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HOMO URBANUS

Homo Urbanus: Un'espressione che racchiude in sé la parabola della nostra specie, sempre più attratta dal magnetismo dei centri urbani. Cinquant'anni fa, il paesaggio umano era punteggiato di borghi, paesi, una ruralità ancora pulsante. Oggi, la narrazione è radicalmente diversa. I vagiti dei neonati risuonano sempre più spesso tra le mura di appartamenti, con il destino segnato di diventare parte di questa inarrestabile ondata di urbanizzazione. I dati della Banca Mondiale non lasciano spazio a dubbi: quel 70% di popolazione urbana entro il 2050, quelle quasi sette miliardi di anime concentrate, rappresentano una trasformazione epocale, la cui portata fatichiamo ancora a comprendere appieno.

Come acutamente osservava Ben Wilson, con la sua magistrale opera "Metropolis", stiamo assistendo al culmine di un processo millenario. Una migrazione silenziosa ma inesorabile che ci sta plasmando in una specie eminentemente urbana. Le sirene delle città, con le loro promesse di lavoro, di accesso facilitato alla sanità, di una presunta maggiore offerta culturale e sociale, hanno esercitato un richiamo irresistibile. Ma questo concentrarsi, questo ammassarsi, porta con sé un corollario di vulnerabilità e di problematiche che non possiamo più ignorare.

Le nostre città, nate spesso in modo organico ma raramente pianificate con una visione a lungo termine, si trovano ora strette nella morsa del sovraffollamento. E, paradossalmente, proprio questi centri di progresso e innovazione si rivelano essere tra i principali responsabili dell'aggravarsi della crisi climatica, contribuendo per ben il 75% alle emissioni di gas serra. Ondate di calore sempre più intense, inondazioni devastanti, l'innalzamento minaccioso del livello del mare, un inquinamento che soffoca i nostri polmoni e i nostri ecosistemi: sono queste le sfide che le città del futuro prossimo dovranno affrontare con urgenza e determinazione. Le statistiche parlano chiaro e sono impietose: si prevede che oltre due miliardi di residenti urbani sperimenteranno aumenti significativi di temperatura entro il 2040, con più di un terzo degli abitanti costretti a vivere in aree dove la media annua supererà i 29°C. E mentre il cemento avanza inesorabile, le aree verdi, quei polmoni vitali che mitigano il calore e promuovono il nostro benessere fisico e mentale, si sono ridotte drasticamente, passando dal 19,5% del territorio urbano nel 1990 a un misero 13,9% nel 2020. I disastri legati al clima, con la loro scia di distruzione e sofferenza, sono in drammatico aumento, rappresentando oltre il 90% degli eventi catastrofici maggiori tra il 1998 e il 2017. E, come spesso accade, sono le comunità più fragili, quelle che vivono negli insediamenti informali, a pagare il prezzo più alto.

Ma qui, come spesso accade nelle dinamiche complesse, si cela un paradosso. Le città non sono solo la fucina dei problemi, ma possono e devono diventare il laboratorio delle soluzioni. La chiave di volta risiede in un ripensamento radicale delle politiche urbane, delle funzioni sociali ed ecologiche che attribuiamo al territorio, della legislazione che lo governa e dei finanziamenti che lo plasmano. Dobbiamo dare priorità all'edilizia abitativa e ai servizi di base, riconoscendoli come veri e propri catalizzatori per un'azione climatica efficace e per uno sviluppo autenticamente sostenibile. Il legame indissolubile tra una casa accessibile, città ben pianificate e uno sviluppo che guarda al futuro del pianeta deve essere reso esplicito, scolpito nelle nostre coscienze e nelle nostre azioni.

Chi ha frequentato le aule universitarie cinquant'anni fa, studiando i canoni classici dell'urbanistica, le teorie di Geddes, di Mumford, di Hilberseimer, potrebbe oggi guardare con un certo disincanto alla realtà che ci circonda. Quel corpus dottrinario, spesso rigido e schematico, sembra stridere con la caotica, tentacolare, a volte persino brutale espansione delle nostre città contemporanee. Si insinua, a volte, un pensiero quasi blasfemo per noi addetti ai lavori: ma l'urbanistica è davvero ancora necessaria? Non si sviluppa forse la città in modo anarchico, governata più dalle logiche spietate del mercato immobiliare e della speculazione finanziaria che da un autentico desiderio di migliorare la qualità della vita dei suoi abitanti e la salute del pianeta? Di fronte a questo patchwork urbano, a questa giustapposizione spesso incoerente di funzioni e di forme, si potrebbe persino azzardare un'ipotesi ancora più radicale: l'urbanistica è diventata superflua, inutile nel realizzare città realmente vivibili.

E qui, permettetemi di dissentire con forza. Non credo affatto che l'urbanistica sia un relitto del passato, un'eco di un mondo che non esiste più. Al contrario, sono convinto che l'urbanistica sia FUTURO. La pianificazione, nella sua essenza più profonda, è un atto di lungimiranza. Si basa sulla previsione, sull'analisi dei trend in atto, sulla capacità di anticipare le sfide e le opportunità che ci attendono. È un processo intrinsecamente proiettato nel domani. Implica uno sguardo acuto e consapevole verso l'orizzonte, la capacità di interpretare i segnali deboli del presente per disegnare un futuro più armonioso e sostenibile. Lo scopo ultimo della pianificazione è proprio questo: prepararsi agli eventi futuri in modo efficace, per il miglior vantaggio della collettività.

"Pianificare": un termine che, purtroppo, nella palude melmosa del dibattito politico contemporaneo, non porta facilmente consenso. Anzi, spesso suscita diffidenza, se non aperta ostilità. Non c'è da stupirsi, forse. Anche di fronte a una tragedia epocale come la pandemia di COVID-19, una crisi sanitaria che ha messo a nudo la fragilità dei nostri sistemi e la nostra interconnessione globale, una parte della popolazione ha faticato a comprendere appieno la gravità della situazione. I lockdown, pur necessari per arginare la diffusione del virus in un contesto di impreparazione del governo centrale (e qui, una critica autocritica alla miopia di certa politica è doverosa), sono stati spesso mal sopportati, percepiti come una limitazione inaccettabile delle libertà individuali. Eppure, le stime parlano chiaro: senza vaccinazioni e senza quelle drastiche misure di contenimento, avremmo contato oltre 31 milioni di decessi a livello globale. Il vaccino, da solo, ne ha evitati quasi 20 milioni, pari a un impressionante 63% del totale.

Ora, se analizziamo i dati statistici e le ricerche previsionali che ci proiettano verso il 2050, il quadro che emerge è, se possibile, ancora più inquietante del recente shock pandemico. Non si tratta di un evento improvviso e circoscritto come il COVID-19, ma di evoluzioni lente, progressive, una continua accumulazione di cause ed effetti spesso non immediatamente percepibili nella loro drammaticità. Tuttavia, queste dinamiche silenziose sono destinate ad avere un impatto devastante, con effetti potenzialmente catastrofici se non si interviene con urgenza e con una visione strategica di ampio respiro.

Agire. Ecco la parola chiave che l'Homo Sapiens del nostro tempo sembra faticare a comprendere, quasi che il problema debba riguardare qualcun altro, un'entità indefinita e lontana. Un esempio tragicamente attuale ci giunge in questi giorni dalla California, letteralmente avvolta dalle fiamme di incendi sempre più vasti e feroci, alimentati da un'aridità che sta diventando la norma. E proprio in questa terra assetata, dove la scarsità d'acqua è un problema atavico, alcuni operatori immobiliari si apprestano a realizzare un'altra potenziale "bomba ecologica".

Il recente svelamento del misterioso acquirente di vaste aree attorno alla base aerea di Travis, un'operazione condotta per anni nell'ombra, ha destato scalpore. Dietro la sigla Flannery Associates si cela un gruppo di miliardari della Silicon Valley, animati dalla singolare ambizione di cimentarsi nella pianificazione urbana. La loro visione, battezzata California Forever, non è un modesto quartiere, ma una vera e propria città da oltre 400.000 abitanti. Se fino a poco tempo fa il progetto era avvolto nel segreto, oggi ha catturato l'attenzione globale, soprattutto per il calibro degli investitori coinvolti. Oltre all'ex trader di Goldman Sachs Jan Sramek, spiccano nomi del calibro di Reid Hoffman (cofondatore di LinkedIn), Laurene Powell Jobs (fondatrice di Emerson Collective e vedova di Steve Jobs), i fratelli Patrick e John Collison (creatori di Stripe), gli imprenditori Daniel Gross e Nat Friedman, e figure di spicco del venture capital come Marc Andreessen, Chris Dixon, John Doerr, Michael Moritz e la potente società di investimento Andreessen Horowitz. Forse, motivati dal declino che percepiscono a San Francisco (il famigerato "ciclo di rovina"), questi tycoon della tecnologia sperano di plasmare la loro città ideale, lontana dai problemi che affliggono la Bay Area.

Ora, pur riconoscendo l'audacia e la potenza economica di questa iniziativa privata, non posso fare a meno di sollevare alcune perplessità. La pianificazione urbana è una disciplina complessa, che richiede competenze specifiche, sensibilità per le dinamiche sociali ed ecologiche del territorio, una profonda comprensione delle esigenze delle comunità e una visione di lungo termine che vada oltre i cicli economici e gli interessi particolari. Non basta avere ingenti capitali e buone intenzioni per creare una città vivibile e sostenibile. La storia dell'urbanistica è costellata di fallimenti clamorosi, di "cattedrali nel deserto" nate da visioni tecnocratiche e calate dall'alto, senza un reale radicamento nel tessuto sociale e territoriale preesistente.

L'approccio "tabula rasa", pur affascinante nella sua radicalità, rischia di ignorare la complessità dei sistemi urbani, le loro stratificazioni storiche, le identità locali, i delicati equilibri ambientali. Una città non è un software che si può programmare a piacimento, ma un organismo vivo, in continua evoluzione, plasmato da una miriade di interazioni e di relazioni.

Tuttavia, l'iniziativa California Forever ci pone di fronte a una riflessione cruciale: il desiderio, forse latente ma sempre presente, di ripensare radicalmente i modelli urbani esistenti, di immaginare nuovi modi di abitare e di convivere. Questo anelito a una "città ideale", pur con tutte le sue insidie e le sue potenziali derive, testimonia una crescente insoddisfazione verso lo status quo, verso città che spesso appaiono caotiche, inefficienti, inique e sempre più vulnerabili agli shock esterni.

Concludendo, ritengo che una corretta progettazione urbanistica sia non solo necessaria, ma essenziale per plasmare città funzionali, resilienti e capaci di adattarsi alle mutevoli esigenze dei loro abitanti e alle sfide globali che ci attendono. In un'epoca di rapidi cambiamenti tecnologici, il ruolo dell'urbanistica nel dare forma a città sostenibili diventa sempre più cruciale. Gli urbanisti, armati di dati statistici rigorosi, di competenze multidisciplinari e di una visione etica del proprio lavoro, dovranno continuare a svolgere un ruolo fondamentale nella creazione di contesti urbani vivibili, che promuovano la prosperità economica, la giustizia sociale e la tutela dell'ambiente, attraverso una lungimiranza consapevole e una scala di priorità attentamente bilanciata. L'urbanistica del futuro non potrà più essere un esercizio accademico sterile, ma dovrà incarnare un impegno politico e sociale concreto, una forza propulsiva per un cambiamento radicale nel nostro modo di concepire e di abitare il pianeta. Solo così potremo sperare di guidare l'Homo Urbanus verso un futuro più sostenibile e desiderabile.

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