Passa ai contenuti principali

NEO-LIBERISMO e PIANIFICAZIONE URBANISTICA COMMERCIALE

 L'eco delle riflessioni di Adam Smith sul "liberismo" risuona ancora oggi nei dibattiti economici e politici, evocando l'immagine di una "mano invisibile" capace di orchestrare l'incontro virtuoso tra l'interesse individuale e il benessere collettivo, un equilibrio dinamico tra domanda e offerta generato dalla forza propulsiva della libera concorrenza. L'assunto fondamentale di Smith postulava un'assoluta libertà dell'agire economico dei singoli, un'autonomia decisionale scevra da ingerenze statali.

Tuttavia, la storia economica ha presto mostrato le incrinature di questo idillico scenario. La Grande Crisi del 1929 rappresentò uno spartiacque, un'evidenza drammatica del fatto che i mercati non sempre possiedono intrinseci meccanismi di auto-aggiustamento capaci di scongiurare catastrofi economiche e sociali. In questo contesto di profonda incertezza, il contributo illuminante di John Maynard Keynes si rivelò cruciale. Keynes teorizzò la necessità di un intervento pubblico attivo nell'economia, attraverso l'implementazione di regole e la realizzazione di opere pubbliche, al fine di sostenere la domanda aggregata e garantire quell'equilibrio sociale che le sole forze del mercato non potevano assicurare.

Oggi, a distanza di oltre due secoli e mezzo dalle intuizioni di Smith, il liberismo economico è oggetto di una revisione critica sempre più serrata nel mondo accademico. Si moltiplicano saggi e volumi che, con toni a volte persino celebrativi, annunciano il presunto fallimento del neoliberismo, una riproposizione contemporanea e spesso più radicale delle idee originarie di Smith.

Le argomentazioni più solide che sostengono questa tesi si basano sull'osservazione che "il neo-liberismo è una teoria, ma la realtà è ben diversa" e che le nostre società occidentali contemporanee sono, di fatto, entità ibride, "liberal-social-democratiche", che mescolano in dosi variabili elementi liberali, socialisti e democratici.

Le politiche di "reaganismo" negli Stati Uniti e di "thatcherismo" nel Regno Unito hanno certamente inciso sul modello dello welfare state affermatosi nel secondo dopoguerra, introducendo elementi di deregolamentazione e di privatizzazione. Tuttavia, non sono riuscite a smantellarlo completamente. Sotto molti aspetti, le nostre società sono rimaste ancorate a un'impostazione keynesiana, come si evince chiaramente dalle difficoltà che i governi, persino quelli di orientamento progressista, incontrano quando tentano di liberalizzare settori come la vendita di farmaci e giornali, i servizi di taxi e attività simili. Tali tentativi spesso si scontrano con una forte opposizione sociale e politica, costringendo i governi a fare marcia indietro. Inoltre, l'enorme debito pubblico accumulato da paesi come il Giappone, la Grecia, l'Italia e il Portogallo testimonia come, nei fatti, questi paesi abbiano spesso perseguito politiche di sostegno alla domanda e di investimento pubblico tipiche di un approccio keynesiano. L'ordine liberale globale emerso alla fine della Seconda Guerra Mondiale, pur con le sue intrinseche imperfezioni, ha indubbiamente portato prosperità economica e libertà politiche a una parte significativa della popolazione mondiale. Eppure, con la prospettiva del presente, sembra che il liberalismo abbia in qualche modo esaurito la sua spinta propulsiva e non sia riuscito a distribuire i suoi benefici in modo uniforme all'interno delle società.

I primi, drammatici mesi del lockdown imposto dalla pandemia di Covid-19 hanno messo in luce, in modo crudo e inequivocabile, la fragilità e la progressiva distruzione del welfare urbano ad opera di un'economia improntata a un liberismo spesso selvaggio e deregolamentato. Il contagio si è diffuso rapidamente e silenziosamente, cogliendo di sorpresa un sistema sanitario territoriale depotenziato da decenni di tagli e di una visione economicistica della sanità pubblica. A partire dagli anni '90, si è assistito a uno smantellamento progressivo della rete decentrata di tutela sanitaria, dai medici di base ai piccoli presidi ospedalieri, con la conseguente perdita di quella capillare capacità di monitoraggio e di intervento precoce che avrebbe potuto fare la differenza nel contenimento della pandemia. In quei mesi drammatici, sembrava quasi che le lancette dell'orologio fossero state riportate indietro al Medioevo urbano, un'epoca in cui esistevano certamente ospedali per la cura dei malati, ma mancava una concezione sistemica del controllo dello stato di salute della popolazione e dei territori, un'acquisizione fondamentale che si sarebbe sviluppata solo nei secoli successivi. Il paradosso amaro è che, in quelle lontane città medievali, l'assistenza sanitaria era spesso gratuita, mentre oggi assistiamo a un preoccupante bilanciamento tra ospedali pubblici e privati a pagamento, con le conseguenti implicazioni in termini di accesso universale alle cure.

Una delle conseguenze più tangibili e pervasive di un liberismo economico sfrenato nel contesto urbano è la progressiva rarefazione del commercio di vicinato all'interno del tessuto cittadino. Le città sono storicamente nate e si sono sviluppate intorno alle esigenze di scambio, e la funzione commerciale ha sempre rappresentato una molla fondamentale per l'evoluzione urbana, un elemento vitale per la creazione di spazi pubblici vivaci e per la costruzione di reti sociali. Tuttavia, negli ultimi trent'anni, l'economia dominante, guidata da una logica di massimizzazione del profitto e di deregolamentazione, ha favorito la proliferazione incontrollata di enormi centri commerciali situati in posizioni spesso periferiche e isolate, facilmente raggiungibili solo con l'automobile privata. Questa tendenza ha inesorabilmente portato alla chiusura di migliaia di negozi di prossimità, quelle piccole attività commerciali che non solo fornivano beni e servizi essenziali, ma che soprattutto garantivano relazioni sociali quotidiane, contribuendo in modo significativo alla vivibilità e alla sicurezza dei contesti urbani. Molti paesi europei, consapevoli di questi effetti negativi, hanno cercato di limitare e governare questi processi di concentrazione commerciale, attraverso normative che tutelassero il commercio di vicinato e promuovessero la riqualificazione dei centri storici. In Italia, purtroppo, non si è assistito a un tentativo organico di regolamentazione, e la liberalizzazione selvaggia nel settore del commercio ha finito per trionfare, con le conseguenze negative che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

Le città, in quanto nodi di reti complesse, vivono di relazioni economiche e culturali con l'esterno, sono punti di connessione vitale che le legano ad altre città e a territori più ampi. L'economia commerciale rappresenta, in un certo senso, il "motore" economico di una città, un elemento dinamico che genera flussi di persone, di merci e di idee. Prima del 1998, in Italia, la "formazione di un piano di sviluppo e di adeguamento della rete di vendita" era demandata ai Comuni, con il preciso vincolo del "rispetto delle previsioni urbanistiche". La legge n. 426 del 1971 assoggettava l'apertura, l'ampliamento e il trasferimento degli esercizi commerciali a un regime di autorizzazione, la quale poteva essere negata solo in caso di accertato contrasto con le disposizioni del piano commerciale comunale e con la legge stessa. Questa impostazione rifletteva una chiara consapevolezza della necessità di integrare la pianificazione commerciale con la più ampia pianificazione urbanistica, al fine di garantire uno sviluppo armonico e sostenibile del territorio.

Tuttavia, nel 1998, con l'emanazione del Decreto Legislativo n. 114, si concretizzò una forte spinta riformatrice, che portò al superamento del vecchio sistema. Il cosiddetto "Decreto Bersani" superò la rigida separazione tra la tutela urbanistica e la tutela commerciale, sopprimendo di fatto il Piano del Commercio comunale e affidando alle Regioni il compito di definire gli "indirizzi generali per l'insediamento delle attività commerciali" e di stabilire i criteri di "programmazione urbanistica" inerenti al settore commerciale (cfr. art. 6 del D. Lgs. n. 114 del 1998). Di conseguenza, i Comuni venivano privati di quella fondamentale capacità programmatoria di cui avevano precedentemente goduto nel settore cruciale del commercio.

Di fatto, si passò dal precedente sistema dualistico, basato sulla centralità e sull'interazione delle due pianificazioni (commerciale e urbanistica), a un sistema monistico che perseguiva una tutela unitaria di entrambi gli interessi, con una netta prevalenza delle logiche di liberalizzazione del mercato. Questa transizione, purtroppo, si è rivelata un vero disastro per la vitalità dei nostri tessuti urbani.

Innanzitutto, il commercio si distribuisce naturalmente lungo assi viari, in punti strategici o in poli di attrazione, e non in modo uniforme su vaste aree territoriali. Pertanto, non si presta a essere regolamentato efficacemente con meccanismi che fissano disposizioni uniformi per zone omogenee, come avviene spesso nella zonizzazione urbanistica tradizionale. Lo zoning, strumento urbanistico certamente utile per la regolamentazione di alcune funzioni urbane, si è dimostrato lo strumento meno indicato per una buona pianificazione commerciale capace di garantire servizi efficienti e accessibili a tutti i cittadini, sia a coloro che risiedono nel centro delle città, sia a coloro che vivono nelle periferie. In secondo luogo, lo zoning tende a raggruppare territorialmente funzioni tendenzialmente omogenee, mentre il commercio, per sua natura, tende a prosperare in contesti di mescolanza di funzioni diverse, di compresenza di residenze, uffici, servizi e spazi pubblici. È significativo osservare come persino i centri commerciali, che inizialmente sembravano nati per realizzare delle concentrazioni commerciali omogenee e isolate, si stiano sempre più trasformando in strutture polifunzionali integrate, che ospitano al loro interno non solo negozi, ma anche cinema, ristoranti, palestre e persino uffici e residenze, riconoscendo implicitamente la validità di un modello di sviluppo urbano più integrato e diversificato.

L'intuizione di questa intrinseca inadeguatezza dello zoning per la pianificazione commerciale non è affatto una novità: era già stata lucidamente evidenziata all'inizio degli anni '70 dall'Architetto Gentili, un pioniere dell'urbanistica commerciale in Italia, che aveva compreso precocemente la specificità delle dinamiche commerciali e la necessità di approcci pianificatori più flessibili e attenti alle logiche di mercato, pur nel rispetto di un quadro urbanistico generale.

Il rapporto tra Stato e mercato, e in particolare la natura e l'intensità dell'intervento dello Stato nell'economia, si configura forse come il tema più urgente che la crisi economica e sociale degli ultimi anni consegna alla riflessione teorica e all'azione politica. La storia delle vicende economiche recenti rappresenta una evidente smentita del paradigma liberista, secondo il quale il mercato sarebbe un meccanismo dotato di una intrinseca capacità di autoregolazione tale da consentirgli di perseguire finalità sociali in modo efficiente, rendendo sostanzialmente superfluo l'intervento attivo dello Stato. La realtà ci ha mostrato, con la forza dei dati statistici e delle crisi ricorrenti, che un mercato lasciato completamente a se stesso può generare profonde disuguaglianze, instabilità finanziaria e danni ambientali significativi, minando il benessere collettivo e la coesione sociale. La pianificazione urbanistica commerciale, in questo contesto, non può essere considerata una variabile indipendente, ma deve essere integrata in una visione più ampia di governo del territorio che tenga conto degli obiettivi di sostenibilità ambientale, di equità sociale e di qualità della vita urbana, riconoscendo il ruolo fondamentale di un intervento pubblico capace di orientare e regolamentare le forze del mercato per il bene comune.

Commenti

Post popolari in questo blog

DATA -CENTER : che cosa sta accadendo?

Tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026, nelle cronache dei principali quotidiani e riviste specializzate del mondo, è comparsa una nuova sequenza di titoli tanto allarmanti quanto, per molti lettori europei, inattesi. «Scoppia una battaglia per 15 miliardi di dollari in data center nella contea rurale del sud della California»; «Oltre 200 gruppi ambientalisti chiedono la sospensione dei nuovi data center statunitensi»; «Dal Messico all'Irlanda, la furia cresce su una frenesia globale dell'IA»; «7 aprile 2026 :i cittadini di Port Washington, Wisconsin, hanno approvato il primo referendum negli Stati Uniti volto a limitare la capacità dei leader cittadini di concedere agevolazioni fiscali per futuri mega-progetti, inclusi i data center, senza il consenso diretto degli elettori»; Non si tratta di singole notizie isolate, bensì di segnali convergenti di un fenomeno strutturale che l'opinione pubblica europea stenta ancora a riconoscere nella sua dimensione ...

Un nazi-tecnocrate come Peter Thiel e le sue "Città sull'acqua".

C’è un momento in cui l’esercizio accademico si rivela insufficiente, e bisogna chiamare le cose con i l loro nome.  L’idea di Peter Thiel di costruire città-stato galleggianti sull’acqua non è assimilabile a nessuna delle grandi tradizioni del pensiero urbanistico moderno: non dialoga con le Città Giardino di Ebenezer Howard, non ha nulla in comune con la Città Lineare di Arturo Soria y Mata, non condivide l’utopismo produttivo della Città Industriale di Tony Garnier, né la radicale ridistribuzione spaziale della Ville Radieuse di Le Corbusier, né tantomeno con il New Urbanism di Andrés Duany e Elizabeth Plater-Zyberk, con la Smart City o con la Città dei Quindici Minuti teorizzata da Carlos Moreno.  Per dirla senza eufemismi — e con una certa soddisfazione nel farlo — questa “idea oppiacea” è più propriamente, come direbbero gli anglosassoni, “That’s absolute rubbish” : un’autentica "stupidaggine". Da ricordare sempre, però, che l’urbanistica non è mai stata una disciplin...

L’anacronismo della zonizzazione

L’anacronismo della zonizzazione Nel 2026 abitiamo città attraversate da flussi digitali, crisi climatiche e mobilità complesse, ma continuiamo a pianificarle con una grammatica concepita quando il carbone muoveva le fabbriche e il cavallo il trasporto urbano. La modernità, a quanto pare, ha corso più veloce dei nostri strumenti. Così, mentre il mondo cambia scala, velocità e bisogni, la zonizzazione continua a dividere la città come se il problema principale fosse ancora quello di tenere lontane le ciminiere dai dormitori operai. Reinhard Baumeister (1833–1917) non è semplicemente una figura di riferimento nella storia dell'urbanistica: è il fondatore della disciplina come scienza tecnica e giuridica autonoma. Prima che Camillo Sitte teorizzasse l'estetica della forma urbana o che Joseph Stübben codificasse le regole del tracciato stradale, Baumeister aveva già compiuto il passo decisivo: sistematizzare le leggi della crescita urbana industriale in un corpus normativo tra...