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SUBSIDENZA: le Metropoli stanno sprofondando

L'impronta del calcestruzzo sul nostro pianeta è un tema che da tempo suscita riflessioni profonde, specialmente per chi si occupa di scrutare le dinamiche territoriali e le loro implicazioni sul futuro delle nostre città. Affermare che il calcestruzzo sia la seconda sostanza più consumata al mondo dopo l'acqua dipinge uno scenario di proporzioni immense, quasi vertiginose. Un materiale che ha plasmato il volto delle nostre metropoli, delle nostre infrastrutture, ma che al contempo porta con sé un fardello ambientale non trascurabile: l'industria del cemento, come noto, è responsabile di una quota significativa, pari all'8%, delle emissioni globali di anidride carbonica. Una cifra che dovrebbe far riflettere sulla nostra incessante sete di "costruire".

Le proiezioni future, con una domanda di calcestruzzo in crescita stimata del 48% entro il 2050, non fanno che acuire le preoccupazioni. Il materiale che ha rappresentato il fulcro dello sviluppo urbanistico del XX secolo, il simbolo della modernità e del progresso, si sta rivelando un'arma a doppio taglio, contribuendo silenziosamente, ma inesorabilmente, a un fenomeno dalle conseguenze potenzialmente devastanti: la subsidenza.

La subsidenza, questo lento e progressivo sprofondamento della superficie terrestre, non è un evento remoto o marginale. Le stime indicano che potrebbe interessare da vicino quasi un quinto della popolazione mondiale, una fetta considerevole dell'umanità che si trova a vivere in aree vulnerabili. E in un'epoca segnata dall'incessante innalzamento dei livelli del mare, la combinazione di questi due fenomeni rischia di innescare dinamiche territoriali complesse e pericolose.

A maggio 2025 le cronache si sono interessate di Teheran dove da diversi anni più di un decimo del territorio dell’Iran, compresa l’area della capitale , sta sprofondando a causa della subsidenza. Il fenomeno interessa più della metà dei 90 milioni di persone che vivono nel paese e negli ultimi tempi i suoi effetti sono peggiorati, con la comparsa di crepe e fratture nel terreno che danneggiano edifici e infrastrutture. Come ha raccontato di recente il Financial Times, in alcuni quartieri di Teheran i proprietari delle abitazioni devono sistemare porte e finestre ogni anno, perché a causa della subsidenza non combaciano più con le soglie e non possono essere chiuse o aperte. Su scale più grandi, sono spesso necessari lavori per sistemare i binari su alcune tratte ferroviarie, che subiscono più di altre la deformazione del terreno. Altri danni sono stati registrati in alcuni dei più importanti siti archeologici inserite nelle liste UNESCO (l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la scienza e la cultura), ma potrebbero essere rimossi se non venissero rispettati gli standard di conservazione, con un grave danno per il turismo.

Le cause della subsidenza sono molteplici e intrecciano fattori naturali e antropici in un groviglio di interazioni spesso difficili da districare. Come ci ricorda una ricerca del 2022 dell'Università del Rhode Island, che ha analizzato cinque anni di dati satellitari relativi a ben 99 città costiere in tutto il globo, il quadro che emerge è tutt'altro che rassicurante. Le città costiere sembrano sprofondare sotto il loro stesso peso a una velocità superiore rispetto all'innalzamento del livello del mare. Un'osservazione che suona come un campanello d'allarme: se questa tendenza dovesse persistere, molte di queste aree urbane si troverebbero a fronteggiare problemi di inondazioni ben prima di quanto previsto dai modelli attuali.

I dati parlano chiaro: nella maggior parte delle città costiere analizzate, il tasso di sprofondamento si attesta intorno ai 2 millimetri all'anno, una velocità già superiore al normale abbassamento di regioni considerate più stabili dal punto di vista geologico. Ma ciò che desta maggiore preoccupazione è che in ben 33 di queste città, la subsidenza raggiunge o supera i 10 millimetri annui, un ritmo cinque volte più rapido dell'innalzamento medio globale del livello del mare. Il primato negativo spetta alle città situate nell'Asia meridionale, sudorientale e orientale, dove in alcune aree i tassi di sprofondamento superano addirittura i 30 millimetri all'anno, quasi quindici volte superiori all'innalzamento del livello del mare.

È fondamentale sottolineare come una serie di fenomeni geologici, al di fuori del diretto controllo umano, giochino un ruolo non trascurabile nei tassi di subsidenza. Tuttavia, l'azione dell'uomo si configura come un acceleratore potente di questo processo. L'estrazione massiccia di acqua dalle falde acquifere, la produzione di idrocarburi (petrolio e gas) e, non da ultimo, il peso imponente dell'ambiente costruito rappresentano fattori dominanti che contribuiscono in maniera significativa ai tassi di subsidenza più elevati a livello globale. Se il prelievo di acqua sotterranea per alimentare i centri manifatturieri e urbani si configura spesso come il principale motore antropico della subsidenza, è innegabile che il peso delle nostre città, delle nostre infrastrutture, sta esacerbando una situazione già di per sé critica.

L'espansione urbana senza precedenti che ha caratterizzato la Cina negli ultimi decenni ha generato una domanda di cemento che definire "colossale" è quasi riduttivo. Questo peso inimmaginabile che grava sulle città in rapida crescita del paese sta causando un rapido abbassamento di importanti centri abitati. Alcune zone di Pechino, ad esempio, sprofondano di oltre 40 millimetri ogni anno. Un dato che fa riflettere sulla fragilità del sottosuolo urbano di fronte a una crescita edilizia così intensa.

Ma Pechino non è un caso isolato. Uno studio cinese pubblicato recentemente sulla prestigiosa rivista Science ha rivelato che ben il 40% della superficie terrestre di 82 grandi città cinesi presenta un cedimento da moderato a grave, un fenomeno che non fa altro che amplificare gli effetti dell'innalzamento del livello del mare e aumentare il rischio di inondazioni per milioni di persone. Le proiezioni contenute nello studio sono inquietanti: entro il 2120, si stima che il 22-26% delle terre costiere cinesi potrebbe trovarsi a un'altitudine relativa inferiore al livello del mare, interessando una popolazione compresa tra il 9 e l'11% del totale, proprio a causa dell'effetto combinato della subsidenza urbana e dell'innalzamento degli oceani.

Un'analisi simile, seppur con dinamiche specifiche, emerge da uno studio del 2023 pubblicato sulla rivista Earth's Future, che ha puntato i riflettori su New York City. Come molte altre metropoli del mondo, si ritiene che il tasso di cedimento della Grande Mela sia accelerato da una serie di fattori, tra cui il ritiro dei ghiacciai (un fenomeno naturale con ripercussioni globali) e l'estrazione di acqua dalle falde acquifere. Ma un contributo non trascurabile è dato proprio dal carico edilizio, un peso enorme che grava su terreni dalle caratteristiche geologiche particolari, come quelli soffici che costituiscono il sottosuolo di Manhattan. Lo studio precisa ulteriormente come "si osservi che le principali città di tutti i continenti, ad eccezione dell'Antartide, stanno cedendo, e il problema potrebbe acuirsi con la crescita della popolazione. L'aumento dell'urbanizzazione probabilmente esacerberà la subsidenza attraverso l'estrazione delle falde acquifere e/o la densità di costruzione, il che, combinato con l'accelerazione dell'innalzamento del livello del mare, implica un crescente rischio di inondazioni nelle città costiere. Man mano che queste tendenze continuano, sarà importante essere consapevoli delle strategie di mitigazione di accompagnamento contro le inondazioni nelle città costiere in crescita".

Queste analisi ci portano a riflettere profondamente sul modello di sviluppo urbano che abbiamo adottato e sulla sua sostenibilità a lungo termine. La "città di cemento", un paradigma che ha dominato il XX secolo e che continua a influenzare molte delle nostre scelte urbanistiche, mostra oggi le sue fragilità, le sue intrinseche contraddizioni. Come ci ammoniva Jane Jacobs, una figura fondamentale del pensiero urbanistico contemporaneo, la vitalità di una città risiede nella sua diversità, nella sua capacità di adattarsi e di evolvere in armonia con il suo ambiente, non nella sua monolitica espansione basata su un unico materiale.

La questione della subsidenza ci pone di fronte a una sfida complessa, che richiede un approccio multidisciplinare e una visione di lungo periodo. Non si tratta semplicemente di trovare materiali alternativi al calcestruzzo, sebbene la ricerca in questo campo sia cruciale e molte promettenti start-up nel settore della scienza dei materiali a basse emissioni stiano lavorando in questa direzione. Il problema del peso delle nostre città, del carico antropico che grava sul territorio, rimane una questione centrale che dovrà essere affrontata con strategie innovative e consapevoli.

È qui che entra in gioco, a mio avviso, il concetto di "Urbanistica Generativa", un'urbanistica che non si limiti a "pianificare dall'alto", ma che sappia interpretare le dinamiche territoriali, i flussi di energia e di materia, le esigenze della popolazione e i limiti ambientali per generare soluzioni abitative e infrastrutturali più resilienti e sostenibili. Un'urbanistica che tenga conto dei dati statistici come bussola per orientare le scelte progettuali, ma che sappia anche ascoltare il "genius loci", lo spirito dei luoghi, per creare spazi che promuovano la vivibilità e il benessere, in un'ottica di rispetto per il diritto alla salute e per la qualità della vita.

Ripensare il nostro rapporto con il territorio, ridurre la nostra "impronta di peso", diversificare i materiali costruttivi, promuovere la rinaturalizzazione delle aree urbane, investire in infrastrutture verdi e blu che possano mitigare gli effetti della subsidenza e dell'innalzamento del livello del mare: queste sono solo alcune delle direzioni in cui dobbiamo muoverci.

Un compito arduo, certo, che richiede un cambio di paradigma culturale e politico. Personalmente, nutro una certa diffidenza verso quei politici di mestiere e amministratori locali che sembrano agire senza una vera passione per il proprio lavoro, spesso più attenti al consenso immediato che alla pianificazione di un futuro sostenibile per le proprie comunità.

L'Europa, in questo scenario complesso, ha un ruolo cruciale da giocare. Le politiche di coesione territoriale, gli investimenti in ricerca e innovazione, la promozione di modelli di sviluppo urbano sostenibile rappresentano strumenti fondamentali per affrontare la sfida della subsidenza e, più in generale, per costruire città più resilienti e vivibili per le future generazioni.

La questione della subsidenza, strettamente intrecciata al nostro utilizzo del calcestruzzo e al modello di crescita urbana che abbiamo adottato, ci pone di fronte a un bivio. Possiamo continuare a ignorare i segnali che ci arrivano dal pianeta, persistendo in un modello di sviluppo insostenibile, oppure possiamo intraprendere un percorso di cambiamento, ispirato a principi di responsabilità ambientale e di giustizia sociale. Un percorso che, a mio avviso, passa necessariamente attraverso una profonda revisione del nostro modo di concepire e di costruire le nostre città, abbracciando i principi di un'Urbanistica Generativa, capace di imparare dal passato per costruire un futuro più armonioso tra le esigenze dell'abitare e il diritto alla salute del nostro pianeta.

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