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NONLUOGO E RENDITA FONDIARIA


Passeggiando in molte città contemporanee emerge con immediatezza una constatazione semplice: gli spazi urbani sono sempre più caratterizzati da anonimato, transitorietà e standardizzazione.

Aeroporti, centri commerciali, autostrade e stazioni ferroviarie ridotte a snodi funzionali si riproducono con sorprendente uniformità in contesti geografici differenti, spesso indifferenti alle specificità locali, alla storia e alla memoria collettiva. Sono spazi nei quali “non si abita” in senso pieno e consapevole, ma nei quali miliardi di persone transitano, consumano e sostano quotidianamente.

Marc Augé ha proposto di chiamare questi spazi nonluoghi, riconoscendo in essi una categoria spaziale peculiare della contemporaneità. La sua intuizione è preziosa, ma incompleta: descrive il fenomeno senza chiarirne le cause materiali. Questo capitolo radicalizza la critica augéiana, mostrando come i nonluoghi non siano semplicemente il risultato della modernità contemporanea, ma il prodotto deliberato di strategie capitalistiche di estrazione della rendita fondiaria, di controllo politico e di colonizzazione dello spazio urbano.



Augé e la fenomenologia del “nonluogo”

Quando Marc Augé introdusse il concetto di “nonluogo” negli anni Ottanta, cercava di nominare una categoria spaziale che le scienze urbane tradizionali non riuscivano a cogliere pienamente. Non si trattava semplicemente di spazi mal progettati o esteticamente spiacevoli. Il nonluogo rappresentava qualcosa di più profondo: la materializzazione spaziale di una condizione antropologica inedita, quella che Augé chiamava “surmodernità”, cioè un eccesso simultaneo di eventi, di spazio e di riferimenti individuali che caratterizza il presente. In questo contesto, gli spazi tradizionali — i “luoghi antropologici”, stratificati di storia collettiva, impregnati di memoria e capaci di generare identità — faticano a mantenere la loro centralità. Vengono progressivamente relegati ai margini, trasformati in curiosità da preservare sotto una patina di nostalgia, oppure consumati vorticosamente dal turismo di massa, che ne svuota la vitalità intrinseca.

Il nonluogo augéiano si definisce per sottrazione. A differenza dei luoghi antropologici, esso è incapace di incarnare storia, identità e relazione. È uno spazio “senza”: senza memoria radicata nel tempo, senza narrazione condivisa, senza sedimentazione di legami sociali autentici. Gli archetipi sono chiari: le autostrade che tagliano il paesaggio senza dialogare con esso, gli aeroporti con i loro incessanti flussi di individui sradicati, le stazioni ferroviarie ridotte a meri snodi di scambio funzionale, i grandi centri commerciali con le loro offerte globalizzate e la loro atmosfera artificialmente controllata. A questi si aggiungono i mezzi di trasporto stessi, capsule mobili dove l’interazione umana si riduce al minimo indispensabile e assume una funzione puramente strumentale. Anche i campi profughi, tragiche espressioni di sradicamento e precarietà esistenziale, rientrano a pieno titolo nella categoria dei nonluoghi. Questi spazi sono il palcoscenico di un incessante incrocio di individualità, spinte da motivazioni diverse ma accomunate dalla fretta di consumare, accelerare le incombenze quotidiane o accedere a un altrove, fisico o simbolico.

La genesi del nonluogo, per Augé, è intrinsecamente legata a questa condizione di surmodernità. Non si tratta di un fenomeno circoscritto a specifiche formazioni urbane; piuttosto, il nonluogo rappresenta la forma spaziale dominante della nostra epoca, quella che caratterizza sempre più densamente il paesaggio contemporaneo. La razionalizzazione dello spazio, la standardizzazione delle pratiche di consumo e di movimento, la contrazione del tempo percepito: tutti questi elementi convergono nel creare ambienti nei quali la singolarità viene soppressa a favore dell’intercambiabilità.

Un centro commerciale a Milano funziona secondo le stesse logiche di uno a Los Angeles o a Shanghai. Un aeroporto-hub è riproducibile in qualsiasi continente. Questa omologazione superficiale è paradossale: all’interno di uno shopping mall globale è possibile trovare una molteplicità di offerte gastronomiche e commerciali provenienti da diverse parti del mondo, ciascuna con un proprio stile distintivo; eppure tale diversità resta confinata in compartimenti stagni, priva di una contaminazione autentica. Il mondo, nella sua ricchezza di sfumature, viene ridotto a un catalogo di esperienze prefabbricate, come se fosse possibile consumare l’alterità senza incontrare davvero l’altro.

Una delle intuizioni più penetranti di Augé è che il nonluogo orienta l’esperienza umana verso il presente, riflettendo la precarietà, la provvisorietà e il transito che sembrano definire l’epoca contemporanea. Nessuno “abita” realmente un nonluogo nel senso pieno del termine, cioè come radicamento temporale e costruzione di una storia personale legata a un luogo. Si transita rapidamente, si consuma compulsivamente, si attende con impazienza, ma non si radica un’esistenza significativa. Questa natura profondamente effimera li rende emblematici di un individualismo spesso solitario, nel quale le interazioni umane sono frequentemente superficiali e strumentali, ridotte a scambi funzionali necessari all’uso dello spazio. L’anonimato non è una conseguenza accidentale della progettazione: è quasi il suo scopo. Ogni dettaglio è meticolosamente calcolato per garantire la massima efficienza e prevedibilità. Il livello di rumore ambientale, l’intensità della luce artificiale, la lunghezza dei percorsi obbligati, la distribuzione delle aree di sosta predefinite, il tipo e la quantità di informazione standardizzata: sono tutti elementi attentamente orchestrati per ottimizzare il flusso e il consumo, producendo quella che Bachelard chiamava l’assenza di poesia dello spazio.

Tuttavia, il confine tra luogo e nonluogo si rivela spesso labile e permeabile. Raramente essi esistono in forma pura. Piuttosto, si configurano come un continuum di sfumature, in cui uno spazio può presentare simultaneamente caratteristiche di entrambi. Questa osservazione è cruciale: non si tratta di una dicotomia rigida, ma di una dialettica complessa. Un centro commerciale può funzionare come nonluogo di consumo durante le ore diurne, quando i flussi sono massimi e l’anonimato prevale, e tuttavia trasformarsi in luogo di socializzazione per gli adolescenti nei pomeriggi, quando gruppi informali vi si radunano per incontri che oltrepassano la pura funzione commerciale. Augé stesso ha riconosciuto saggiamente questa possibilità: “qualche forma di legame sociale può emergere ovunque”, persino nei contesti più standardizzati. Questa ammissione introduce una tensione importante nella sua stessa analisi, una tensione che non risolve pienamente, ma che rimane aperta come interrogativo sulle capacità reali di autodeterminazione degli attori sociali.

La fenomenologia augéiana è dunque corretta nel diagnosticare il sintomo. Gli spazi contemporanei sono effettivamente caratterizzati da anonimato, transitorietà e frammentazione dei legami sociali tradizionali. La loro standardizzazione è palpabile, quasi violenta nella sua indifferenza alla specificità locale.

Eppure questa diagnosi, per quanto precisa, lascia insoluto il problema fondamentale: chi produce deliberatamente questa condizione? A quale logica rispondono questi spazi? Quali interessi vengono serviti dalla loro creazione e dalla loro perpetuazione? Augé risponde a queste domande solo marginalmente, ricorrendo a categorie come “surmodernità” che descrivono la condizione generale senza nominare i soggetti politici ed economici che la producono attivamente. È precisamente questo vuoto teorico che una prospettiva critico-radicale deve colmare.

La tesi che guida questa riflessione è sintetica ma radicale: il nonluogo contemporaneo funziona come una macchina di esproprio. Espropria la comunità della capacità di autodeterminazione territoriale, espropria il valore generato dallo spazio pubblico per concentrarlo nelle mani del capitale finanziario immobiliare, espropria la biodiversità e il futuro climatico attraverso il consumo di suolo e il carbon lock-in. Non è semplicemente, come suggerisce Augé, uno spazio privo di identità storica; è uno spazio in cui identità e storia vengono sistematicamente distrutte per permettere l’estrazione di valore. Comprendere questa genealogia materiale del nonluogo è il primo passo non solo per una critica consapevole, ma per immaginare pratiche urbane alternative, radicate nel diritto alla città.



La genealogia materiale: la produzione in serie come origine dell’ipermodernità

Per comprendere come il nonluogo sia diventato la forma spaziale dominante della contemporaneità urbana, occorre risalire alle origini di quella trasformazione economica e sociale che ha rivoluzionato la produzione, il consumo e la stessa organizzazione dello spazio.

Augé situava l’inizio della ipermodernità in un processo più che in un evento specifico; eppure questa scelta teorica, corretta sul piano antropologico, nasconde una realtà storica precisa: il modello della produzione in serie e la razionalizzazione scientifica del lavoro rappresentano il momento fondativo della logica che ha generato il nonluogo.

Non è un caso che Henry Ford e Frederick Taylor abbiano sviluppato, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, modelli di organizzazione del lavoro e dello spazio destinati a dominare il secolo successivo. La catena di montaggio non fu semplicemente un’innovazione tecnologica: fu una rivoluzione negli assetti spaziali e temporali della produzione. Per la prima volta nella storia, il capitale imparava a controllare sistematicamente i flussi umani attraverso la standardizzazione dello spazio. Ogni movimento veniva calcolato, ogni gesto razionalizzato, ogni variabilità ridotta al minimo. Lo spazio della fabbrica con produzione in serie era già un nonluogo: uno spazio in cui l’identità dell’operaio veniva annullata dalla logica della produzione, dove la storia personale e collettiva risultava irrilevante, dove le relazioni sociali erano subordinate alla mera funzione produttiva.

Ma il genio della produzione in serie non si esaurì entro le mura della fabbrica. Questo modello di organizzazione dello spazio e del tempo si estese progressivamente all’intera struttura urbana. Le città dovevano essere riprogettate per servire la produzione e il consumo di massa. Nacque così il progetto di Le Corbusier e dei razionalisti urbani, fondato sulla netta separazione funzionale dello spazio: zona produttiva, zona residenziale, zona commerciale, zone di transito. Il nonluogo urbano trovava così una base teorica esplicita. Lo zoning funzionale, quella che Salzano avrebbe poi definito “morte della città”, divenne il principio organizzativo dominante. Non era più possibile abitare accanto ai luoghi del lavoro, del consumo o del culto. Lo spazio urbano doveva essere frammentato, razionalizzato, reso efficiente secondo la logica della produzione capitalistica.

Durante la fase dell’industrializzazione di massa propriamente detta, tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta, il nonluogo rimase ancora relativamente circoscritto. Le autostrade cominciavano a fratturare il paesaggio, ma senza ancora la pervasività che avrebbero acquisito in seguito. Lo sprawl urbano era presente, soprattutto negli Stati Uniti, ma come fenomeno ancora spazialmente contenuto. Tuttavia, la logica sottostante — la convinzione che lo spazio urbano dovesse essere organizzato secondo criteri di efficienza funzionale e massimizzazione del flusso — era già pienamente operativa. In questa fase, il capitale immobiliare iniziava a comprendere come estrarre valore dalla frammentazione spaziale. La periferia, sottovalutata e marginale, poteva essere acquisita a prezzo basso, trasformata in zona residenziale a bassa densità e successivamente rivalutata. Lo sprawl non era disordine: era un ordine diverso, calcolato dal capitale immobiliare.

La trasformazione accelerò in modo vertiginoso a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta. È in questo periodo che il nonluogo acquisisce la sua forma contemporanea massiccia. L’automobile diventa “ubiquitaria” nei paesi occidentali più ricchi e, con essa, cresce la necessità di costruire le infrastrutture che la servono: autostrade, parcheggi, stazioni di servizio. Parallelamente, la grande distribuzione commerciale scopre il modello del centro commerciale come luogo in cui il consumo può essere completamente razionalizzato, controllato e massimizzato. Il primo centro commerciale coperto su larga scala apre a Minneapolis nel 1956, con il Southdale Center, e da quel momento il modello si diffonde rapidamente. Non si trattava semplicemente di un luogo in cui comprare: era uno spazio in cui il flusso di denaro poteva essere ottimizzato attraverso l’architettura. La luminosità artificiale controllata, la temperatura costante, i percorsi leggermente orientati a prolungare la permanenza, la giustapposizione di negozi apparentemente vari ma in realtà selezionati secondo criteri di massima redditività: tutto era calcolato per trasformare il tempo libero in tempo di consumo.

Gli aeroporti hub internazionali rappresentano un’altra figura centrale di questa fase. A partire dagli anni Sessanta e ancor più dagli anni Ottanta, il trasporto aereo è stato riorganizzato secondo il modello dell’hub, in cui determinati aeroporti diventavano nodi centrali attraverso cui dovevano passare la maggior parte dei flussi passeggeri globali. Questo modello di mobilità generava nonluoghi per eccellenza: spazi in cui milioni di individui transitavano quotidianamente, accomunati soltanto dal fatto di essere in movimento e radicalmente privi di legame con il luogo. L’aeroporto hub è il tempio moderno dell’anonimato e della transitorietà.

Negli anni Settanta, tuttavia, il modello cominciava a manifestare le sue prime crepe. La crisi energetica globale, le prime contestazioni ambientaliste, l’emergere di movimenti urbani che criticavano apertamente lo sprawl e la frammentazione urbana: tutto questo suggeriva che la razionalizzazione fordista dello spazio urbano avesse limiti evidenti.

In Europa, soprattutto, ma anche in parti degli Stati Uniti, si sviluppò un’urbanistica alternativa che cercava di reintrodurre densità, mixité funzionale e spazi pubblici vivi.

Fu in questo stesso periodo che la scuola italiana — Secchi, Salzano, Campos Venuti, Astengo — sviluppò una critica severa dello zoning funzionale e del progettismo razionalista, proponendo modelli urbani fondati sulla consapevolezza della complessità e sulla partecipazione collettiva.

Tuttavia, questa breve stagione di critica e di possibili alternative urbane non riuscì a invertire la tendenza. A partire dagli anni Ottanta, un nuovo agente comparve sulla scena: il capitale finanziario immobiliare.

È questo il momento di una trasformazione qualitativa cruciale.



La rendita fondiaria

Per comprendere il nonluogo contemporaneo non come manifestazione di una surmodernità inevitabile, ma come risultato di strategie concrete di estrazione di valore, occorre introdurre la categoria della rendita fondiaria e mostrare come il nonluogo funzioni come macchina di cattura e concentrazione della rendita stessa. Non basta dire che lo spazio urbano è stato razionalizzato secondo logiche di efficienza; occorre mostrare concretamente come tale razionalizzazione serva i processi di accumulazione capitalistica e chi ne benefici.

La rendita fondiaria, nella teoria economica radicale, rappresenta il valore che un proprietario terriero estrae dal semplice possesso del terreno, indipendentemente da qualsiasi investimento produttivo vi compia. Essa nasce dalla scarsità relativa del suolo e dal fatto che il suolo non può essere riprodotto a volontà come le merci ordinarie. Quando il capitale industriale, e successivamente quello finanziario, scopre come sfruttare sistematicamente questa rendita, lo spazio urbano diventa un’arena cruciale di accumulazione. David Harvey ha descritto brillantemente questo processo come accumulation by dispossession, cioè accumulazione tramite esproprio. Il capitale acquisisce terreni a basso prezzo, vi introduce trasformazioni materiali e normative — infrastrutture, zoning favorevole, nonluoghi come i mall — e in questo modo cattura il valore generato dalla comunità locale e dalle infrastrutture pubbliche, concentrandolo nelle proprie mani.

Il ciclo della rendita nel nonluogo funziona in questo modo, e possiamo illustrarlo con il caso concreto del centro commerciale Carosello di Carugate, nell’hinterland milanese. Nel 1972 il gruppo francese Carrefour inaugura, con il marchio Euromercato, il primo ipermercato d’Italia su un’area agricola al margine di un piccolo comune di poche migliaia di abitanti, in un punto strategico all’incrocio tra la tangenziale Est e l’autostrada A4: una decina di esercizi accessori affiancano l’ipermercato. Non si tratta di un evento economicamente neutrale: è la decisione deliberata di destinare suolo agricolo a un modello di consumo pensato per attrarre flussi regionali, non per servire una comunità locale preesistente. Nel 1997 la società immobiliare olandese Eurocommercial Properties acquisisce il centro e ne avvia la prima grande qualificazione, con una nuova galleria di 70-75 negozi che assume il nome “Carosello”; un secondo ampliamento, nel 2008, aggiunge 13.000 metri quadrati e 35 ulteriori esercizi. Oggi il centro conta oltre 115 negozi e riceve più di 100.000 visite settimanali, mentre il territorio comunale ha visto, ampliamento dopo ampliamento, ridursi il proprio suolo agricolo a beneficio del polo commerciale. Il valore fondiario dell’area, da semplice terreno periferico, si è progressivamente rivalutato a ogni fase di espansione — non per effetto di un investimento produttivo nel territorio circostante, ma per la rendita di posizione generata dalla destinazione commerciale stessa e dalla prossimità autostradale. Che a catturare questa rendita, dal 1997 in avanti, sia un fondo immobiliare quotato di diritto estero è, in questo senso, esemplare: illustra con precisione come il valore prodotto localmente dalla trasformazione dello spazio venga intercettato da un capitale finanziario che nulla deve al territorio se non l’aver saputo individuarne per tempo il potenziale di rendita.

Il modello del grande ipermercato entra così in competizione diretta con il commercio di prossimità dei comuni limitrofi, riproducendo su scala regionale la stessa logica di attrazione dei flussi che il centro commerciale esercita al proprio interno. La comunità locale non viene espropriata attraverso la violenza diretta, ma attraverso il meccanismo della rendita fondiaria: il valore che l’area avrebbe potuto generare per uno sviluppo urbano equilibrato viene catturato in larga parte dal proprietario del centro e dai flussi di consumo che esso attrae da un bacino ben più ampio del comune stesso.

Saskia Sassen ha teorizzato in modo brillante il funzionamento delle global cities come nodi di un sistema finanziario che estrae valore dai territori circostanti. Nel caso di Carugate, il nonluogo del Carosello non è semplicemente un luogo di consumo. È un canale attraverso cui il capitale finanziario globale si muove, estrae valore, lo concentra e lo reinveste altrove. I flussi di consumatori verso il mall generano dati: quanti individui arrivano, quando, cosa comprano, quali sono i loro profili demografici. Questi dati vengono catturati, analizzati e venduti a investitori ancora più globali. Il valore generato nel territorio viene così immediatamente espropriato e trasferito verso centri di potere finanziario sempre più lontani dalla comunità locale.

Il caso di Los Angeles rappresenta una dinamica ancora più esplicita: lo sprawl come meccanismo sistematico di valorizzazione della periferia. La metropoli americana è stata progressivamente organizzata attorno all’autodipendenza automobilistica, non per caso e non come conseguenza involontaria dello sviluppo, ma come scelta deliberata del capitale immobiliare e dei governi che lo servivano. Le grandi strutture commerciali — il Beverly Center, aperto nel 1982, e The Grove, aperto nel 2002 — non sono semplicemente mall: sono i nodi di un sistema di controllo territoriale che trasforma la periferia in fonte di rendita. Ogni mall richiede vaste aree di parcheggio e, quindi, l’acquisizione di terreni a bassissimo prezzo. Attorno a ciascun mall si sviluppa necessariamente sprawl residenziale, perché i consumatori devono abitare da qualche parte e la periferia resta conveniente. Il prezzo del terreno sale, il capitale immobiliare estrae rendita, la comunità precedente viene spazzata via.

Ma la vera innovazione è l’autodipendenza stessa. Essa non è una conseguenza naturale della geografia di Los Angeles. È stata costruita deliberatamente attraverso decisioni di pianificazione, investimenti in infrastrutture autostradali e disinvestimento sistematico nel trasporto pubblico. Questa autodipendenza genera una domanda artificiale di spazi periferici, perché se sei costretto a usare l’automobile devi abitare lontano dal centro, in periferia. E quella domanda artificiale genera rendita. Il nonluogo, nella forma della struttura commerciale standardizzata, e lo sprawl, nella forma della frammentazione residenziale periferica, si alimentano reciprocamente, creando un circolo virtuoso di estrazione di rendita per il capitale immobiliare e un circolo vizioso di isolamento, frammentazione e perdita di comunità per i residenti.

Shanghai rappresenta un’altra variante di questo processo, una variante in cui la violenza è meno mascherata. Negli ultimi due decenni, Shanghai è stata sottoposta a una trasformazione urbana massiccia attraverso processi di urban renewal che sono stati, in realtà, processi sistematici di espulsione. Aree storiche della città, come il quartiere di Huangpu, con i suoi vicoli tradizionali shikumen e le sue comunità radicate, sono state deliberatamente demolite per fare spazio a complessi residenziali e commerciali di alto valore. Il processo segue una logica spietata: il terreno viene acquisito, spesso attraverso una combinazione di pressione economica e coercizione legale; la popolazione locale viene espropriata; il suolo viene riqualificato secondo standard globali, con spazi commerciali standardizzati, residenze di lusso e infrastrutture moderne; il valore catturato viene concentrato in mani corporate e in investimenti finanziari internazionali. Nei quartieri riqualificati emergono nonluoghi per eccellenza, complessi commerciali e residenziali nei quali nessuno realmente “abita” in senso consapevole, ma dove tutti “circolano” secondo percorsi razionalizzati. Molte di queste unità residenziali rimangono sfitte, utilizzate semplicemente come strumenti di accumulazione e speculazione finanziaria.

Nel caso di Londra, la dinamica assume la forma di gentrificazione commerciale. Aree tradizionali come Brick Lane, dove una comunità di immigrati bengalesi aveva costruito un tessuto commerciale vitale, con ristoranti familiari, negozi di spezie e tessuti, laboratori artigianali, sono state progressivamente colonizzate dal capitale immobiliare, che ha riconosciuto il “valore” della diversità culturale e ne ha fatto un asset speculativo. I negozi tradizionali vengono acquisiti, gli affitti aumentano rapidamente, e la comunità bengalese viene costretta a spostarsi verso periferie ancora più lontane. Al suo posto emergono catene commerciali globali, gallerie d’arte, vintage shop e caffetterie trendy: esattamente quei nonluoghi standardizzati nei quali la diversità culturale viene consumata come spettacolo, non come pratica vivente.

Nel caso di Napoli, la dinamica storica è leggermente diversa, ma i meccanismi di base rimangono identici. La città presenta una struttura urbana in cui il commercio locale e la vita pubblica sono stati tradizionalmente integrati nello spazio urbano compatto. I centri storici napoletani, con i loro vicoli stretti, rappresentano una forma di urbanizzazione molto diversa dal nonluogo standardizzato. Tuttavia, a partire dagli anni Novanta, la pressione per introdurre grandi strutture commerciali e shopping mall è aumentata sensibilmente. Questi progetti hanno comportato una sistematica erosione degli spazi pubblici e del commercio tradizionale. Le amministrazioni pubbliche, spesso catturate dal capitale immobiliare, hanno facilitato la trasformazione attraverso zoning favorevole, disinvestimento nel trasporto pubblico verso i centri storici e concessioni di aree pubbliche a operatori privati. Il risultato è una progressiva periferizzazione della città, nella quale il commercio locale viene sostituito da strutture standardizzate e gli spazi pubblici tradizionali vengono trasformati in spazi di consumo privato.

Neil Brenner ha concettualizzato questo processo come planetary urbanization: un processo globale attraverso il quale il capitalismo colonizza sistematicamente ogni spazio, trasformandolo secondo logiche di profitto. Il nonluogo non è una conseguenza involontaria di questo processo; è la sua forma spaziale concreta. Il nonluogo permette al capitale di standardizzare spazi diversi, di renderli comparabili secondo metriche puramente economiche e di estrarne rendita senza dover negoziare con comunità locali radicate. Dove esiste una comunità consapevole, uno spazio con storia, il capitale deve negoziare, può incontrare resistenza e deve fare concessioni. Il nonluogo, invece, è uno spazio in cui la comunità è già stata distrutta, in cui non esiste alcun possibile negoziato con il luogo perché il luogo è già stato cancellato e sostituito dalla logica della circolazione e dell’estrazione.

Il meccanismo di estrazione della rendita nei nonluoghi funziona su più livelli contemporaneamente. Primo: il terreno viene acquisito a basso prezzo, spesso da una comunità locale marginalizzata, e successivamente valorizzato attraverso la trasformazione in nonluogo standardizzato e controllato. Secondo: il flusso di consumatori generato dal nonluogo produce dati, e questi dati hanno valore economico; vengono venduti a terzi, utilizzati per il targeting pubblicitario e per l’analisi comportamentale. Terzo: il nonluogo attrae investimenti finanziari globali, dai fondi pensione agli hedge fund fino al private equity, soggetti che non sono interessati al luogo come spazio vitale, ma semplicemente come asset finanziario da cui ricavare rendite. Quarto: il nonluogo genera effetti di cattura del valore pubblico. Gli investimenti infrastrutturali pubblici — strade, elettricità, servizi — che lo rendono possibile vengono finanziati dalla collettività, ma il beneficio viene privatizzato dal proprietario del nonluogo, che estrae rendita da infrastrutture che non ha dovuto finanziare integralmente.

Questo ultimo punto è cruciale: il nonluogo funziona come meccanismo di privatizzazione dell’utile pubblico. Una comunità locale, attraverso la fiscalità generale, finanzia infrastrutture viarie, illuminazione pubblica e servizi. Un mall beneficia direttamente di questi investimenti: i consumatori vi arrivano usando strade pubbliche, vi circolano sotto illuminazione pubblica. Eppure il proprietario del mall non finanzia tali investimenti in misura corrispondente. Al contrario, il mall genera una domanda di ulteriori investimenti pubblici — più strade per il traffico, più parcheggi, più illuminazione — mentre la comunità locale subisce il peggioramento della qualità della vita, con traffico, inquinamento e perdita di spazi pubblici tradizionali. È una forma sofisticata di esproprio, nella quale il pubblico finanzia le condizioni del profitto privato.



La critica radicale

Comprendere il nonluogo come macchina di estrazione della rendita fondiaria richiede di dialogare con la tradizione della critica urbana radicale, sia quella proveniente dalla scuola italiana sia quella della geografia critica internazionale. Augé rimane indispensabile, ma insufficiente. La sua diagnosi fenomenologica del nonluogo è corretta; la sua analisi del soggetto che lo produce, invece, resta vaga, oscurata da categorie generali come la surmodernità, che pur essendo utili per descrivere la condizione complessiva non permettono di nominare gli attori concreti e i meccanismi specifici dell’esproprio.

La tradizione urbanistica italiana offre un primo terreno di confronto decisivo. Bernardo Secchi, in particolare, ha sviluppato una critica raffinata dello spazio urbano contemporaneo che, pur essendo precedente all’esplosione del nonluogo nei termini in cui oggi lo conosciamo, contiene intuizioni pienamente pertinenti. Secchi teorizzava una città diffusa che poteva essere consapevole quando gestiva attentamente la propria complessità, cioè quando la frammentazione spaziale rimaneva consapevole di sé e i diversi momenti della vita urbana restavano articolati in una logica territoriale riflessiva. Il nonluogo contemporaneo rappresenta l’opposto di questa prospettiva: è una città diffusa eterodiretta, nella quale la frammentazione non nasce da scelte consapevoli, ma da logiche capitalistiche imposte dall’esterno. Il nonluogo è la negazione della possibilità stessa di una città diffusa consapevole. Secchi avrebbe riconosciuto nel nonluogo la morte della città come spazio di autocoscienza e autodeterminazione collettiva.

Edoardo Salzano, in modo ancora più diretto, definiva lo zoning funzionale come “morte della città”. Per Salzano, la separazione rigida delle funzioni urbane — lavoro, abitazione, consumo, ricreazione — distruggeva quella mixité che aveva caratterizzato la città storica e che restava una condizione della vitalità urbana. Il nonluogo contemporaneo è l’apice, la conclusione logica di questo processo di zoning funzionale radicalizzato. Non è soltanto il fatto che funzioni diverse siano separate geograficamente; è che la funzione stessa viene standardizzata, resa intercambiabile, svuotata di qualsiasi specificità. Un nonluogo commerciale a Milano non è semplicemente separato da un nonluogo residenziale milanese: è identico a qualsiasi altro nonluogo commerciale globale, tanto da poter essere facilmente replicato, delocalizzato e trattato come asset finanziario puro.

Giancarlo Campos Venuti insisteva con particolare vigore sul principio di “città per la comunità”, sostenendo che le decisioni di pianificazione urbana dovessero essere guidate dall’equità e dalla soddisfazione dei bisogni collettivi, non dalla logica del profitto. Il nonluogo rappresenta la negazione totale di questo principio: non è una città per la comunità, ma una città per il profitto. La comunità viene sistematicamente espropriata della capacità di decidere il proprio spazio; le decisioni sono centralizzate nelle mani di proprietari fondiari e investitori finanziari che non hanno alcun legame con il territorio, se non quello dell’estrazione della rendita.

Paolo Avarello ha sviluppato un’idea di economia dello spazio radicalmente alternativa, fondata sul riconoscimento che lo spazio urbano non è una risorsa inerte da sfruttare, ma un bene comune la cui gestione deve essere consapevole e orientata alla rigenerazione. Il nonluogo rappresenta, in questa prospettiva, la più radicale assenza di tale consapevolezza: è un’economia dello spazio totalmente permeata dalla logica della rendita, nella quale la rigenerazione si riduce a restyling estetico-commerciale e il concetto stesso di rigenerazione viene colonizzato dal linguaggio del marketing urbano.

Accanto a questa tradizione italiana, le geografie critiche internazionali permettono di affinare ulteriormente la critica. David Harvey ha teorizzato, in modo particolarmente rigoroso e politicamente chiarificatore, il concetto di accumulation by dispossession, cioè accumulazione attraverso l’esproprio. Questo concetto, sviluppato a partire da Marx, permette di comprendere come il capitale non accumuli ricchezza solo attraverso lo sfruttamento del lavoro produttivo, la tradizionale estorsione di plusvalore, ma anche attraverso l’appropriazione forzata di beni comuni, diritti e spazi. Il nonluogo contemporaneo è un caso paradigmatico di questo meccanismo: il capitale espropria il diritto della comunità di autodeterminare il proprio spazio; espropria la comunità della capacità di generare valore collettivo, come il tessuto commerciale locale e le pratiche culturali sedimentate; espropria persino la possibilità di abitare uno spazio che sia proprio nel senso di essere segnato dalla storia personale e collettiva.

Saskia Sassen, attraverso la sua analisi delle global cities, mostra come le metropoli contemporanee funzionino come nodi di un sistema di estrazione e concentrazione della ricchezza finanziaria globale. Le città non sono semplicemente motori di crescita economica in senso neutrale; sono piuttosto punti di prelievo e concentrazione di valore proveniente da territori sempre più estesi. I nonluoghi non sono fenomeni marginali in questo processo; sono gli strumenti concreti attraverso cui il capitale finanziario si infiltra nel tessuto urbano, lo colonizza e ne estrae valore. Ogni mall, ogni complesso commerciale, ogni hub aeroportuale standardizzato funziona come punto di estrazione dal quale il valore generato localmente viene trasferito verso i nodi centrali del potere finanziario globale.

Neil Brenner ha concettualizzato il processo su scala ancora più ampia, teorizzando la planetary urbanization come processo attraverso il quale il capitalismo ha progressivamente colonizzato l’intero pianeta, trasformando ogni spazio — urbano e rurale, ricco e povero, centrale e periferico — secondo logiche di profitto. In questa prospettiva, il nonluogo rappresenta la forma spaziale ideale di questa colonizzazione: è uno spazio completamente standardizzato, completamente controllato, completamente ridotto alla sua funzione di estrazione di valore. Il nonluogo non incontra resistenza perché non possiede una storia, una cultura o una comunità radicata che possa opporgli una visione alternativa dello spazio. È il complemento spaziale perfetto di quella che Brenner chiama neoliberal urbanism, un’urbanizzazione interamente subordinata alle logiche del capitale finanziario.

La sintesi di queste diverse prospettive critiche rivela un quadro coerente: il nonluogo non è una condizione naturale della surmodernità, ma il risultato deliberato di strategie capitalistiche volte all’estrazione della rendita fondiaria e al controllo politico dei flussi urbani. Esso funziona simultaneamente come macchina di esproprio della comunità dalla capacità di autodeterminazione territoriale, di cattura e concentrazione della rendita fondiaria, di controllo politico dei flussi umani e della riproduzione sociale, di cancellazione della storia e della memoria collettiva. Il nonluogo non può contenere la memoria collettiva perché la memoria rimanda a lotte passate, a scelte collettive alternative, a forme di resistenza. Deve dunque sistematicamente distruggere la storia per impedire che emerga la consapevolezza della contingenza e della politicità delle scelte presenti.

Comprendere il nonluogo come risultato di queste strategie capitalistiche concrete, e non come manifestazione di una surmodernità inevitabile, apre uno spazio cruciale: se il nonluogo è il risultato di scelte politiche ed economiche, allora è politicamente reversibile. Non è determinato; è contingente. Questa intuizione è fondamentale per passare da una critica descrittiva a una critica capace di aprire possibilità di trasformazione.



Giustizia climatica e ambientale

La critica al nonluogo rimane incompleta se non affronta la sua dimensione ecologica, il suo rapporto con il consumo di suolo, l’impermeabilizzazione del territorio, la perdita di biodiversità e il suo ruolo nella generazione di blocchi climatici che rendono ancora più difficile il percorso verso una transizione sostenibile. Il nonluogo non è soltanto un esproprio di soggettività urbana e di rendita territoriale; è anche una violenza ecologica sistematica e, come tale, va affrontato in una prospettiva di giustizia climatica e ambientale.

Il consumo di suolo rappresenta la forma più diretta e visibile di questa violenza. Ogni centro commerciale richiede l’impermeabilizzazione di vaste aree di terreno, precedentemente suolo vivo, potenzialmente agricolo o naturale. Le infrastrutture viarie che servono il nonluogo — autostrade che tagliano il paesaggio, tangenziali urbane, parcheggi sterminati — rappresentano un’ulteriore sottrazione di suolo vivo. In Italia, l’ISPRA ha documentato che il consumo di suolo per infrastrutture commerciali e di trasporto è una delle principali cause della perdita di biodiversità e della capacità di rigenerazione ecologica del territorio. Negli ultimi decenni, il tasso di consumo di suolo si è accelerato costantemente, con picchi particolarmente intensi negli anni della massima espansione immobiliare, tra gli anni Novanta e il 2008. Il nonluogo, nella forma della grande struttura commerciale circondata da parcheggi, rappresenta uno dei modelli di consumo di suolo più estesi e ambientalmente devastanti.

Ma il danno ecologico non si ferma al consumo statico di suolo. Il nonluogo genera anche una struttura di mobilità profondamente insostenibile. Perché il nonluogo periferico sia accessibile, è necessario che i consumatori vi si rechino principalmente in automobile. Non si tratta di un esito naturale della geografia o della distribuzione della popolazione; è il risultato deliberato di decisioni di pianificazione che hanno sistematicamente disinvestito nel trasporto pubblico verso le periferie, mentre investivano massicciamente nelle infrastrutture autostradali. Questa autodipendenza genera un carbon lock-in, cioè una condizione nella quale la struttura spaziale, una volta costruita, rende quasi impossibile modificare i comportamenti di mobilità anche quando emerge la consapevolezza ecologica della necessità di ridurre le emissioni. Se vivi a venti chilometri dai servizi di base, in una periferia progettata per l’automobile, non puoi semplicemente scegliere di usare i mezzi pubblici: questi non esistono, oppure sono inefficienti. La struttura materiale dello spazio ti imprigiona in comportamenti ad alte emissioni.

Le emissioni di carbonio derivanti dal trasporto automobilistico verso i nonluoghi periferici rappresentano, in città come Los Angeles, una quota significativa delle emissioni complessive. Studi recenti hanno stimato che una parte rilevante delle emissioni da trasporto in aree metropolitane diffuse sia dovuta al consumo non essenziale legato a destinazioni commerciali e ricreative, cioè esattamente al tipo di mobilità generata dai nonluoghi. Moltiplicando questo dato per il numero di metropoli globali nelle quali domina il modello di sprawl commerciale, si ottiene un contributo significativo al blocco climatico globale. Non è un’esagerazione affermare che il nonluogo contemporaneo incarni una scelta deliberata di futuro climaticamente devastante.

Inoltre, il nonluogo rappresenta una negazione della biofilia urbana, cioè di quel bisogno umano di contatto con la natura che la ricerca contemporanea ha ampiamente documentato. Gli spazi urbani tradizionali, per quanto degradati o frammentari, mantengono di solito una certa capacità di integrare elementi verdi, micro-ecosistemi e spazi in cui la natura rimane presente. Il nonluogo, al contrario, è tipicamente uno spazio completamente asfaltato, dominato da cemento e artificialità, nel quale la natura è espunta e, al massimo, relegata a piccole aree ornamentali destinate al greenwashing estetico. Non solo il corpo umano perde il contatto con la natura; interi ecosistemi locali vengono distrutti.

Esiste inoltre una dimensione di asimmetria ecologica globale che va evidenziata. I nonluoghi ricchi — grandi centri commerciali, hub aeroportuali, resort residenziali di lusso nel Nord globale — dipendono da una struttura di estrazione ecologica dal Sud globale. I minerali rari necessari alla costruzione dei mall, i combustibili fossili che alimentano la mobilità ad alte emissioni, i prodotti agricoli coltivati in condizioni ecologicamente devastanti per rifornire i centri commerciali: tutto questo proviene in larga misura dal Sud del mondo, dove le comunità locali subiscono i danni ambientali mentre i benefici economici finiscono nelle mani del capitale globale. Il nonluogo non è quindi soltanto una violenza ecologica in sé; è anche un veicolo di colonizzazione ecologica del Sud globale da parte del Nord globale.

La giustizia climatica, in questa prospettiva, non è semplicemente una questione di riduzione delle emissioni complessive. È una questione di giustizia territoriale e di riappropriazione della capacità di autodeterminazione sulle scelte di trasformazione dello spazio. Combattere i nonluoghi dal punto di vista della giustizia climatica significa riconoscere che la struttura spaziale contemporanea è costruita su una base di violenza ecologica, e che una vera transizione ecologica richiede una radicale riconfigurazione dello spazio urbano: una riduzione della dipendenza dall’automobile, una densificazione consapevole delle città, il ripristino della multifunzionalità urbana. In breve, richiede l’opposto del nonluogo.



Resistenze e riappropriazioni dello spazio urbano

Sebbene il nonluogo rimanga la forma egemone dello spazio urbano nel capitalismo contemporaneo, sarebbe errato concludere che la sua egemonia sia totale o inarrestabile. In diverse parti del mondo, esperienze di resistenza e riappropriazione dello spazio urbano suggeriscono che il nonluogo non sia semplicemente inevitabile e che lo spazio possa essere trasformato secondo logiche alternative. Queste esperienze non hanno ancora raggiunto una scala globale; restano circoscritte, fragili e frequentemente minacciate dal capitale immobiliare che le circonda. Eppure la loro stessa esistenza prova qualcosa di politicamente cruciale: che il diritto alla città non è puramente teorico, che comunità organizzate possono riappropriarsi dello spazio, che il nonluogo è politicamente reversibile, anche se economicamente radicato nel capitalismo contemporaneo.

Il Casilino Sky Park a Roma rappresenta un esempio di riappropriazione più ibrido di quanto la retorica della rigenerazione dal basso suggerisca. Realizzato nel 2022 da Fusolab — associazione di promozione sociale attiva da tempo nel quartiere Alessandrino — sul tetto di un parcheggio multipiano dismesso da vent’anni, il progetto ha visto la collaborazione tra il tessuto associativo locale, un finanziatore privato e le istituzioni pubbliche, dal Comune di Roma alla Regione Lazio. Non è un caso di autogestione spontanea, ma dimostra comunque qualcosa di politicamente rilevante: che una periferia può rivendicare, attraverso l’azione organizzata — anche quando ibrida nei suoi attori — il diritto a uno spazio pubblico di qualità, sottraendolo al degrado e all’abbandono. Non è più uno spazio di transito anonimo, un nonluogo: è diventato un luogo di significato e di identità collettiva. La sua importanza non sta nell’aver risolto il problema del nonluogo nella periferia romana — cosa che evidentemente non ha fatto — ma nel dimostrare che uno spazio periferico apparentemente destinato al degrado può essere trasformato in uno spazio in cui la comunità, insieme a partner pubblici e privati, decide consapevolmente come utilizzarlo.

Porto Fluviale a Roma rappresenta un’altra forma di resistenza, quella dell’occupazione abitativa di un immobile pubblico dismesso. Nel 2003 un gruppo di famiglie in emergenza abitativa occupa un’ex caserma dell’Aeronautica Militare nel quartiere Ostiense, vincolata come bene di interesse storico-artistico. Nel tempo l’occupazione, abitata da oltre cinquanta nuclei familiari provenienti da tredici paesi diversi, diventa anche un punto di riferimento culturale del quartiere — reso celebre, tra l’altro, dai murales dello street artist Blu sulla facciata. Diversamente da molti casi analoghi, la vicenda di Porto Fluviale non si è conclusa con uno sgombero a vantaggio della rendita privata: il Comune di Roma, attraverso il programma PNRR-PINQUA, ha acquisito l’immobile e ne ha avviato il recupero come edilizia residenziale pubblica, riconoscendo priorità di assegnazione proprio ai nuclei già insediati. È un esito raro e per questo istruttivo: mostra che la pressione organizzata di una comunità occupante può, in condizioni politiche favorevoli, trasformarsi in riconoscimento istituzionale del diritto all’abitare, anziché in espulsione.

Le moratorie contro i centri commerciali rappresentano una forma diversa di resistenza, esercitata attraverso il sistema della pianificazione formale. In regioni come la Toscana e la Lombardia, amministrazioni locali hanno introdotto limitazioni severe alla creazione di nuove grandi strutture di vendita, al fine di proteggere il tessuto commerciale locale e prevenire la desertificazione dei centri storici. Sebbene tali moratorie restino spesso deboli, facilmente aggirabili da proprietari fondiari sufficientemente potenti e costantemente minacciate dalle pressioni del capitale immobiliare e da sentenze della Corte costituzionale, esse rappresentano il riconoscimento istituzionale che la proliferazione incontrollata di nonluoghi costituisce un problema per le comunità locali. Hanno consentito ad alcune città di preservare forme di commercio locale che altrimenti sarebbero state completamente distrutte.

Il fallimento economico di molti shopping mall contemporanei rappresenta un’altra forma di resistenza, sebbene involontaria. Negli ultimi decenni, soprattutto negli Stati Uniti, un numero crescente di shopping mall costruiti negli anni Settanta e Ottanta ha smesso di essere redditizio. Proprietari di immobili che avevano speculato sulla crescita indefinita del consumo si sono ritrovati con asset permanentemente in perdita.

Stockton-on-Tees, nel Regno Unito, rappresenta un caso particolarmente emblematico. Nel luogo dove si trovava il grande Castlegate shopping centre, invece di costruire un nuovo mall o rinnovare la struttura secondo lo stesso modello di consumo standardizzato, l’amministrazione locale ha deciso di demolire il centro commerciale e restituire l’area al fiume e alla comunità, trasformandola in uno spazio pubblico e naturalistico. Non era una scelta pianificata consapevolmente nel quadro di una visione urbana alternativa; era il risultato della semplice non redditività del modello precedente. Eppure l’esito era comunque significativo: un nonluogo veniva fisicamente cancellato, il territorio veniva in parte de-asfaltato e la comunità locale recuperava accesso a uno spazio precedentemente privatizzato.

I movimenti globali contro la gentrificazione turistica rappresentano una forma di resistenza particolarmente rilevante negli ultimi anni. A Venezia, Barcellona, Lisbona e Berlino, comunità locali si sono mobilitate contro la trasformazione selvaggia dei loro territori in parchi a tema per il consumo turistico. In queste città, piattaforme come Airbnb hanno sistematicamente trasformato interi quartieri in hotel diffusi, sostituendo residenti permanenti con turisti temporanei, cancellando la memoria locale e convertendo la città in uno spazio di consumo standardizzato per visitatori globali. Questi movimenti non sono riusciti a invertire completamente il processo di turistificazione, ma hanno creato consapevolezza, imposto limiti normativi, seppur deboli e continuamente aggirati, e dimostrato che esiste una domanda politica di città come spazi di vita collettiva, non come nonluoghi di consumo. A Barcellona, in particolare, i movimenti per il diritto alla città hanno assunto una forma istituzionale, con amministrazioni locali che almeno nominalmente si sono impegnate a limitare il turismo di massa, a proteggere gli affitti e a mantenere spazi pubblici vivi.

Queste diverse forme di resistenza — dall’auto-organizzazione comunitaria all’occupazione politica, dalle moratorie amministrative al fallimento economico di modelli insostenibili, dai movimenti contro la gentrificazione turistica ai risvegli di consapevolezza sulla necessità di una densità urbana riflessiva — condividono un tratto comune: il riconoscimento che lo spazio urbano non è una realtà data, non è il mero risultato di forze economiche inevitabili, ma il terreno di una lotta politica costante. La realtà che permane è che il nonluogo resta egemonico; le alternative faticano enormemente a svilupparsi su scala ampia. Ma il fatto che nel sistema si aprano crepe, che le resistenze si organizzino, che lo spazio possa essere riappropriato anche solo parzialmente, suggerisce che la trasformazione non è semplicemente una questione di consapevolezza teorica, ma di organizzazione politica concreta e di rivendicazione del diritto alla città come diritto di trasformare lo spazio secondo i bisogni collettivi.



Verso un’urbanistica rigenerativa

Se il nonluogo rappresenta la forma spaziale dell’urbanizzazione neoliberista, la sua negazione non può consistere in una semplice umanizzazione estetica, né in un’aggiunta di elementi verdi o culturali agli spazi di consumo standardizzato. La negazione del nonluogo richiede un ripensamento radicale dei principi guida dell’urbanistica stessa, un ritorno, in certo senso, ai principi che la scuola italiana aveva intuito, ma radicalizzati alla luce delle dinamiche ecologiche e politiche contemporanee. Questo ripensamento converge nel concetto di diritto alla città.

Il diritto alla città non è una formula retorica. È un principio politico concreto che riconosce lo spazio urbano come bene comune, afferma il diritto fondamentale della comunità a decidere democraticamente come trasformare il proprio territorio e stabilisce che nessuna logica di profitto può legittimamente prevalere su questo diritto collettivo. Henri Lefebvre aveva formulato con chiarezza questo concetto: il diritto alla città è il diritto di tutti gli abitanti di partecipare attivamente alle decisioni che trasformano lo spazio che abitano, di vedere riconosciuti i propri bisogni e le proprie visioni alternative nello spazio stesso.

Un’urbanistica radicata nel diritto alla città significherebbe, concretamente, un’inversione di gran parte delle priorità della pianificazione contemporanea. Significherebbe riconoscere che la rendita fondiaria non deve essere il motore delle trasformazioni urbane. Significherebbe che ogni decisione di pianificazione deve essere sottoposta a valutazione democratica e deve rispettare il principio di equità nell’accesso. Significherebbe che gli spazi pubblici non possono essere privatizzati, che il suolo urbano non può essere trattato come una merce da speculare, che la memoria e la storia collettiva devono essere protette come beni comuni non meno importanti dell’aria e dell’acqua.

In termini pratici, un’urbanistica rigenerativa radicata nel diritto alla città dovrebbe avere caratteristiche specifiche. Primo: multifunzionalità consapevole, cioè spazi nei quali abitazione, lavoro, consumo, ricreazione e cultura restino integrati e articolati secondo logiche che favoriscano coesione sociale e consapevolezza collettiva. Non un ritorno alla città medievale, che sarebbe romanticismo e, comunque, impossibile, ma la ricostruzione consapevole di una densità urbana nella quale le funzioni rimangano intrecciate e significative.

Secondo: spazi pubblici vivi e accessibili, non i parchi pubblici asfaltati e sorvegliati che spesso emergono come compensazione estetica negli spazi controllati dal capitale privato, ma spazi pubblici realmente controllati dalla comunità, nei quali la conflittualità politica possa manifestarsi, la memoria collettiva possa sedimentarsi e la diversità culturale possa vivere consapevolmente.

Terzo: un’economia urbana basata sulla prossimità e sul valore collettivo, non sulla logica della rendita. Questo significa sviluppare forme di economia solidale, commercio locale consapevole, cooperative di consumatori e pratiche di autoproduzione urbana. Non la nostalgia del piccolo commercio del passato, spesso legato a forme di sfruttamento e sessismo, ma la costruzione consapevole di economie territoriali autentiche.

Quarto: decisioni di pianificazione subordinate al principio della sostenibilità ecologica e della giustizia ambientale. Non la sostenibilità come greenwashing, cioè come semplice aggiunta di elementi verdi agli spazi di consumo, ma una radicale riconsiderazione della struttura spaziale per ridurre drasticamente il consumo di suolo, le emissioni di carbonio e la perdita di biodiversità. Significa densità urbana consapevole, trasporto pubblico come primo mezzo di mobilità urbana, protezione delle aree non urbanizzate e integrazione di spazi per la rigenerazione ecologica dentro la città stessa.

Quinto: forme di proprietà e di governance collettive. I Community Land Trust rappresentano, in questa prospettiva, un modello di uscita dalla logica della rendita fondiaria. Attraverso i CLT, la terra viene sottratta al mercato speculativo e gestita collettivamente per il beneficio della comunità locale. Non è una soluzione totale, perché resta comunque entro la logica capitalistica e la sua scala è ancora marginale, ma rappresenta un’apertura concreta verso forme di proprietà non subordinate alla logica della rendita.

Queste cinque caratteristiche convergono in un’idea di città che non è semplicemente il risultato di decisioni economiche determinate, ma l’esito di scelte politiche consapevoli, di lotte collettive per il controllo dello spazio, di organizzazione democratica dei bisogni urbani. Non è utopia: forme di questi principi sono già praticate in varie città, nei quartieri in cui il commercio locale resta vitale nonostante la pressione del capitale immobiliare globale, nelle esperienze di autogestione di spazi pubblici, nelle moratorie contro i nonluoghi, nei CLT che si sviluppano in Europa e nel Sud globale, nei movimenti urbani che rivendicano il diritto alla città.

Il nonluogo rimane egemonico, almeno per ora. Ma rimane egemonico perché non incontra una resistenza organizzata sufficientemente forte, non perché sia inevitabile. Una coalizione politica consapevole, capace di mettere insieme urbanisti, movimenti urbani, organizzazioni di abitanti, forze ambientaliste e sindacati degli addetti alla costruzione degli spazi urbani, potrebbe diventare una forza capace di trasformare le priorità dell’urbanizzazione contemporanea. Non verso il nonluogo, ma verso la città consapevole di sé; verso lo spazio urbano come bene comune; verso il diritto alla città come principio guida dell’urbanistica contemporanea.

Non si tratta di ottimismo ingenuo. Si tratta del riconoscimento che il nonluogo, pur radicato nelle dinamiche fondamentali del capitalismo contemporaneo, resta una scelta politica, una continuazione di scelte passate, una perpetuazione di forme di controllo e di esproprio che possono essere combattute, trasformate e abolite se una volontà politica collettiva sufficientemente organizzata decide di farlo. La battaglia per il diritto alla città è dunque una battaglia per l’urbanistica contemporanea, per il significato stesso di ciò che la città deve essere nel nostro tempo.

Il nonluogo contemporaneo non è la manifestazione naturale di una surmodernità inevitabile. È il prodotto deliberato di strategie capitalistiche di estrazione della rendita fondiaria, di controllo politico dei flussi umani, di cancellazione della storia collettiva e della memoria urbana. Augé aveva ragione nel descrivere con precisione la fenomenologia del nonluogo — l’anonimato, la transitorietà, la frammentazione dei legami sociali — ma la sua analisi resta incompleta finché non nomina il sistema che produce il sintomo. Quel sistema è il capitale immobiliare, la finanziarizzazione globale dello spazio urbano, la subordinazione delle decisioni di pianificazione alla logica della rendita. Comprendere questa causalità materiale non è soltanto un esercizio di rigore teorico: apre uno spazio politico decisivo. Se il nonluogo è il risultato di scelte economiche e politiche, allora è reversibile. Non è determinato da leggi naturali; è contingente, contestabile, trasformabile. La prova di questa possibilità di trasformazione resta ancora frammentaria, circoscritta e marginale rispetto all’egemonia del nonluogo; eppure esiste. Comunità organizzate riappropriano spazi, movimenti urbani rivendicano il diritto alla città, forme alternative di economia urbana si sviluppano anche nei vuoti lasciati dal capitale immobiliare. Queste esperienze non hanno ancora raggiunto una scala globale, ma la loro stessa esistenza prova qualcosa di essenziale: che il futuro urbano non è scritto, che lo spazio è un terreno aperto di lotta politica.

Un’urbanistica rigenerativa, orientata dal principio del diritto alla città, richiederebbe una trasformazione radicale dei fondamenti della pianificazione contemporanea. Richiederebbe di subordinare la logica della rendita ai bisogni collettivi; di restituire il controllo dello spazio alle comunità locali; di proteggere la memoria urbana e l’identità collettiva come beni comuni; di progettare la città secondo principi di sostenibilità ecologica e di giustizia ambientale.

È una battaglia che non può essere vinta soltanto con idee migliori o con progetti più belli: richiede organizzazione politica, conflitto e opposizione al capitale immobiliare e ai governi che lo servono. Ma è una battaglia che deve essere combattuta, se vogliamo che lo spazio urbano smetta di essere un campo in cui il capitale estrae valore dalla comunità e diventi invece il terreno in cui la comunità decide consapevolmente il proprio futuro.



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