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L’anacronismo della zonizzazione

L’anacronismo della zonizzazione




Nel 2026 abitiamo città attraversate da flussi digitali, crisi climatiche e mobilità complesse, ma continuiamo a pianificarle con una grammatica concepita quando il carbone muoveva le fabbriche e il cavallo il trasporto urbano. La modernità, a quanto pare, ha corso più veloce dei nostri strumenti. Così, mentre il mondo cambia scala, velocità e bisogni, la zonizzazione continua a dividere la città come se il problema principale fosse ancora quello di tenere lontane le ciminiere dai dormitori operai.




Reinhard Baumeister (1833–1917) non è semplicemente una figura di riferimento nella storia dell'urbanistica: è il fondatore della disciplina come scienza tecnica e giuridica autonoma. Prima che Camillo Sitte teorizzasse l'estetica della forma urbana o che Joseph Stübben codificasse le regole del tracciato stradale, Baumeister aveva già compiuto il passo decisivo: sistematizzare le leggi della crescita urbana industriale in un corpus normativo trasmissibile e applicabile. A lui si deve la paternità intellettuale dello zoning in Germania, e attraverso la Germania, all'intera tradizione pianificatoria occidentale.

Nel 1874, al Congresso degli Architetti e Ingegneri tedeschi, Baumeister avanza una proposta destinata a ridisegnare il governo delle città per il secolo successivo: la suddivisione sistematica del territorio urbano in zone differenziate per funzione — residenziale contro industriale — e per intensità edificatoria, ovvero altezza e densità degli edifici. La radicalità della sua visione sta nella chiarezza del presupposto: lo zoning non è un esercizio estetico né un lusso accademico, ma uno strumento di polizia edilizia e igiene pubblica. Il suo obiettivo dichiarato è prevenire gli incendi e contenere la diffusione delle malattie. La città industriale uccideva i suoi abitanti, e Baumeister intendeva fermarla attraverso il diritto e la geometria.

Il suo testo del 1876, Stadterweiterungen in technischer, baupolizeilicher und wirtschaftlicher Beziehung (Ampliamenti urbani nei loro aspetti tecnici, di polizia edilizia ed economici), costituisce il primo manuale moderno di urbanistica in senso proprio: non una raccolta di precetti estetici, non un trattato di architettura, ma un sistema normativo completo, fondato su tre pilastri che determinano ancora oggi l'architettura concettuale della pianificazione occidentale. Il primo pilastro è tecnico: il tracciato delle strade, delle ferrovie e dei sistemi fognari come infrastruttura portante della crescita urbana. Il secondo è giuridico-normativo: i regolamenti edilizi e la zonizzazione come strumenti per garantire sicurezza e igiene pubblica. Il terzo è economico: la gestione dei costi e del mercato immobiliare per rendere finanziariamente sostenibili le espansioni urbane.

Per Baumeister, la questione cruciale non è soltanto la funzione — ovvero cosa accade in un edificio — ma l'intensità: quanto si costruisce, con quale densità, con quale altezza. Questa distinzione non è un dettaglio tecnico: è il fondamento epistemologico dello zoning come strumento di governo. Il suo sistema si articola in tre categorie operative che prefigurano con sorprendente precisione gli indici urbanistici contemporanei: la Gliederung, ovvero la suddivisione funzionale dello spazio urbano tra zone residenziali, industriali e miste; la Bauweise, la distinzione tipologica tra edilizia aperta — ville con giardino — e chiusa — isolati continui —; il Mass der baulichen Nutzung, la misura dell'uso edilizio, che differenzia il controllo dell'altezza e del numero di piani tra centro e periferia. Baumeister fu il primo a teorizzare che la città non potesse crescere in modo uniforme: questa intuizione, elementare nel suo enunciato, rivoluzionaria nelle sue implicazioni, è la matrice di tutti i sistemi di zonizzazione che il Novecento ha costruito e che il XXI secolo ha ereditato senza averli sostanzialmente ripensati.



IL MODELLO DI FRANCOFORTE 


Il laboratorio in cui le teorie di Baumeister acquisiscono forma giuridica e urbanistica compiuta è il Piano di Francoforte del 1891, guidato dal borgomastro Franz Adickes. Non si tratta di una semplice applicazione tecnica: il Piano di Francoforte diventa il prototipo fondativo dello zoning europeo e la matrice da cui discende — con variazioni significative ma con struttura immutata — tra il 70 e l'80% dei sistemi di pianificazione attualmente vigenti nel continente. Il modello si regge su due assi portanti: il gradualismo, con densità edilizie decrescenti man mano che ci si allontana dal centro secondo il modello delle corone circolari concentriche; e la priorità igienico-sanitaria, che usa la separazione delle zone come strumento per garantire aria e luce, riducendo la propagazione di malattie epidemiche come il colera. Questi due assi non sono scomparsi: si sono sedimentati, diventando i presupposti impliciti di una pianificazione che li ha assimilati senza più metterli in discussione.

Il contributo di Adickes non si limitò al disegno delle strade. La Lex Adickes sulla ricostituzione fondiaria — che permise al Comune di ridistribuire i lotti privati per creare strade e parchi, evitando il blocco della proprietà frammentata — è la traccia più indelebile di quella stagione: questo meccanismo di land pooling rimane alla base di molte trasformazioni urbanistiche tedesche ancora oggi. L'assetto radiale e anulare delle arterie di scorrimento, la distribuzione dei grandi parchi come il Grüneburgpark, acquisito sotto il suo mandato, e i primi quartieri di edilizia economica per dipendenti pubblici derivano direttamente dalla sua visione di espansione ordinata. A oltre un secolo di distanza, le tracce del Piano di Francoforte restano leggibili nel tessuto urbano della città. Questa persistenza, però, non è soltanto un segno di solidità progettuale: è anche la misura di un'inerzia. Ciò che era stata una risposta pionieristica alle sfide dell'industrializzazione si è trasformato, nel tempo, in un oggetto di riflessione critica — e in alcuni casi in un ostacolo.

Francoforte risponde oggi alle proprie contraddizioni storiche attraverso un'integrazione progressiva delle cosiddette Nature-Based Solutions (NbS): soluzioni che impiegano processi e sistemi naturali per affrontare problemi urbani strutturali — il surriscaldamento, la gestione delle acque meteoriche, il degrado della qualità dell'aria. Il salto qualitativo rispetto all'eredità di Adickes è misurabile: mentre lo zoning ottocentesco si limitava a prescrivere "qui non si costruisce", le NbS attive nella Francoforte contemporanea — dai tetti verdi obbligatori ai corridoi di ventilazione urbana — trattano il verde non come assenza di edificazione ma come infrastruttura tecnologica attiva, capace di produrre servizi ecosistemici quantificabili. La Green Belt (Grüngürtel), già eredità delle fasce di rispetto dell'epoca di Adickes, si è trasformata in un sistema resiliente di protezione della biodiversità e mitigazione dell'isola di calore urbana: la continuità formale con il passato cela una discontinuità funzionale radicale.



DUE MONDI, UNO STRUMENTO:L'EUROPA DEL 1846 E DEL 2026


Per misurare l'anacronismo dello zoning non bastano le categorie della critica urbanistica: occorre confrontare il mondo per cui questo strumento fu concepito con quello in cui viene ancora applicato. La distanza che separa l'Europa della metà dell'Ottocento dall'Europa del 2026 non è soltanto cronologica: è antropologica, tecnologica ed economica. Se questa distanza non viene resa visibile, il paradosso di un continente che pianifica il futuro con le logiche del passato rischia di restare un'affermazione retorica anziché un dato di fatto.

L'Europa del 1846 — all'alba dell'urbanistica moderna, nel pieno della prima rivoluzione industriale e alla vigilia dei moti del 1848 — conta circa 260-270 milioni di abitanti. Oltre l'80% di questa popolazione vive nelle campagne e lavora nell'agricoltura. Il primo grande esodo verso le città è appena iniziato, e le città industriali che ne risultano — Manchester, le periferie continentali di Berlino, le prime espansioni di Francoforte — crescono a ritmi insostenibili, ammassando la classe operaia in abitazioni sovraffollate, prive di servizi igienici di base, flagellate dal colera, dalla tubercolosi e dagli incendi. I bisogni primari della popolazione urbana sono elementari e drammatici: pane, patate, carbone per il riscaldamento, sopravvivenza biologica in un ambiente ostile. La carestia delle patate del 1845-1846, che devasta l'Irlanda e colpisce vaste aree del continente, dimostra la fragilità strutturale di un sistema agricolo che è ancora il motore dell'economia europea.

Il sistema dei trasporti è dominato dalla trazione animale su strade ordinarie e dai canali navigabili. Le ferrovie, in piena espansione durante la cosiddetta "febbre ferroviaria" degli anni Quaranta, stanno rivoluzionando il trasporto merci e passeggeri, ma per la maggior parte della popolazione lo spostamento quotidiano avviene a piedi o a cavallo. Non esistono automobili, né mezzi a motore su strada. Il telegrafo elettrico comincia a diffondersi lungo le linee ferroviarie, permettendo per la prima volta la trasmissione quasi istantanea delle informazioni. L'energia dominante è il vapore per le grandi macchine industriali, il lavoro manuale e l'energia animale per tutto il resto. L'industria è concentrata in poche aree specifiche — le regioni carbonifere e tessili della Gran Bretagna, del Belgio e della Francia settentrionale — e ruota attorno ai primi grandi complessi siderurgici alimentati a carbone e alle prime fabbriche tessili meccanizzate.

In questo contesto, lo zoning nasce per rispondere a un'esigenza sanitaria concreta e urgente: separare le abitazioni dalle ciminiere, isolare le industrie inquinanti che avvelenano l'aria con i fumi del carbone dai quartieri dove dormono — e muoiono — gli operai. La logica della separazione funzionale è, nel 1846, una logica di sopravvivenza. Non è un'astrazione teorica: è la risposta tecnica a una mortalità urbana che supera quella delle campagne di decenni.

L'Europa del 2026 è un altro pianeta. La popolazione ha raggiunto i 743 milioni di abitanti, ma il problema non è più la crescita demografica incontrollata: è l'invecchiamento. L'età mediana supera i 43 anni. Oltre il 76% della popolazione vive in aree urbane o metropolitane; le campagne si sono spopolate. La società non è più rurale né industriale: è una società di servizi, dominata dall'economia della conoscenza, dalla finanza, dall'innovazione tecnologica e dalla produzione immateriale. Le fabbriche a carbone che Baumeister voleva separare dalle abitazioni sono scomparse dai centri urbani — delocalizzate, riconvertite o dismesse — lasciando il posto a problematiche ambientali di natura completamente diversa: le emissioni da traffico veicolare, la transizione energetica verso le fonti rinnovabili, la gestione dei rifiuti e il consumo di suolo.

Il sistema dei trasporti si è trasformato in modo che Baumeister non avrebbe potuto concepire. Le carrozze a cavalli hanno ceduto il passo a un sistema intermodale fatto di automobili — sempre più spesso elettriche —, ferrovie ad alta velocità, metropolitane, reti tramviarie e trasporto aereo. Ma la trasformazione più radicale non riguarda il mezzo fisico: riguarda la smaterializzazione della mobilità stessa. Il telelavoro, le comunicazioni digitali istantanee, l'Internet of Things e l'intelligenza artificiale hanno ridotto la necessità di spostamento fisico per una quota crescente della popolazione, rendendo obsoleta la premessa fondamentale dello zoning — che il luogo in cui si abita debba essere diverso dal luogo in cui si lavora — per milioni di lavoratori del settore terziario.

I bisogni della popolazione urbana contemporanea non hanno più nulla a che vedere con quelli del 1846. La lotta per il cibo e il riscaldamento è stata sostituita da esigenze che il vocabolario ottocentesco non contemplava: connettività digitale ad alta velocità, mobilità sostenibile, abitazioni a prezzi accessibili in un mercato distorto dalla gentrificazione e dagli affitti brevi, tutela della qualità dell'aria, accesso a spazi verdi e a servizi di prossimità. L'accesso all'acqua potabile e alle fognature — i problemi che lo zoning intendeva risolvere — è universalmente garantito. Le malattie infettive che decimavano le città industriali sono state contenute dalla medicina moderna e dalle infrastrutture sanitarie.

Eppure, lo strumento con cui l'Europa governa i propri territori è rimasto strutturalmente identico a quello concepito per separare le ciminiere dai dormitori operai. Lo zoning continua a dividere rigidamente il territorio in compartimenti funzionali — qui si abita, là si lavora, altrove si consuma — in un mondo dove queste separazioni non corrispondono più alla realtà della vita quotidiana. Non si lavora più nello stesso luogo per tutta la vita; non esiste più la vicinanza obbligata tra la residenza e l'industria pesante; le attività terziarie non producono le emissioni che giustificavano la separazione ottocentesca. La conseguenza diretta è il fenomeno dei pendolari: milioni di persone costrette a spostamenti quotidiani tra zone monofunzionali, generando traffico, inquinamento e un consumo di tempo che nessun bilancio urbanistico contabilizza. Lo spreco di risorse è speculare: gli uffici restano vuoti la sera, i quartieri residenziali si svuotano di giorno, gli spazi vengono utilizzati per una frazione della giornata e restano inutilizzati per il resto.

Questo confronto non ha un valore puramente illustrativo: dimostra che lo zoning e il laissez-faire economico applicato al suolo sono due logiche nate nella modernità industriale per rispondere a problemi specifici di quella fase storica, e che la loro persistenza in un contesto tecnologico, demografico ed economico radicalmente diverso produce non ordine ma rigidità, non protezione ma disuguaglianza, non efficienza ma spreco sistemico.



CRITICHE DEGLI URBANISTI CONTEMPORANEI


La prima e più radicale critica che gli studiosi contemporanei muovono all'eredità di Baumeister e Adickes riguarda la rigidità funzionale dello zoning estremo. La separazione netta tra zone residenziali e zone produttive — che nell'Ottocento rispondeva a un'esigenza sanitaria reale e urgente — ha prodotto nel tempo quella che gli urbanisti definiscono "città dei flussi": un sistema territoriale dove l'abitare, il lavorare e il consumare occupano luoghi separati e non comunicanti, costringendo i cittadini a spostamenti quotidiani di lunga percorrenza. La conseguenza diretta è un'iperproduzione di mobilità obbligata che alimenta l'inquinamento atmosferico, satura le infrastrutture viarie e genera un costo energetico e temporale cronico che ricade integralmente sui residenti, non sui pianificatori che hanno disegnato quella separazione.

La seconda criticità strutturale investe la dimensione della giustizia spaziale. Gli urbanisti tedeschi hanno documentato con crescente evidenza come lo zoning per intensità — ovvero la differenziazione delle altezze e delle tipologie edilizie in funzione della capacità di spesa dei futuri residenti — abbia cristallizzato, anziché attenuare, la segregazione sociale su base territoriale. La distinzione ottocentesca tra edilizia "aperta" per le classi agiate e isolati "chiusi" per i lavoratori non ha prodotto soltanto una differenza architettonica: ha impresso nel suolo una gerarchia sociale che decenni di trasformazione economica non sono riusciti a dissolvere. Il risultato è una città dove la mistura sociale — condizione riconosciuta come fattore di resilienza comunitaria e coesione civica — rimane strutturalmente inibita dal disegno stesso del piano.

La terza linea critica tocca la radice economica dello zoning e ne rivela il paradosso fondativo: Adickes concepì il suo sistema proprio per disciplinare il mercato fondiario, ma la codificazione dei diritti edificatori per zona — ovvero la certezza legale di poter costruire un determinato volume in un determinato luogo — ha generato esattamente l'effetto opposto. Assegnare un indice di edificabilità a un'area significa attribuirle un valore finanziario prima ancora che un mattone venga posato: è la mappa stessa a produrre rendita, indipendentemente da qualsiasi investimento produttivo o qualitativo. Lo strumento nato per ordinare è diventato il motore della speculazione che intendeva contenere.



ZONING E RENDITA: UNA DISTINZIONE NECESSARIA


La critica allo zoning e la critica alla rendita speculativa convergono frequentemente nel dibattito urbanistico, fino a confondersi. È necessario operare una distinzione concettuale rigorosa, perché dalla chiarezza di questa distinzione dipende la possibilità stessa di riformare gli strumenti senza gettare il bambino con l'acqua sporca.

Lo zoning, nella sua essenza, è uno strumento di separazione delle funzioni: stabilisce dove si può abitare, dove si può produrre, dove si può commerciare. In quanto tale, non è intrinsecamente speculativo. Lo diventa — e lo diventa sistematicamente — nel momento in cui l'atto amministrativo con cui il decisore pubblico attribuisce una destinazione edificatoria a un'area non è accompagnato da meccanismi di restituzione del plusvalore alla collettività. Il passaggio di un terreno da destinazione agricola a destinazione edificabile produce un salto di valore economico esponenziale: questo incremento non è un valore intrinseco del suolo, non è il frutto di un investimento del proprietario, non è la ricompensa di una capacità imprenditoriale. È un valore artificiale, interamente generato da una decisione pubblica — la "macchia di colore" sulla tavola del piano — che trasforma una scelta collettiva in un guadagno privato.

Il meccanismo della rendita speculativa si attiva, dunque, non nella separazione delle funzioni in sé, ma nel laissez-faire che segue l'atto di zonizzazione. Nel momento in cui il decisore pubblico si limita a zonizzare — a colorare la mappa — senza imporre contropartite, senza negoziare la restituzione del plusvalore, senza gestire direttamente o indirettamente la trasformazione, l'incremento di valore viene interamente catturato dal proprietario privato. Il capital gain fondiario è così il prodotto di una scelta della collettività di cui la collettività non beneficia: è la rendita nella sua forma più pura, quella che gli economisti classici — da David Ricardo a Henry George — definivano "non guadagnata" (unearned increment).

Questa distinzione non è accademica: ha conseguenze operative dirette. Se lo zoning fosse intrinsecamente speculativo, l'unica soluzione sarebbe abolirlo. Se invece — come i fatti dimostrano — la speculazione nasce dall'assenza di meccanismi redistributivi che accompagnino l'atto di zonizzazione, allora la soluzione non è l'abolizione ma la riforma: subordinare ogni attribuzione di capacità edificatoria a un sistema di cattura del plusvalore che restituisca alla collettività ciò che la collettività ha generato. In Italia, la perequazione urbanistica rappresenta il tentativo più avanzato di colmare questa lacuna, con risultati che, come il caso delle ex aree Falck ha dimostrato, oscillano tra il pragmatismo necessario e la subalternità al mercato.



2026: URGENZA, GIUSTIZIA SPAZIALE E PARADOSSI ITALIANI



La città contemporanea abita un paradosso temporale che ne comprime la vitalità biologica e sociale. Nel 2026, governiamo territori immersi in flussi immateriali, attraversati da crisi climatiche sistemiche e dalla ridefinizione profonda dei legami comunitari — eppure continuiamo a tracciarli con gli strumenti di un sapere ottocentesco. Lo zoning, le cui radici affondano nelle ordinanze di polizia prussiane della fine del XVIII secolo e trovano consacrazione accademica nella Carta d'Atene del 1933, ha ridotto l'organismo urbano a una macchina banale: una sommatoria di funzioni isolate — abitare, lavorare, ricrearsi, circolare — che nega l'essenza stessa dell'urbano. Come sottolineava Bernardo Secchi, l'urbanistica non è una tecnica neutrale ma un progetto di società: mantenere oggi la compartimentazione funzionale significa riprodurre consapevolmente una città-asset, dove lo spazio viene frammentato per facilitarne la finanziarizzazione e la vendita a lotti, ignorando che la complessità urbana non si amministra per compartimenti stagni.

L'obsolescenza dello zoning non configura un semplice limite tecnico: produce una frattura attiva nel tessuto della giustizia spaziale. Henri Lefebvre ha dimostrato che lo spazio è un prodotto sociale — non uno sfondo neutro dell'azione umana, ma un campo di forze dove si condensano rapporti di potere. Sotto il paradigma neoliberista, la zonizzazione si è trasformata nello strumento d'elezione per la segregazione invisibile: espelle i corpi non produttivi verso periferie deprivate, recinta l'eccellenza economica in enclave protette, e lo fa con la legittimità formale di una tavola cromatica approvata in consiglio comunale. I dati Eurostat (2024) confermano che la rigidità dei piani urbanistici tradizionali determina l'aumento strutturale dei costi abitativi nelle aree centrali, trasformando i centri storici in musei per il turismo estrattivo e le periferie in dormitori mononucleari. Questa pianificazione opera come dispositivo di esclusione che sistematicamente nega il "Diritto alla Città", inteso da David Harvey non come semplice accesso ai servizi ma come potere collettivo di plasmare i processi di urbanizzazione stessa.

La correlazione tra rigidità pianificatoria e dinamiche di prezzo non segue in Italia una logica lineare: la rivela, invece, un paradosso che smonta simultaneamente le certezze dei riformatori e quelle dei conservatori. Il caso dell'Emilia-Romagna è emblematico. La L.R. 24/2017, nel perseguire l'obiettivo del saldo zero di suolo attraverso il PUG, ha ristretto l'offerta potenziale di nuove abitazioni da circa 250 km² a 70 km² di suolo edificabile stimato. L'esito sul mercato è stato controintuitivo: Bologna, laboratorio della riforma più avanzata del Paese, è diventata nel giro di pochi anni una delle città meno accessibili d'Italia, con l'incidenza dell'affitto o del mutuo sul reddito ampiamente superiore alla soglia critica del 30%. La flessibilità procedurale introdotta dagli Accordi Operativi non ha compensato la rigidità fisica del limite al consumo di suolo in un contesto ad alta domanda: il risultato è stata un'accelerazione della gentrificazione e una pressione espulsiva sui ceti medi che la riforma, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto contrastare.

Il quadro meridionale presenta una patologia speculare ma di segno opposto. Dove la pianificazione è bloccata — molti comuni del Sud operano ancora con PRG ultra-decennali tecnicamente vigenti ma praticamente inefficaci — l'offerta viene integrata da un abusivismo edilizio strutturale che nel Mezzogiorno raggiunge fino a 42 costruzioni abusive ogni 100 legali (dato 2021). Il mercato immobiliare mantiene prezzi più bassi: a Palermo, il costo annuo per mantenere un'abitazione rimane inferiore agli 8.500 euro, contro gli oltre 11.000 euro di Milano. Ma questo risparmio è l'altra faccia di un territorio deregolamentato, dove il basso costo abitativo è acquistato al prezzo della carenza cronica di servizi, infrastrutture e qualità dello spazio pubblico. Non è accessibilità: è impoverimento consentito.

A complicare ulteriormente il quadro, un fattore strutturale che lo zoning tradizionale ha sistematicamente ignorato: l'esistenza di circa 8,5 milioni di abitazioni vuote in Italia — una ogni sette abitanti. Lo zoning del 2026, sia nella versione rigida che in quella flessibile, continua a pianificare l'offerta futura senza affrontare il nodo dello stock esistente inutilizzato. I costi di ristrutturazione elevati e l'incertezza giuridica sulle procedure di locazione bloccano la re-immissione di questo patrimonio sul mercato, generando una "penuria artificiale": la bolla dei prezzi nei centri attrattivi si alimenta non solo di scarsità reale, ma di scarsità prodotta da un sistema normativo incapace di incentivare il recupero dell'esistente.



L'EGEMONIA NORMATIVA E I MODELLI EUROPEI E GLOBALI



Mentre le sfide climatiche e sociali accelerano verso soglie di irreversibilità, la pratica quotidiana del governo del territorio registra un'inerzia strutturale che non è imputabile all'ignoranza, ma alla scelta — consapevole o tacita — di non cambiare. I dati lo attestano con precisione: oltre l'80% degli strumenti di pianificazione vigenti, in Europa come nel resto del mondo, si fonda ancora sulla ripartizione rigida e prescrittiva del suolo. Lo confermano i rapporti ESPON, che classificano la stragrande maggioranza dei sistemi continentali sotto l'egida del "Land-use planning" tradizionale; lo ribadiscono le analisi di UN-Habitat su scala globale.

Lo zoning mantiene il proprio ruolo di pilastro fondamentale nell'Europa continentale e mediterranea. L'analisi comparata rivela quattro famiglie pianificatorie distinte. Il primo modello è il Land-Use Planning o zoning classico, dominante in Italia (PRG/PGT), Germania (Bebauungsplan) e Francia (PLU): il territorio è diviso in zone colorate sulla mappa e per ciascuna il piano stabilisce parametri rigidi. Il punto di forza è la certezza del diritto. Il secondo modello è il sistema discrezionale o performance-based, tipico del Regno Unito: non esistono mappe che conferiscono diritti edificatori automatici, ogni proposta viene valutata singolarmente. Il terzo modello è la tradizione morfologica, radicata in Italia e Grecia, dove lo zoning regola non solo la funzione ma la forma degli edifici e dello spazio urbano. Il quarto è il Comprehensive Integrated Approach dei Paesi Bassi e dei paesi scandinavi, dove lo zoning è subordinato a strategie di coordinamento intersettoriale che rendono il sistema resiliente alle variazioni climatiche e demografiche.

A livello globale, circa il 90% delle nazioni con un sistema pianificatorio codificato utilizza una qualche forma di zonizzazione. La ragione strutturale di questa persistenza è la bancabilità: le banche e gli investitori preferiscono lo zoning perché una mappa colorata dice chiaramente "qui puoi costruire X metri quadri", riducendo il rischio finanziario rispetto a un sistema dove ogni intervento è negoziato.

Due casi di studio rappresentano gli estremi dello spettro interpretativo. Il Giappone ha mantenuto stabili i prezzi abitativi attraverso un sistema di soli 12 zone nazionali a struttura gerarchica inclusiva: se una zona ammette l'uso commerciale pesante, ammette automaticamente anche quello leggero e il residenziale, portando la percentuale di mix funzionale vicino al 90% nelle aree urbane e rendendo praticamente impossibile la creazione di aree puramente monofunzionali. L'Italia, all'opposto, esemplifica la tensione irrisolta tra il modello del PRG — fondato sul D.M. 1444/1968 e le sue Zone Omogenee — e le riforme regionali di ultima generazione.

La genesi dello zoning americano rivela una parentela diretta con il modello di Francoforte. Nel 1910, una commissione di pianificatori americani guidata da George Ford visita Francoforte e ne importa la struttura nel primo ordinamento di zoning degli Stati Uniti: quello di New York del 1916. La traduzione culturale, tuttavia, rovescia la finalità: mentre in Europa lo zoning serviva a costruire una città pubblica ordinata e igienicamente sicura, a New York diventa uno strumento per proteggere la rendita immobiliare nelle aree pregiate, dando vita alla tipica forma "a torta nuziale" (setback) degli edifici di Manhattan. Come ha documentato Giorgio Piccinato (Officina, Roma, 1974-1977) in  La costruzione dell'urbanistica: Germania 1871-1914, questo scambio transatlantico trasforma lo strumento di controllo sociale e igienico in strumento di tutela patrimoniale. Il paradosso attuale è che tanto Francoforte quanto New York si confrontano con il medesimo problema — la desertificazione notturna dei centri finanziari — spingendo entrambe verso politiche di "de-zonizzazione" per reintrodurre abitazioni e vita sociale nei distretti del terziario avanzato.



LA CRITICA ITALIANA: DA AVARELLO A SALZANO



Nel panorama della critica urbanistica italiana, Paolo Avarello occupa una posizione di rilievo: accademico, direttore della rivista Urbanistica, voce autorevole dell'Istituto Nazionale di Urbanistica, e per chi scrive Professore, mèntore nonchè amico. Il suo contributo più incisivo consiste nell'aver dimostrato l'obsolescenza strutturale del piano come "disegno finito" della città, contrapponendo al piano-regolamento — lo zoning classico che concepisce la città come un puzzle con funzioni assegnate e immutabili — il piano-processo: uno strumento che non pretende di prevedere la forma futura della città, ma governa le condizioni della sua trasformazione. È questa sostituzione epistemologica — dalla prescrizione alla processualità — che Avarello indica come la condizione necessaria per restituire all'urbanistica la sua capacità di rispondere al reale.

Accanto ad Avarello, il dibattito italiano si è arricchito di voci complementari e talvolta divergenti. Bernardo Secchi, in La città dei ricchi e la città dei poveri, ha sviluppato la critica alla separazione urbanistica come atto politico che cristallizza la segregazione sociale, mostrando come lo zoning abbia distrutto la "continuità" che rendeva storicamente vivibili le città europee. Giuseppe Campos Venuti ha guidato il passaggio dallo zoning "quantitativo" a quello "qualitativo", introducendo il concetto di variante di salvaguardia e la necessità di limitare lo zoning alla città esistente. Edoardo Salzano ha analizzato lo zoning come strumento di potere economico, sostenendo che fosse diventato un modo per "monetizzare" il diritto alla città a scapito dei servizi pubblici e del verde.

La divergenza tra Salzano e Avarello — tra la pianificazione autoritativa che comanda e l'urbanistica contrattata che negozia — si è materializzata emblematicamente nel caso delle ex aree Falck di Sesto San Giovanni. Con 1,45 milioni di metri quadrati, il progetto "Milanosesto" ha messo alla prova la perequazione urbanistica lombarda: circa un milione di metri quadrati di superficie lorda di pavimento in cambio della cessione gratuita del 65% dell'area per un parco urbano e della bonifica integrale dei suoli, stimata tra 250 e 300 milioni di euro a carico del privato. L'iter — oltre venticinque anni dalla chiusura degli impianti nel 1996 ai primi cantieri significativi — ha dimostrato che la perequazione lega i tempi della trasformazione pubblica ai cicli del mercato immobiliare: quando il mercato rallenta, la "città pubblica" resta un deserto recintato. Le critiche hanno investito il dimensionamento eccessivo delle densità edilizie, la gentrificazione del mercato residenziale sestese e l'opacità dell'iter, confermando che la perequazione ha funzionato come meccanismo finanziario più che come dispositivo di progettazione urbana. Il caso dell'ex Opificio Cantoni di Legnano ha aggiunto un'ulteriore variazione: qui la perequazione ha prodotto un centro commerciale e residenze di pregio, ma la "città pubblica" ottenuta in cambio — piazze e parcheggi — è stata percepita come spazio servile alle funzioni commerciali private, anziché come spazio civico autonomo.

Avarello aveva ragione nel sostenere che senza la perequazione quelle aree sarebbero rimaste buchi neri di degrado; Salzano aveva ragione nel prevedere che con essa il disegno della città sarebbe diventato funzione del business plan del promotore. La verità urbanistica si colloca in quel territorio scomodo tra le due posizioni, e pretende strumenti più sofisticati di quelli che il dibattito italiano ha saputo produrre.



L'ARCHITETTURA NORMATIVA ITALIANA E LA CRONACA DI UNA RIFORMA MANCATA



L'Italia rappresenta il caso paradigmatico della contraddizione tra persistenza normativa e necessità di trasformazione. Il sistema pianificatorio nazionale resta formalmente fondato sulla Legge Urbanistica del 1942, mentre alcune regioni sperimentano modelli alternativi orientati alla flessibilità procedurale e al contenimento del consumo di suolo. Il risultato è una "schizofrenia urbanistica" istituzionale: un paese dove la norma nazionale prescrive l'immobilismo e la norma regionale insegue l'innovazione, senza che i due livelli trovino un quadro di riferimento comune.

La Lombardia ha istituzionalizzato il passaggio con il PGT (L.R. 12/2005): il Documento di Piano, senza valore conformativo della proprietà e con validità quinquennale, introduce la dimensione strategica; il Piano delle Regole mantiene lo zoning limitandolo all'edificato esistente, preservando la morfologia senza cristallizzare rendite future. L'Emilia-Romagna rappresenta l'evoluzione più recente con il PUG (L.R. 24/2017) e gli Accordi Operativi: la trasformazione non avviene più perché "lo dice la zona sulla mappa", ma tramite negoziazione pubblica in cui il privato deve dimostrare il beneficio pubblico dell'intervento. È il passaggio definitivo dalla concessione — diritto intrinseco — alla convenzione — diritto contrattato.

L'incertezza normativa che ne risulta è il sedimento di decenni di tentativi di riforma sistematicamente naufragati. Nel 2006, il DDL Mantini propone la separazione della proprietà del suolo dal diritto di edificare, ispirata al modello francese: cade con il Governo Prodi II.

Nel 2005, il DDL Lupi — relatore alla Camera lo stesso Maurizio Lupi, governo Berlusconi III — tenta di sostituire il PRG con Piano Strutturale e Piano Operativo: approvato a Montecitorio, decade senza completare l'iter al Senato con la fine della legislatura. Il tentativo torna, con esito altrettanto interlocutorio, nel luglio 2014, quando lo stesso Lupi, divenuto Ministro delle Infrastrutture nel governo Renzi, presenta una nuova delega per sostituire la legge del 1942 con un Regolamento Edilizio Unico: la proposta naufraga sotto le critiche dell'INU e non giunge ad approvazione definitiva.

Le ragioni strutturali di questo fallimento ripetuto riflettono tre nodi sistemici. Il primo è il conflitto costituzionale tra Stato e Regioni dopo la riforma del Titolo V del 2001: qualsiasi tentativo di codificazione nazionale viene percepito come un'invasione di campo. Il secondo è la dipendenza strutturale dei Comuni dalle entrate da urbanizzazione: una riforma che blocchi l'espansione senza meccanismi compensativi manderebbe in dissesto centinaia di bilanci comunali. Il terzo è il feticcio della rendita: in Italia la proprietà immobiliare è il pilastro del risparmio familiare, e qualsiasi governo che si avvicini a quel confine attiva una coalizione difensiva trasversale ai partiti.

Al 2026, il Parlamento non discute più di una legge urbanistica organica ma di una Legge Quadro sulla Rigenerazione Urbana. L'INU chiede pianificazione adattiva per il clima; l'ANCE vuole certezza dei tempi e incentivi per demolizione e ricostruzione; Confedilizia resiste a qualsiasi prelievo del plusvalore; la CNA chiede che la rigenerazione non sia riservata ai grandi promotori. Il punto critico è politico prima che tecnico: il conflitto non si gioca più tra chi vuole costruire e chi vuole proteggere il territorio, ma su chi deve pagare la rigenerazione. Senza risorse pubbliche per il cofinanziamento delle infrastrutture e senza meccanismi fiscali che rendano il recupero dell'esistente competitivo rispetto alla nuova costruzione, qualsiasi legge-quadro rischia di essere un piano-regolamento travestito da piano-processo: la forma del cambiamento senza la sostanza.



LA DIMENSIONE AMBIENTALE:  ZONING Vs. EMERGENZA CLIMATICA



I dati ISPRA del 2025 documentano un processo in atto e irreversibile nella sua componente fisica: nel 2024, il consumo di suolo in Italia ha raggiunto la velocità di 2,7 metri quadrati al secondo — 230.000 metri quadrati al giorno — il valore più alto dell'ultimo decennio, con un incremento del 15,6% rispetto all'anno precedente. La superficie totale cementificata supera i 21.500 chilometri quadrati, pari al 7,17% del territorio nazionale.

Il legame tra impermeabilizzazione del suolo e aggravamento degli eventi estremi è oggi scientificamente consolidato. L'alluvione dell'Emilia-Romagna nel maggio 2023 — la regione con il maggiore consumo di suolo annuale, circa 1.000 ettari nel 2024 — offre il caso più eloquente: circa il 50% del suolo consumato nell'ultimo anno in quella regione è avvenuto in zone già classificate a pericolosità da alluvione media. Non si tratta di una coincidenza geografica, ma della conseguenza diretta di decenni di pianificazione che ha autorizzato l'urbanizzazione in aree-fragili, riducendo progressivamente la capacità di laminazione naturale dei suoli. L'impermeabilizzazione elimina l'"effetto spugna" del terreno: ogni ettaro sottratto alla permeabilità naturale produce un incremento del deflusso superficiale che si scarica sulle reti fognarie e sui corsi d'acqua, moltiplicando frequenza e intensità degli allagamenti urbani. Sul fronte termico, le rilevazioni CMCC e ISPRA documentano che nelle città italiane più impermeabilizzate — Milano e Bologna tra le prime — la temperatura superficiale durante le ondate di calore supera di 4-6°C quella delle aree rurali circostanti, con effetti diretti sulla mortalità in eccesso e sui consumi energetici per il raffrescamento.

ISPRA ha calcolato che la perdita annuale di servizi ecosistemici causata dal consumo di suolo tra il 2006 e il 2023 oscilla tra 8,22 e 10,06 miliardi di euro. Il valore medio per ettaro consumato si attesta intorno agli 88.000 euro — una cifra che non compare mai nei bilanci comunali né negli oneri di urbanizzazione pagati dai costruttori. Il suolo viene ceduto all'urbanizzazione a prezzi che non incorporano il costo reale della sua perdita: i costi occulti — gestione delle emergenze idrogeologiche, manutenzione delle infrastrutture di drenaggio, raffrescamento artificiale degli spazi pubblici — vengono socializzati sulla collettività, mentre i profitti dell'urbanizzazione vengono privatizzati.

Se lo zoning classico organizzava il territorio separando le funzioni, lo zoning del 2026 deve riorganizzarlo separando gli impatti: non dove si abita, ma quanta CO₂ produce quell'abitare; non dove si produce, ma quale impronta idrologica genera quella produzione. La nuova pianificazione deve stabilire standard prestazionali vincolanti: invarianza idraulica per ogni nuova costruzione, obblighi su materiali riflettenti o tetti verdi per contrastare le isole di calore, bilancio ecologico tra superfici impermeabili e aree di assorbimento della CO₂. La risposta dello zoning a crescita zero — dove i perimetri urbani diventano confini invalicabili e la densificazione dell'esistente si afferma come unica strategia possibile — non è un'opzione ideologica: è una necessità fisica imposta dai limiti del territorio. Il problema è che senza strumenti per valorizzare il patrimonio edilizio esistente e per distribuire equamente i costi della transizione, il confine invalicabile produce scarsità artificiale e speculazione anziché rigenerazione.



LA CITTÀ DEI 15 MINUTI: TRA UTOPIA PROGETTUALE E MERCATO



L'idea della "città del quarto d'ora", teorizzata da Carlos Moreno e resa celebre da Anne Hidalgo a Parigi, è diventata la narrazione dominante dell'urbanistica progressista mondiale. Ma il passaggio dalla teoria alla pratica amministrativa rivela le contraddizioni strutturali di un modello che rischia di riprodurre — in forme apparentemente più accettabili — gli stessi meccanismi di esclusione che intende combattere.

L'esperimento parigino offre evidenze duplici e in parte contraddittorie. La qualità della vita nei quartieri interessati è migliorata in modo misurabile; ma la trasformazione di aree centrali in zone ciclopedonali ha determinato un aumento significativo del valore immobiliare, spingendo le famiglie di classe media verso le banlieue e generando paradossalmente un incremento del pendolarismo forzato per coloro che non possono permettersi i prezzi del centro rigenerato. Il modello ha funzionato dove la densità preesistente era sufficiente a sostenere economicamente i servizi di prossimità: il tessuto haussmanniano del centro parigino era già, nella sua struttura storica, un territorio prossimo alla città dei 15 minuti. Applicarlo alle periferie — dove mancano i servizi di base, la densità è troppo bassa per renderli economicamente sostenibili e la mobilità privata è strutturalmente necessaria — si è rivelato molto più complesso di quanto la narrazione politica suggerisse.

In Italia, Milano ha trasformato spazi residuali in piazze pubbliche attraverso l'urbanistica tattica — da Dergano a NoLo — con effetti positivi sulla qualità della vita locale. Tuttavia, la rapidità di questa trasformazione estetica ha prodotto "gentrificazione verde": l'espulsione progressiva dei residenti storici a favore di esercizi food&beverage, spazi di coworking e affitti brevi, trasformando i "15 minuti" da misura di politica pubblica a strumento di marketing territoriale. Roma ha intrapreso la via dei "15 Municipi, 15 Progetti", scontrandosi con la monofunzionalità delle periferie nate dallo zoning espansivo degli anni '70/'80: portare scuole, ambulatori e uffici entro 15 minuti di distanza pedestre richiede investimenti strutturali incompatibili con i bilanci comunali ordinari.

Tre limiti fondamentali emergono dall'analisi comparata. Il primo riguarda l'adattamento dello stock edilizio: convertire edifici esistenti in abitazioni o servizi di prossimità comporta costi che il privato sostiene solo in cambio di aumenti di cubatura, innescando quella densificazione intensa che il modello intendeva evitare. Il secondo riguarda il rischio del "ghetto dorato": la moltiplicazione di enclave autosufficienti rischia di ridurre la mobilità sociale e il confronto tra classi diverse che storicamente si produce negli spazi condivisi della città. Il terzo è il digital divide della mobilità: il modello presuppone che una quota significativa della popolazione possa lavorare da remoto, escludendo strutturalmente la classe operaia e dei servizi che deve spostarsi fisicamente attraverso zone dove la viabilità è stata rallentata.

Il limite principale che il 2026 porta in evidenza è metodologico: il modello è stato applicato prevalentemente come restyling-estetico — panchine, vasi di fiori, murales, ciclabili — piuttosto che come ridistribuzione strutturale dei servizi essenziali. Senza questo impegno redistributivo, la città dei 15 minuti non supera lo zoning: ne riproduce la logica di esclusione con un vocabolario più accattivante.



LA DIMENSIONE ECONOMICA: DAL PERMESSO GRATUITO AL CONTRATTO DI SVILUPPO



L'economia dello zoning tradizionale ha storicamente e sistematicamente favorito la rendita di posizione, generando plusvalori fondiari che si sono accumulati privatamente senza alcun corrispettivo pubblico. L'urbanistica contemporanea orienta i propri strumenti verso la cattura del plusvalore (value capture): la restituzione alla collettività — sotto forma di servizi, infrastrutture o edilizia sociale — di quella quota di incremento del valore fondiario prodotta dalle decisioni pubbliche di pianificazione, non dall'iniziativa privata.

Attraverso la perequazione, il Comune gestisce gli indici edificatori come moneta urbanistica. Il contributo straordinario impone che il plusvalore generato da una variante sia restituito — in una quota spesso tra il 50% e il 60% — sotto forma di opere pubbliche o edilizia sociale. L'internalizzazione delle esternalità trasforma lo zoning da "permesso gratuito" a "contratto di sviluppo", imponendo al privato di farsi carico dei costi che il suo intervento genera sulla città: traffico, inquinamento, pressione sui servizi.

Lo zoning espansivo era economicamente sostenibile finché il suolo agricolo costava poco. Oggi, con la saturazione del territorio e l'obiettivo europeo di azzeramento del consumo netto di suolo entro il 2050, l'economia si sposta sul recupero. La rigenerazione urbana ha costi elevati di bonifica e demolizione: il nuovo zoning deve quindi concedere premi di edificabilità o incentivi fiscali per rendere il recupero dell'esistente finanziariamente competitivo rispetto all'espansione in aree verdi.

La transizione dal paradigma della zonizzazione funzionalista verso modelli prestazionali ed ecologici segna il passaggio da un'urbanistica meramente distributiva a una di natura rigenerativa. Sotto il profilo economico, la neutralizzazione della rendita parassitaria attraverso la cattura del plusvalore consente di finanziare la resilienza urbana. Sotto il profilo ambientale, la rinuncia alla pretesa di "ordinare" le funzioni a favore della "gestione degli impatti" permette alla città di adattarsi dinamicamente alle sfide climatiche. Il progetto di territorio cessa di essere una mappa cromatica di divieti per farsi strategia di sopravvivenza ecosistemica.



L'ANACRONISMO DELLA NORMA E LA CITTÀ POST-INDUSTRIALE



Il percorso di analisi compiuto evidenzia un paradosso ontologico che l'urbanistica del 2026 non può più ignorare: la gestione della complessità urbana contemporanea è ancora delegata a dispositivi normativi concepiti nel cuore della Rivoluzione Industriale. La riflessione su autori come Reinhard Baumeister e Franz Adickes non ha un valore meramente archeologico, ma svela la persistenza di un "peccato originale" metodologico. Lo zoning, nato per separare le ciminiere dai dormitori operai in un'Europa rurale di 260 milioni di abitanti dove il trasporto avveniva a cavallo e il colera decimava i quartieri industriali, viene ancora applicato a un continente di 743 milioni di abitanti prevalentemente urbani, connessi digitalmente, occupati nei servizi, minacciati non più dai fumi del carbone ma dalla crisi climatica e dalla disuguaglianza patrimoniale. Ciò che in Baumeister era uno strumento di igiene pubblica e in Adickes un meccanismo di ordine civile è diventato, attraverso decenni di sedimentazione burocratica e di cattura da parte degli interessi immobiliari, il dispositivo principale di produzione della segregazione spaziale e — nella sua applicazione distorta, priva di meccanismi redistributivi — uno dei motori della rendita speculativa.

La scissione tra il dover essere teorico di una città liquida, porosa e adattiva, e il poter fare legislativo di un PRG rigido e burocratizzato rappresenta il vero fallimento della disciplina. Non un fallimento tecnico, ma politico e culturale. I casi esaminati — dalle ex aree Falck alla riforma emiliana che ha contenuto il suolo edificabile producendo un aumento dei prezzi, dalla cronologia dei DDL urbanistici naufragati al paradosso parigino della città dei 15 minuti che espelle i suoi stessi beneficiari — convergono verso una diagnosi comune: lo strumento non riesce più a leggere la città che intende governare.

È intellettualmente onesto ammettere che continuare a governare le sfide del Net Land Take, della crisi abitativa e dell'emergenza climatica con gli strumenti concettualmente forgiati nel 1891 non è solo un'inefficienza procedurale, ma un atto di cecità politica. Lo zoning puro non produce più ordine: produce contenzioso amministrativo, segregazione strutturale e — quando non accompagnato dalla cattura del plusvalore — rendita non guadagnata che si accumula privatamente a spese della collettività. Il dato delle 8,5 milioni di abitazioni vuote in Italia, mentre migliaia di famiglie vengono espulse verso periferie prive di servizi, è la misura più precisa di questo fallimento: non mancano le case, manca la capacità normativa di rimetterle in circolo.

Se l'urbanistica intende riacquistare un ruolo sociale autentico, deve avere il coraggio di superare definitivamente il modello del "piano-fotografia" a favore del "piano-processo". Il paradosso di un 2026 governato con gli strumenti del 1891 può essere sciolto solo accettando che la città non è una macchina da sezionare in funzioni separate, ma un organismo vivente che richiede regole prestazionali — capaci di governare gli impatti — anziché divieti zonali — capaci solo di cristallizzare le rendite. La sfida non è più disegnare il confine tra le funzioni: è tessere le relazioni tra le persone, lo spazio e l'ambiente, restituendo alla pianificazione quella natura di processo sociale e civile che un secolo di burocratizzazione ha sistematicamente tradito. La città del futuro o sarà un ecosistema aperto, capace di includere la complessità e di distribuire equamente i benefici della trasformazione, oppure resterà un mosaico di recinti fondiari destinati al collasso energetico, sociale e climatico.



  • Bibliografia

  • Baumeister, R. (1876), Stadt-Erweiterungen in technischer, baupolizeilicher und wirthschaftlicher Beziehung, Ernst & Korn, Berlino.


  • Harvey, D. (2012), Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution, Verso, Londra.


  • Lefebvre, H. (1968), Le Droit à la ville, Anthropos, Parigi.


  • Moreno, C. (2024), The 15-Minute City: A Solution to Saving Our Time and Our Planet, Wiley, Hoboken (NJ).


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  • Ward, S. V. (2002), Planning the Twentieth-Century City: The Advanced Capitalist World, Wiley, Chichester.

  • Fonti normative, statistiche e istituzionali: Legge 17 agosto 1942, n. 1150 (Legge Urbanistica); Decreto Ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444 (Zone Omogenee); Legge Regionale Lombardia 11 marzo 2005, n. 12 (Piano di Governo del Territorio); Legge Regionale Emilia-Romagna 21 dicembre 2017, n. 24 (Piano Urbanistico Generale); ISPRA, Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici, rapporto 2025; Eurostat, dati 2024 sui costi abitativi; ESPON, rapporti sui sistemi di pianificazione territoriale europei; UN-Habitat, analisi comparate sui sistemi di zonizzazione; CMCC, rilevazioni sulle temperature superficiali urbane.




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