Personalmente ho una convinzione profonda e tormentata: la città è il più grande artefatto dell'umanità, lo specchio delle nostre aspirazioni, delle nostre conquiste, ma anche delle nostre più profonde contraddizioni.
Camminando per le nostre metropoli, osservando la trama degli spazi, il flusso delle persone e delle merci, non vedo solo cemento, acciaio e vetro. Vedo un organismo vivente, un ecosistema complesso che abbiamo costruito attorno a noi, mattone dopo mattone, decisione dopo decisione. È un'opera grandiosa che ha garantito a una parte significativa della popolazione mondiale un benessere senza precedenti nella storia.
Eppure, in questo stesso straordinario successo creativo, si celano i semi di una crisi sistemica che minaccia di compromettere il nostro futuro. La salute del nostro pianeta e la nostra salute sono legate da un filo inestricabile.
Ho timore che ci troviamo proiettati verso un avvenire incerto, segnato da condizioni ambientali sempre più precarie, da una scarsità crescente di risorse e da disuguaglianze sociali che si acuiscono come ferite aperte nel tessuto urbano.
Questo ipotetico scenario, certificato da indiscutibili dati di analisi, impone un radicale cambio di paradigma. Non possiamo più accontentarci di misurare il progresso con il metro arido e quantitativo del Prodotto Interno Lordo (PIL); è divenuto improrogabile l'impegno verso una concezione olistica e qualitativa della crescita. Al centro di questa indispensabile riflessione si pongono due lenti concettuali di straordinaria potenza analitica.
Da un lato, la Teoria della Costruzione della Nicchia (Niche Construction Theory, NCT), un approccio evoluzionistico che ci permette di leggere la nostra storia biologica e culturale in una luce nuova e inquietante.
Dall'altro, il quadro di riferimento proposto dal World Economic Forum nel suo "Future of Growth Report 2024", che offre strumenti concreti per valutare la qualità della crescita economica, esortandoci a ricercare un difficile ma necessario equilibrio tra innovazione, inclusione, sostenibilità e resilienza.
L'intersezione di queste due prospettive, una biologico-evolutiva e l'altra socio-economica, dischiude una verità scomoda e pressante: l'essere umano, nel suo incessante e prometeico processo di alterazione del pianeta, rischia di costruire con le proprie mani una vera e propria "trappola evolutiva", un labirinto di cui è al contempo architetto e potenziale vittima. È una riflessione che ci tocca tutti, ma che interpella in modo particolare la mia disciplina, l'urbanistica, chiamata oggi a un compito che trascende la mera tecnica per farsi responsabilità etica e politica: immaginare e costruire città che non siano più parte del problema, ma l'inizio della soluzione.
La Lente Evolutiva: Costruzione della Nicchia e la Condizione Urbana
Per comprendere la profondità della sfida che abbiamo di fronte, dobbiamo fare un passo indietro e riconsiderare il nostro posto nel grande racconto dell'evoluzione.
La visione tradizionale ci descrive come organismi passivi, soggetti che si adattano a pressioni ambientali preesistenti.
La Teoria della Costruzione della Nicchia (NCT) capovolge questa prospettiva: postula che gli organismi non sono meri recettori, ma agenti attivi che modificano, influenzano e, di fatto, costruiscono le sfide ambientali e le pressioni selettive che affrontano. L'organismo e l'ambiente si co-determinano in una danza incessante. Questa idea, pur formalizzata di recente, ha radici antiche riconducibili persino a Charles Darwin
Il biologo evoluzionista Kevin Neville Lala e i suoi colleghi, figure chiave nello sviluppo di questa teoria, definiscono la costruzione della nicchia come "il processo attraverso il quale gli organismi modificano attivamente la propria nicchia evolutiva e quella degli altri". La nicchia evolutiva, quindi, non è un palcoscenico fisso, ma "la somma di tutte le pressioni della selezione naturale a cui è esposta la popolazione", includendo in questa somma anche quelle pressioni che sono state modificate dalla popolazione stessa.
Il punto cruciale è che queste pressioni modificate si accumulano di generazione in generazione. Questo accumulo può condurre a esiti evolutivi che, ed è qui che risiede il cuore del problema, non sono necessariamente adattivi nel lungo periodo. Si introduce così il rischio di maladattamento, ossia una condizione in cui scelte e modifiche ambientali che appaiono vantaggiose nell'immediato si rivelano dannose in un futuro prossimo o in un contesto mutato.
L'Homo sapiens rappresenta l'esempio più potente e recente di questa capacità, un "ingegnere degli ecosistemi" la cui opera ha raggiunto una scala planetaria. Abbiamo plasmato l'intero globo nella nostra nicchia ecologica, alterando profondamente ecosistemi e clima. Ciò che però distingue radicalmente la nostra azione è il ruolo centrale giocato dalle "pratiche culturali e tecnologiche". Le nostre città, le nostre infrastrutture, i nostri sistemi agricoli, ma anche i nostri comportamenti collettivi e individuali – come le diete globalizzate o abitudini dannose quali il fumo e il consumo di alcol – sono i veri motori di questa trasformazione.
Viviamo oggi in quella che gli autori di uno studio coordinato dall'Università di Padova definiscono, con un'espressione tanto precisa quanto evocativa, una "nicchia industrializzata". Questo ambiente, costruito da noi e per noi, ha senza dubbio prodotto "indubbi benefici". I progressi nell'istruzione, nell'assistenza sanitaria, nell'accesso a risorse fondamentali come l'acqua potabile, e la rivoluzione portata da antibiotici e vaccini hanno migliorato la qualità e l'aspettativa di vita per miliardi di persone. Tuttavia, questi miglioramenti sono stati distribuiti in modo diseguale, spesso acuendo le disparità sociali.
Il rovescio della medaglia è che questa stessa nicchia sta simultaneamente "generando nuove fragilità rivelandosi, per alcuni aspetti, maladattativo".
Dal mio punto di vista la città contemporanea è l'epicentro di questa contraddizione. È il luogo dove i benefici della modernità sono più concentrati, ma anche dove le sue patologie si manifestano con maggiore intensità.
La pianificazione urbana del XX secolo, spesso guidata da una logica funzionalista e da una fiducia cieca nella crescita illimitata, ha prodotto ambienti che favoriscono la sedentarietà, l'isolamento sociale e l'esposizione a inquinanti. La dipendenza dall'automobile ha eroso lo spazio pubblico, la zonizzazione rigida ha separato le funzioni del vivere (abitare, lavorare, divertirsi), costringendoci a spostamenti continui e frammentando le nostre comunità.
In questo contesto, la crescente scarsità di risorse e l'aumento delle disuguaglianze non sono incidenti di percorso, ma conseguenze logiche di un modello di sviluppo che la nostra stessa attività contribuisce ad aggravare.
La Città Maladattativa
Il periodo storico che stiamo vivendo è stato definito "Grande Accelerazione". A partire dagli anni '50 del secolo scorso, l'impronta umana sul pianeta ha subito un'intensificazione esponenziale e senza precedenti. In termini evolutivi, abbiamo assistito a una rapida e dirompente espansione delle nicchie antropiche. Se da un lato questo ha portato a innegabili progressi, dall'altro ha generato impatti negativi di portata sistemica: la drastica riduzione della complessità e funzionalità degli ecosistemi, la perdita accelerata di biodiversità, l'inquinamento pervasivo, la diffusione di agenti patogeni e lo sviluppo della resistenza agli antibiotici. La sfida, come evidenziano gli studi, risiede nel fatto che benefici e danni sono spesso le due facce della stessa medaglia, rendendo estremamente complesso bilanciare le scelte.
Questo processo ha plasmato le pressioni selettive non solo per le altre specie, ma soprattutto per la nostra, creando condizioni ambientali a cui sarà sempre più difficile, per le generazioni future, adattarsi. È in questo preciso contesto che si inserisce la cosiddetta "quarta transizione epidemiologica".
Dopo l'epoca delle grandi pestilenze e carestie, e dopo quella della regressione delle malattie infettive, siamo entrati in una nuova fase di instabilità sanitaria. Questa fase è dominata dall'emergere di nuove pandemie, spesso legate alla distruzione degli habitat e alla perdita di biodiversità, e, soprattutto, da un'esplosione delle malattie non trasmissibili (Non-Communicable Diseases, NCDs). Oggi, le NCDs – come le patologie cardiovascolari, il diabete, i tumori e le malattie respiratorie croniche – rappresentano la principale causa di mortalità a livello globale, con un'incidenza impressionante del 74% su tutti i decessi.
Sebbene solidi studi epidemiologici, come il fondamentale Framingham Heart Study o il British Doctors Study, abbiano identificato da decenni i principali fattori di rischio individuali (fumo, colesterolo, ipertensione) , manca ancora una spiegazione completa ed evolutivamente plausibile per questo massiccio cambiamento. L'approccio della NCT si propone di colmare questa lacuna, collegando le sfide ambientali globali all'aumento dei disturbi metabolici. I fattori chiave della nostra "nicchia industrializzata" – un'alimentazione non sana, dominata da cibi ultra-processati, uno stile di vita sedentario e l'esposizione cronica all'inquinamento – sono i principali indiziati.
Da una simile complessa dinamica emerge il concetto di "trappola evolutiva". In biologia, una trappola si verifica quando vi è un disallineamento tra le preferenze di un organismo per una risorsa e il valore effettivo di quella risorsa per la sua sopravvivenza e riproduzione (fitness). Applicato a noi, il rischio è che la persistenza delle minacce ambientali che noi stessi creiamo possa alterare in modo irreversibile la nostra "eredità ecologica", ovvero le condizioni ambientali e le risorse che lasciamo alle generazioni future. Stiamo costruendo un mondo in cui i nostri figli e nipoti potrebbero trovarsi a vivere in condizioni radicalmente diverse e meno ottimali delle nostre. Questa erosione potrebbe raggiungere un punto critico in cui "condizioni non ottimali potrebbero compromettere la nostra capacità di sopravvivere e riprodurci, aumentando il rischio di cadere in una vera e propria trappola evolutiva".
È un'implicazione agghiacciante: stiamo attivamente costruendo un futuro che potrebbe diventare inabitabile per i nostri discendenti.
La consapevolezza della trappola che rischiamo di auto-costruirci e la necessità di una "crescita di qualità" non devono condurre alla paralisi, ma imporre una riflessione strategica e un'azione coraggiosa. La comprensione della "trappola evolutiva" non è una condanna, ma un avvertimento pragmatico e scientificamente fondato. La spinta verso una "crescita di qualità" e l'adozione di un approccio evolutivo sono due facce della stessa medaglia: la necessità ineludibile di agire sulla profonda interconnessione tra salute umana, salute del pianeta e le nostre scelte socio-economiche.
Il futuro dipenderà dalla nostra capacità collettiva di abbracciare questa complessità e di riequilibrare il nostro rapporto con l'ambiente, per evitare che la nicchia che abbiamo così abilmente costruito si trasformi, per le generazioni a venire, in una prigione senza via d'uscita. È un appello all'azione. La posta in gioco è altissima, ma gli strumenti della conoscenza sono a nostra disposizione. Sta a noi usarli.
Commenti
Posta un commento
Your comment will be online shortly