivide l’utopismo produttivo della Città Industriale di Tony Garnier, né la radicale ridistribuzione spaziale della Ville Radieuse di Le Corbusier, né tantomeno con il New Urbanism di Andrés Duany e Elizabeth Plater-Zyberk, con la Smart City o con la Città dei Quindici Minuti teorizzata da Carlos Moreno. 

Per dirla senza eufemismi — e con una certa soddisfazione nel farlo — questa “idea oppiacea” è più propriamente, come direbbero gli anglosassoni, “That’s absolute rubbish”: un’autentica "stupidaggine".

Da ricordare sempre, però, che l’urbanistica non è mai stata una disciplina neutrale. È la proiezione fisica dei rapporti di forza che governano una società, la traduzione in mattoni, acciaio e codici urbanistici di un preciso sistema di valori e di potere. E quando si esaminano le traiettorie intellettuali e i progetti territoriali di Peter Thiel — filosofo del capitale, finanziatore di visionari e di reazionari, ideologo di una destra fascio-tecnocratica che fatica ancora a trovare una definizione adeguata — ci si trova di fronte a qualcosa di più radicale di una semplice deriva libertaria. Si tratta di un tentativo deliberato di smantellare l’idea stessa di polis, per sostituirla con una costellazione di enclave sovrane, deregolamentate e, in ultima istanza, depoliticizzate.

La recente apparizione di Thiel a Roma, tra le mura della Catholic University of America, non è stata una visita di cortesia finanziaria. 

Peter Thiel è il co-fondatore e l’attuale Presidente del Consiglio di Amministrazione di Palantir Technologies, la creatura industriale più rilevante del suo ecosistema nel settore della difesa e dei Big Data. Palantir è fornitore chiave per la NATO e per numerosi apparati di intelligence alleati — elemento che alimenta l’attenzione, e le preoccupazioni, dei critici sulla sua possibile espansione in Italia. Dalle cronache non emergono al momento conferme ufficiali di contratti o partnership dirette tra Palantir e il Governo Meloni, nonostante la questione sia oggetto di un acceso dibattito politico. Credere tuttavia che questo personaggio sia venuto a Roma solo per parlare a quattro debosciati di anticristo è un’offesa all’intelligenza più elementare.

Facciamo allora un esercizio accademico e fingiamo di credere alla veridicità dei comunicati stampa. La visita di Thiel a Roma va letta come la manifestazione di una strategia dottrinale che mira a recidere il contratto sociale europeo — quel fragile ma prezioso equilibrio tra mercato, Stato e cittadinanza che rappresenta, con tutti i suoi limiti, uno dei contributi più originali della civiltà europea alla storia politica dell’umanità — in favore di un nuovo ordine fondato sulla tecnica e sulla teologia della potenza.

Al centro di questa visione non risiede il progresso umano. Vi risiede piuttosto la convinzione, espressa con disarmante franchezza già in un saggio del 2009 pubblicato sulla rivista del Cato Institute — un influente think tank libertario con sede a Washington, fondato nel 1977 e finanziato storicamente dai fratelli Koch — che la libertà economica sia ormai strutturalmente incompatibile con la democrazia di massa. Questa affermazione merita di essere letta senza eufemismi: per Thiel, il suffragio universale — il principio per cui ogni cittadino, a prescindere dalla ricchezza o dall’istruzione, dispone di un eguale peso politico — è diventato un ostacolo all’accumulazione e all’innovazione. La città cessa dunque di essere il luogo del conflitto democratico e della cittadinanza partecipata per trasformarsi in un prodotto di mercato, in una plutopia dove la sovranità è esercitata esclusivamente da chi detiene il capitale. È difficile immaginare una posizione più distante da quella di Henri Lefebvre quando, nel 1968, elaborò il concetto di droit à la ville: non un semplice diritto di accesso alla città esistente, ma il diritto collettivo di rifarne la forma secondo i bisogni degli abitanti. Una distanza non soltanto ideologica, ma antropologica.

La radice di questo pensiero — che si potrebbe definire tecno-feudale, anche se l’etichetta rischia di semplificare — affonda nell’antropologia filosofica di René Girard e nel decisionismo politico di Carl Schmitt. Thiel ha interiorizzato il concetto girardiano di “desiderio mimetico” — l’idea che gli esseri umani desiderino non tanto oggetti intrinsecamente preziosi, quanto oggetti desiderati dagli altri — interpretando la tecnologia non come strumento di emancipazione collettiva, ma come mezzo per arginare la violenza fratricida che scaturisce dall’imitazione. Per l’urbanista critico, questa diagnosi è inquietante: la pianificazione non serve più a garantire la convivenza e a ridurre le disuguaglianze spaziali, ma a costruire schermi che proteggano un’élite di “creatori” dalla massa, considerata intrinsecamente parassitaria.

Occorre tuttavia essere precisi riguardo alla genealogia intellettuale completa di questa visione. Il libertarismo di Thiel non nasce semplicemente dalla lettura di Girard e Schmitt: ha radici più profonde nell’economia politica della scuola austriaca — in particolare in Friedrich Hayek, con la sua critica alla pianificazione centralizzata come road to serfdom — e trova la sua forma più estrema nell’anarco-capitalismo di Murray Rothbard, per il quale ogni forma di Stato costituisce una violazione del diritto naturale alla proprietà privata. È da questa tradizione che discende direttamente il progetto del seasteading: se il sistema politico non può produrre la libertà assoluta richiesta dai titani della Silicon Valley, essa deve essere edificata altrove, aggirando le istituzioni invece di riformarle. La Seasteading Institute, fondata da Thiel e Joe Quirk nel 2008 con un investimento iniziale stimato in 1,7 milioni di dollari, ha rappresentato il primo tentativo operativo di tradurre questa visione in architettura reale.

Non va trascurata, inoltre, la profonda influenza che Thiel ha esercitato — e non solo finanziariamente — sul movimento neoreazionario (NRx) guidato da Curtis Yarvin, noto sotto lo pseudonimo di Mencius Moldbug. Le categorie concettuali di Yarvin — la Cathedral come metafora della burocrazia progressista egemone, il Patchwork come sistema di micro-stati concorrenti governati da “CEO-monarchi” — costituiscono la matrice ideologica diretta del Network State, il progetto teorizzato da Balaji Srinivasan nel suo omonimo saggio del 2022, esplicitamente sostenuto da Thiel. Srinivasan immagina comunità nate online che acquisiscono progressivamente territori fisici per esercitare una sovranità sempre più piena: non una riforma dello Stato-nazione, ma il suo aggiramento e, alla lunga, la sua obsolescenza programmata.

In questo contesto schmittiano — dove la distinzione amico/nemico è il principio ordinatore del politico — lo Stato e i suoi organi regolatori vengono identificati come un “Anticristo” burocratico che, attraverso la narrazione di catastrofi imminenti come il cambiamento climatico, tenta di paralizzare l’innovazione tecnologica. È una posizione che merita una risposta ferma: non si tratta di anti-statalismo libertario nel senso classico, ma di una forma di negazionismo istituzionale che mira a smantellare i meccanismi di tutela collettiva proprio nel momento in cui l’accelerazione tecnologica rende tali meccanismi più necessari che mai.

Le città sull’acqua e i progetti di seasteading rappresentano la manifestazione spaziale di questo divorzio dalla civiltà democratica. Il mare aperto — spazio liminale per eccellenza, terra di nessuno dove il diritto internazionale è lacunoso e la sovranità degli Stati si dissolve — diventa il laboratorio per micro-Stati ipertecnologici dove la cittadinanza è sostituita da un contratto di servizio erogato da un “monarca-CEO”. Qui la logica del churn rate tipica delle startup viene applicata alla politica: se un governo non soddisfa l’utente, questi può fisicamente sganciare la propria piattaforma e unirsi a un’altra entità. È uno sfarinamento definitivo della solidarietà territoriale e della giustizia distributiva in favore di una mobilità radicale riservata a pochissimi.

Albert Hirschman, nel suo fondamentale Exit, Voice and Loyalty del 1970, analizzò la tensione tra due strategie di risposta al declino di un sistema: la voice, cioè la protesta e il tentativo di riforma dall’interno, e la exit, cioè l’abbandono. Thiel ha scelto con coerenza e con abbondanti risorse finanziarie la seconda opzione, elevandola a filosofia politica. La differenza rispetto al liberalismo classico è però sostanziale: nell’exit thielliana non c’è un mercato di alternative accessibili a tutti, ma un progetto di secessione riservato a chi può permettersi di acquistare la propria piattaforma galleggiante. La mobilità diventa un privilegio di classe mascherato da libertà universale.

Nonostante i fallimenti pratici di iniziative come la nave MS Satoshi — tentativo di trasformare una vecchia nave da crociera in uno Stato galleggiante arenato nelle acque di Panama dopo che le autorità locali si rifiutarono di concedere qualsiasi forma di giurisdizione autonoma — il desiderio di creare territori extra-giuridici persiste e si sposta verso enclave terrestri come Próspera, nell’isola honduregna di Roatán. In questo hub deregolamentato, dove il diritto è amministrato via videochiamata da giudici stranieri e il voto è proporzionale alla terra posseduta, assistiamo a una forma di colonialismo d’élite che nega ogni diritto universale. È significativo che Paul Romer — il premio Nobel per l’economia che aveva inizialmente elaborato l’idea delle Charter Cities come strumento di sviluppo per i Paesi a basso reddito — abbia preso pubblicamente le distanze da Próspera, giudicandola una distorsione della sua proposta originale in favore di interessi puramente estrattivi.

Sul piano dell’analisi urbanistica, il lavoro di Neil Brenner sulla rescaling della sovranità offre una chiave di lettura illuminante. Brenner ha mostrato come il neoliberismo non abolisca la regolazione territoriale, ma la ridistribuisca su scale diverse — dal livello nazionale verso quello locale o sovranazionale — in modo da avvantaggiare i capitali mobili a scapito delle comunità radicate. Le enclave thielliane rappresentano un caso estremo di questo processo: non una semplice deregolamentazione, ma la creazione di una scala territoriale nuova, privatamente governata, dove le regole del gioco sono scritte dagli investitori e non dai cittadini. È una forma di ciò che Saskia Sassen ha definito denationalization — la progressiva erosione del contenuto politico della sovranità nazionale — che in questo caso non avviene per effetto di trattati internazionali, ma per iniziativa di soggetti privati che acquistano diritti di giurisdizione.

L’ultima frontiera di questo espansionismo si sposta ora verso i ghiacci della Groenlandia, intrecciandosi con le ambizioni geopolitiche della seconda amministrazione Trump e con il progetto Praxis — una startup nation che punta a fondare una città-stato tra Cipro e la costa mediterranea dell’Europa meridionale. L’interesse per l’Artico non è solo ideologico, legato al mito della rivitalizzazione di una civiltà occidentale percepita in declino demografico e culturale, ma brutalmente materiale: il controllo delle terre rare necessarie all’industria tecnologica e il raffreddamento naturale per i data center dell’intelligenza artificiale. Si tratta di una convergenza tra il fondamentalismo tecnologico della Silicon Valley e gli interessi geopolitici di una destra nazionalista americana che rivela una logica coerente: l’estrazione di risorse senza responsabilità sociale, la sovranità senza democrazia, la tecnologia senza redistribuzione.

È opportuno affrontare a questo punto una dimensione che il discorso pubblico su Thiel tende spesso a trascurare: la struttura finanziaria su cui poggia l’intero edificio. Palantir Technologies — la società di analisi dei big data fondata da Thiel nel 2003 con un investimento iniziale di 30 milioni di dollari della CIA attraverso la sua controllata In-Q-Tel — ha costruito la propria fortuna vendendo sistemi di sorveglianza predittiva a governi e forze dell’ordine in tutto il mondo, inclusi contratti con l’ICE statunitense per il tracciamento dei migranti irregolari, con forze di polizia britanniche e con apparati di sicurezza israeliani. Il Founders Fund, il veicolo di venture capital di Thiel, ha investito in aziende come SpaceX, Airbnb e LinkedIn, ma anche in un ecosistema di startup che puntano a sostituire funzioni tradizionalmente pubbliche con servizi privati a pagamento. La logica è sempre la stessa: dove c’è un bene comune, c’è un mercato potenziale. Dove c’è un diritto universale, c’è un servizio premium in attesa di essere creato.

Non va sottovalutata nemmeno la dimensione di genere e razza di questa visione. Il mito del “creatore” thielliano — quell’individuo eccezionale, quasi nietzscheano, che per definizione non può essere vincolato da regole democratiche — è storicamente e statisticamente un uomo bianco, proveniente da un’élite accademica anglosassone. I dati sulla composizione demografica dei consigli di amministrazione delle aziende finanziate da Thiel e dal suo ecosistema parlano da soli: secondo una ricerca di Diversity VC del 2022, meno del 2% dei capitali di venture capital negli Stati Uniti raggiunge fondatori afroamericani, e la presenza femminile nei board delle principali portfolio companies thielliane rimane strutturalmente minoritaria. Come ha mostrato Richard Florida nelle sue ricerche sulla creative class, la retorica dell’innovazione tende a produrre città e territori profondamente segregati, dove la concentrazione di talenti e capitali coesiste con l’espulsione sistematica delle classi popolari. Le enclave thielliane non fanno che portare questa tendenza alla sua conclusione logica: non più segregazione all’interno della città democratica, ma separazione fisica da essa.

Di fronte a questo scenario, la risposta istituzionale europea assume un significato che va ben oltre la semplice regolamentazione tecnica. Il General Data Protection Regulation, l’AI Act — entrato in vigore nel 2024 e considerato il primo quadro normativo organico sull’intelligenza artificiale al mondo — e le politiche di tassazione digitale promosse dalla Commissione Europea rappresentano tentativi, imperfetti ma necessari, di applicare al capitalismo delle piattaforme i principi di responsabilità e redistribuzione che governano, almeno in teoria, il capitalismo industriale. In questo senso, il progetto europeo — con tutti i suoi ritardi burocratici, le sue contraddizioni e le sue cedevolezze ai poteri finanziari — rimane uno degli ultimi argini istituzionali contro la privatizzazione della sovranità. È significativo che proprio le aziende dell’ecosistema thielliano abbiano speso decine di milioni di dollari in attività di lobbying a Bruxelles per indebolire o ritardare queste normative.

La critica urbanistica a questa visione non può limitarsi alla denuncia morale — pur necessaria — ma deve articolarsi su un piano progettuale. Jan Gehl ha mostrato, attraverso decenni di ricerca sul campo a Copenaghen, Amsterdam e Melbourne, come la qualità dello spazio pubblico sia il principale indicatore del grado di civiltà democratica di una città: non i grattacieli, non i centri commerciali, non le aree residenziali recintate, ma i marciapiedi percorribili, le piazze vivibili, i parchi accessibili, i luoghi dove il caso fa incontrare persone diverse. Jane Jacobs, prima ancora, aveva intuito che la vitalità urbana si nutre di complessità, mescolanza di usi e di classi sociali, prossimità di funzioni diverse — quella che ella chiamava “diversità meravigliosa” e che i modelli privatizzati di città sistematicamente distruggono. Le enclave thielliane — siano esse galleggianti sull’oceano, infisse nel permafrost groenlandese o costruite su isole caraibiche deregolamentate — sono l’antitesi esatta di questo modello: spazi omogenei, segregati, accessibili solo a chi può pagare, dove la mescolanza sociale è per definizione esclusa.

Richard Sennett, nel suo lavoro sulla “città aperta”, ha proposto una distinzione fondamentale tra sistemi rigidi e sistemi porosi: i primi sono ottimizzati, efficienti, ma incapaci di adattarsi e di generare innovazione sociale; i secondi sono imperfetti, contraddittori, ma vitali e democratici. I territori thielliani aspirano alla perfezione del sistema chiuso: regole certe, contratti chiari, nessuna redistribuzione coatta, nessuna voce dissonante. Ma la storia dell’urbanistica insegna che i sistemi urbani chiusi muoiono. Le città che durano — Venezia, Amsterdam, Istanbul, New York — sono quelle che hanno saputo assorbire la contraddizione, il conflitto, la diversità non pianificata. Come ha scritto Bernardo Secchi, la città è prima di tutto una questione di giustizia: chi ha accesso a cosa, chi è incluso e chi è escluso, chi può abitare il centro e chi è confinato alla periferia.

Come urbanisti impegnati nel diritto alla città nel senso che David Harvey ha dato a questa espressione — non un diritto individuale, ma un potere collettivo di rifoggiare i processi di urbanizzazione secondo i bisogni sociali — dobbiamo denunciare questi esperimenti come un attacco frontale alla democrazia liberale e allo spazio pubblico. Ma la denuncia non basta. Occorre costruire un’alternativa credibile che dimostri come la pianificazione partecipata, la rigenerazione urbana orientata all’inclusione e la città dei quindici minuti possano produrre qualità della vita superiore a quella promessa dalle enclave privatizzate.

Vienna, Copenaghen, Barcellona hanno dimostrato che questo è possibile. Vienna, in particolare, con il suo sistema di Gemeindebau — l’edilizia residenziale pubblica che ospita circa il 60% della popolazione cittadina a canoni calmierati — dimostra che la giustizia distributiva non è incompatibile con la qualità architettonica e con la coesione sociale. Sono modelli imperfetti — anche qui le pressioni speculative, la gentrificazione e le disuguaglianze spaziali sono fenomeni reali — ma sono modelli che operano dentro il sistema democratico, non contro di esso. La sfida dell’urbanistica rigenerativa non è costruire utopie insulari per pochi eletti, ma rendere la città ordinaria più vivibile, più equa e più resiliente per tutti. È una sfida meno romantica e meno fotografabile di una piattaforma galleggiante nell’Oceano Pacifico. Ma è l’unica che valga davvero la pena di affrontare — e l’unica che abbia qualche speranza di durare nel tempo.

Commenti

Post popolari in questo blog

DATA -CENTER : che cosa sta accadendo?

Tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026, nelle cronache dei principali quotidiani e riviste specializzate del mondo, è comparsa una nuova sequenza di titoli tanto allarmanti quanto, per molti lettori europei, inattesi. «Scoppia una battaglia per 15 miliardi di dollari in data center nella contea rurale del sud della California»; «Oltre 200 gruppi ambientalisti chiedono la sospensione dei nuovi data center statunitensi»; «Dal Messico all'Irlanda, la furia cresce su una frenesia globale dell'IA»; «7 aprile 2026 :i cittadini di Port Washington, Wisconsin, hanno approvato il primo referendum negli Stati Uniti volto a limitare la capacità dei leader cittadini di concedere agevolazioni fiscali per futuri mega-progetti, inclusi i data center, senza il consenso diretto degli elettori»; Non si tratta di singole notizie isolate, bensì di segnali convergenti di un fenomeno strutturale che l'opinione pubblica europea stenta ancora a riconoscere nella sua dimensione ...

L’anacronismo della zonizzazione

L’anacronismo della zonizzazione Nel 2026 abitiamo città attraversate da flussi digitali, crisi climatiche e mobilità complesse, ma continuiamo a pianificarle con una grammatica concepita quando il carbone muoveva le fabbriche e il cavallo il trasporto urbano. La modernità, a quanto pare, ha corso più veloce dei nostri strumenti. Così, mentre il mondo cambia scala, velocità e bisogni, la zonizzazione continua a dividere la città come se il problema principale fosse ancora quello di tenere lontane le ciminiere dai dormitori operai. Reinhard Baumeister (1833–1917) non è semplicemente una figura di riferimento nella storia dell'urbanistica: è il fondatore della disciplina come scienza tecnica e giuridica autonoma. Prima che Camillo Sitte teorizzasse l'estetica della forma urbana o che Joseph Stübben codificasse le regole del tracciato stradale, Baumeister aveva già compiuto il passo decisivo: sistematizzare le leggi della crescita urbana industriale in un corpus normativo tra...