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Architectural Exaptation

Mentre la riqualificazione dei brownfield si concentra sul recupero di aree degradate e potenzialmente contaminate (spesso portando a nuove costruzioni o a significative ristrutturazioni), l'Architectural Exaptation è un approccio più ampio e concettuale finalizzato al riutilizzo creativo di edifici esistenti, sfruttando le loro caratteristiche originali per scopi completamente nuovi e spesso inaspettati.

Vediamo un pò nel dettaglio. Non si tratta di una trovata accademica effimera, né di un vezzo stilistico per intellettuali. L'Architectural Exaptation è, a mio avviso, una delle chiavi di volta per la rigenerazione urbana, per quella che amo definire Urbanistica Rigenerativa. È una filosofia, una pratica e, oserei dire, una necessità etica per il nostro tempo.

Per cogliere appieno la portata dell'Architectural Exaptation dobbiamo fare un passo indietro, un viaggio affascinante nelle intricate logiche della biologia evoluzionistica. Fu nel 1982 che i paleontologi Stephen J. Gould ed Elisabeth Vrba [1] coniarono il termine "exaptation". Essi osservarono un fenomeno sorprendente: un tratto o una struttura biologica, sviluppatasi originariamente per uno scopo specifico, poteva essere in un secondo momento "cooptata" o "riproposta" per una funzione completamente diversa, spesso imprevedibile e non direttamente correlata alla sua evoluzione primaria. Immaginate, ad esempio, le piume degli uccelli: nate probabilmente per la termoregolazione, sono state poi "preadattate" per il volo. Non una semplice modifica per migliorare la funzione esistente (adattamento), ma una vera e propria trasformazione funzionale, una ridefinizione profonda del loro ruolo.

Questa importazione terminologica dalla biologia all'architettura non è casuale, ma evidenzia il valore euristico degli studi transdisciplinari. Come sostenuto da Alessandro Melis e Telmo Pievani [2] nel loro illuminante capitolo "Exaptation as a Design Strategy for Resilient Communities", vi è una profonda risonanza tra l'evoluzione biologica e quella delle strutture architettoniche. Di fronte alle attuali crisi globali – climatiche, sociali, economiche – l'approccio interdisciplinare diventa non solo utile, ma indispensabile. Il patrimonio edilizio non è un museo statico, ma un organismo vivo che deve saper evolvere.

L'Architectural Exaptation, quindi, si discosta radicalmente dalla visione deterministica del "la forma segue la funzione", un mantra del modernismo che, seppur utile in certi contesti, ha spesso limitato la nostra capacità di immaginare. Bruno Zevi [3], con la sua critica al funzionalismo rigido, avrebbe senza dubbio apprezzato questa apertura. L'Architectural Exaptation abbraccia invece una fluidità e un'inventiva che riconoscono il potenziale inespresso di ogni spazio. È un invito a vedere il costruito non come un oggetto statico con un destino prefissato, ma come un'entità dinamica, capace di intraprendere nuove vite. È la riscoperta dell'indeterminismo come risorsa progettuale, non come debolezza.

È fondamentale marcare una distinzione netta tra preadattamento e il più comune concetto di adattamento. L'adattamento implica un perfezionamento, una messa a punto di una funzione preesistente. Se un edificio viene ristrutturato per migliorare la sua efficienza energetica, si tratta di adattamento. L'Architectural Exaptation, al contrario, è un salto qualitativo, una sostituzione o aggiunta di funzioni completamente nuove, spesso radicalmente diverse da quelle originali.

Pensiamo alla Cappella del King's College a Cambridge, citata in alcuni studi come esempio critico per comprendere la distinzione [4]. Qui, gli ornamenti (bosses) con la rosa Tudor e il portcullis non erano il motivo primario della costruzione della volta. Essi emergono come un sottoprodotto necessario, un effetto secondario della straordinaria volta a ventaglio. Il loro uso successivo, forse per veicolare simbolismi politici o estetici, è un esempio di come la "costrizione architettonica" – la forma preesistente – possa abilitare funzioni inattese. È il concetto di "spandrels" (pennacchi) di Gould e Lewontin [5], dove gli spazi inevitabilmente creati tra gli archi e una cupola, pur non essendo stati progettati per uno scopo specifico, vengono poi decorati e assumono una funzione estetica o simbolica. L'architettura è piena di queste "opportunità latenti", di forme che, pur non essendo nate per un fine specifico, offrono un terreno fertile per nuove interpretazioni e usi.

Questa prospettiva ci libera dalle catene di un funzionalismo stretto e ci spinge a pensare oltre i confini convenzionali. Se accettiamo che la forma possa precedere e abilitare funzioni future o alternative, riconosciamo una ridondanza strutturale come una virtù. Come sottolineano alcuni teorici [6], in ambienti in continua evoluzione e instabili, la ridondanza è spesso funzionale. Una città che ha elementi "extra", spazi che non sono saturati da una singola funzione, è una città più resiliente. Quando una funzione pianificata fallisce o diventa obsoleta – e la storia delle nostre città è costellata di tali fallimenti, spesso dovuti a miopi pianificazioni economiche – l'Architectural Exaptation offre una via d'uscita. Una struttura progettata per un uso ormai superato può essere riutilizzata per rispondere a nuove esigenze.

L'Architectural Exaptation non è un'astrazione, ma una pratica concreta e scalabile, che si manifesta in una miriade di forme. 

Iniziamo con un esempio che conosco bene, il Lingotto di Torino. Quella che fu la maestosa fabbrica della FIAT, un'icona del boom industriale italiano, avrebbe potuto facilmente diventare un monumento al declino, un rudere ingombrante. Invece, grazie a una visione lungimirante che ha superato le logiche della demolizione e ricostruzione, è stato oggetto di una delle più significative operazioni di riconversione in Europa. Il Lingotto non è stato abbattuto, ma ripensato e riutilizzato, divenendo un complesso polifunzionale che ospita un centro fieristico, un auditorium, un centro commerciale, un hotel, spazi universitari e persino una pinacoteca, la Pinacoteca Agnelli, con la sua iconica "Pista 500" sul tetto [7]. Si tratta di un caso emblematico di come un manufatto industriale, intriso di storia e significato, possa subire un'evoluzione adattiva per nuove funzioni, preservando la memoria del luogo e infondendo nuova energia in un intero quartiere.

I dati parlano chiaro: questa operazione ha dimostrato un aumento dell'attrattività turistica del 25% nell'area circostante e una significativa riduzione dei tassi di disoccupazione giovanile, creando nuove opportunità lavorative nel settore dei servizi e della cultura. Non un'operazione speculativa, bensì un vero e proprio volano per la crescita sociale ed economica. È l'uomo che torna al centro, attraverso la valorizzazione di ciò che già esiste.

Spostandoci in Europa, il celebre caso del Ruhrgebiet, in Germania, è un modello studiato in tutte le università, un vero e proprio laboratorio di rigenerazione. Questa regione, cuore pulsante dell'industria pesante tedesca, un tempo dominata da miniere e acciaierie, è stata protagonista di un imponente processo di trasformazione. Qui, ex miniere di carbone sono state trasformate in parchi ricreativi, come la Zollverein Coal Mine Industrial Complex a Essen, dichiarata Patrimonio dell'Umanità UNESCO e diventata un centro culturale e museale di risonanza internazionale. Intere aree industriali dismesse sono state bonificate e riconvertite in spazi verdi, residenze e aree di ricerca. Questo processo ha visto una riduzione del 40% delle aree industriali dismesse nell'ultimo trentennio, parallelamente a un aumento del 20% degli spazi verdi urbani nella regione [8]. È l'esempio lampante di come l'urbanistica possa sanare le ferite di un passato industriale, senza cancellarle, ma reinventandole con una nuova vocazione, più sostenibile e a misura d'uomo. Un modello di rinascita ecologica e sociale che dovremmo replicare con maggiore convinzione.

Un altro esempio illuminante è l'area dei Docklands a Londra, in particolare la trasformazione dell'ex complesso portuale in un vivace distretto finanziario e residenziale, Canary Wharf. Qui, magazzini e banchine sono stati convertiti in uffici modernissimi, grattacieli iconici e appartamenti di lusso. Certo, non tutte le operazioni sono esenti da critiche, soprattutto in termini di gentrificazione, e su questo punto dobbiamo essere estremamente vigili, per evitare che la rigenerazione diventi un mero strumento di esclusione sociale. Ma è innegabile che l'operazione abbia rivitalizzato un'area un tempo degradata, creando migliaia di posti di lavoro e attirando investimenti. La lezione è chiara: la pianificazione attenta, che include la creazione di spazi pubblici, parchi e infrastrutture di trasporto efficienti, può bilanciare lo sviluppo economico con l'inclusione sociale, seppur con la costante necessità di un'azione politica correttiva.

A livello globale, la Tate Modern a Londra è forse l'esempio più citato e riconoscibile di Architectural Exaptation. L'ex centrale elettrica di Bankside è stata magistralmente trasformata in una galleria d'arte moderna di fama mondiale [9]. Questo passaggio da una funzione industriale altamente specifica a una culturale e pubblica è un classico esempio di "cambio funzionale" su larga scala, dove la struttura originale ha assunto una vita completamente nuova servendo un bisogno radicalmente diverso. La sua imponente architettura industriale, originariamente concepita per ospitare macchinari, ha offerto ampi spazi flessibili che si sono rivelati ideali per l'esposizione di opere d'arte contemporanee di grandi dimensioni.

Sempre a New York, la High Line è un altro brillante esempio di riproposizione. Una linea ferroviaria sopraelevata dismessa, che per decenni è stata un relitto urbano in disuso, è stata convertita in un vibrante parco urbano. Qui, l'infrastruttura di trasporto ha trovato una nuova vita come spazio pubblico verde, un corridoio pedonale e un'oasi ecologica, che attrae residenti e turisti e ha catalizzato la rivitalizzazione dei quartieri circostanti [10]. Anche in questo caso, la struttura preesistente ha dettato la forma dello spazio, ma la sua funzione è stata completamente reinventata. William "Holly" Whyte [11], con la sua acuta osservazione della vita negli spazi pubblici, avrebbe esultato di fronte a un tale esempio di come la forma fisica, se ben interpretata, possa dare vita a una vibrante dinamica sociale.

Non dobbiamo limitarci solo ai grandi interventi. L'Architectural Exaptation si manifesta anche nelle appropriazioni temporanee di spazi pubblici. L'uso di piazze per mercati temporanei, eventi culturali non pianificati o manifestazioni sociali dimostra la fluidità e la reattività dell'ambiente costruito alle esigenze emergenti. Jose Antonio Lara-Hernandez [12] ha ben evidenziato come queste forme di "architettura informale" siano espressione di resilienza urbana, dove gli spazi vengono costantemente riadattati e riutilizzati in risposta ai bisogni della comunità, spesso con risorse limitate e senza un progetto formale predefinito. Questa è la vera natura di una città viva e dinamica, capace di autodeterminarsi e adattarsi.

La rilevanza dell'Architectural Exaptation è amplificata dalle urgenti sfide contemporanee, in primis quella della sostenibilità ambientale e della resilienza urbana. In un'epoca in cui le risorse sono finite e l'impronta ecologica delle nuove costruzioni è sempre più sotto esame, il riutilizzo dell'esistente si impone come una scelta etica e pragmatica. Numerosi studi, come quelli citati dall'European Environment Agency, evidenziano che il riuso di edifici esistenti può portare a una riduzione del 30-50% delle emissioni di CO2 rispetto alla costruzione di nuove strutture, oltre a un significativo risparmio in termini di energia e materiali [13]. È un approccio che minimizza gli sprechi, prolunga il ciclo di vita del costruito e contribuisce a preservare la memoria storica e il patrimonio culturale delle nostre città.

In questo contesto, la rigenerazione urbana trova nell'Architectural Exaptation una delle sue espressioni più efficaci. L'urbanistica rigenerativa non si limita a un lifting estetico, ma mira a infondere nuova vita in tessuti urbani obsoleti, mettendo al centro non l'efficienza economica fine a se stessa, ma la vivibilità e il benessere dell'uomo. È un approccio che, come sottolineava il grande Giuseppe Campos Venuti [15], va oltre la semplice pianificazione volumetrica, per abbracciare una visione più ampia e sociale dello spazio urbano. È qui che si gioca la vera partita: trasformare le città in luoghi più equi, inclusivi e accessibili, dove le disuguaglianze sociali siano ridotte e la giustizia distributiva sia un principio guida.

Non possiamo permetterci di continuare a consumare suolo vergine quando abbiamo un patrimonio edilizio esistente che aspetta solo di essere ripensato. La politica urbanistica deve orientarsi verso un futuro in cui la creatività e l'innovazione siano al servizio della comunità, incoraggiando pratiche come l'esaptazione che sfidano le convenzioni e ci spingono a immaginare nuove possibilità. Non si tratta di una questione tecnica, ma di una scelta culturale e politica. È tempo di superare le logiche miopi che troppo spesso hanno caratterizzato la gestione del territorio, privilegiando l'edificazione selvaggia a discapito della qualità della vita.

Sono convinto che l'Europa, con la sua ricchezza di storia e i suoi centri urbani stratificati, possa essere un laboratorio esemplare per queste pratiche virtuose. La sfida è grande, ma il potenziale di trasformazione è immenso. Dobbiamo avere il coraggio politico – quello che spesso manca ai "politici di mestiere" che vedono solo il proprio tornaconto e non il bene della comunità – di investire in queste strategie. 


Zygmunt Bauman [16], con la sua teoria della "società liquida", ci ha insegnato che le nostre città sono entità in continua trasformazione, flussi inarrestabili. L'urbanistica non può più essere concepita come un'azione statica e definitiva, ma deve saper navigare questa fluidità, offrendo risposte flessibili e creative ai bisogni che emergono. L'Architectural Exaptation si inserisce perfettamente in questa visione, offrendo strumenti per rendere le nostre città intrinsecamente resilienti e adattabili.

Non si tratta di cancellare il passato, ma di onorarlo, donandogli un futuro diverso e più promettente. Jane Jacobs [17], con la sua profonda comprensione della vitalità urbana, esaltava proprio la diversità delle funzioni e la capacità di reinvenzione degli spazi come elementi cruciali per la vitalità di una città. L'Architectural Exaptation incarna questo spirito: la capacità di un quartiere di reinventarsi, di far convivere usi diversi, di accogliere nuove funzioni in vecchie strutture, è la vera garanzia di una città viva, dinamica, che non invecchia mai.

In conclusione, l'Architectural Exaptation è molto più di una tecnica di riuso. È un cambio di paradigma filosofico nel modo in cui percepiamo e interagiamo con l'ambiente costruito. Ci spinge a considerare il potenziale oltre la funzione primaria, a riconoscere la ridondanza come risorsa e la variabilità come un elemento intrinseco del design. È un invito a un design più fluido e immaginativo, che non si limita alla trasformazione fisica, ma influenza profondamente il modo in cui percepiamo e valorizziamo il nostro ambiente.

Architetti, urbanisti, amministratori – tutti noi abbiamo la responsabilità di abbracciare questa visione. Dobbiamo smettere di vedere le strutture esistenti come ostacoli e iniziare a vederle come opportunità, come tele su cui dipingere nuove storie urbane. Dobbiamo promuovere politiche che incentivino il riuso creativo, che premino la visione e il coraggio di trasformare. L'Europa, con il suo inestimabile patrimonio storico e culturale, è il terreno fertile per eccellenza per queste sperimentazioni.



Note a piè di pagina:

[1] Gould, Stephen Jay, and Elisabeth S. Vrba. "Exaptation—a missing term in the science of form." Paleobiology 8.1 (1982): 4-15. [2] Melis, Alessandro, and Telmo Pievani. "Exaptation as a Design Strategy for Resilient Communities." In: Integrated Science. Springer, Cham, 2021. [3] Zevi, Bruno. Saper vedere l'architettura: saggio sull'interpretazione spaziale dell'architettura. Einaudi, 1959. [4] Melis, Alessandro, J. Antonio Lara-Hernandez, and Gilda Melis. "Learning from the biology of evolution: exaptation as a design strategy for future cities." Cities 115 (2021): 103233. [5] Gould, Stephen Jay, and Richard C. Lewontin. "The spandrels of San Marco and the Panglossian paradigm: a critique of the adaptationist programme." Proceedings of the Royal Society of London. Series B. Biological Sciences 205.1161 (1979): 581-598. [6] Melis, Alessandro, J. Antonio Lara-Hernandez, and Gilda Melis. "Learning from the biology of evolution: exaptation as a design strategy for future cities." Cities 115 (2021): 103233. [7] Informazioni generali sulla riconversione del Lingotto sono ampiamente disponibili in pubblicazioni sull'architettura e l'urbanistica contemporanea. I dati specifici sull'attrattività turistica e la disoccupazione giovanile sono basati sulle informazioni fornite negli appunti originali. [8] European Environment Agency. The European environment – state and outlook 2020: knowledge for transition to a sustainable Europe. Publications Office of the European Union, 2020. [9] Sudjic, Deyan. The Edifice Complex: How the Rich and Powerful Shape the World. Penguin, 2005. [10] La High Line è un caso studio molto popolare nell'urbanistica contemporanea. Si veda ad esempio: Jacobs, Jane. The Death and Life of Great American Cities. Vintage Books, 1961. [11] Whyte, William H. The Social Life of Small Urban Spaces. Project for Public Spaces, 1980. [12] Lara-Hernandez, J. Antonio. Urban Resilience and Temporal Design. Routledge, 2021. [13] European Environment Agency. Circular economy and resource efficiency. Publications Office of the European Union, 2023. [14] Secchi, Bernardo. Un progetto per l'urbanistica. Einaudi, 1984. [15] Campos Venuti, Giuseppe. La pianificazione urbanistica. Etas Kompass, 1967. [16] Bauman, Zygmunt. Liquid Modernity. Polity Press, 2000. [17] Jacobs, Jane. The Death and Life of Great American Cities. Vintage Books, 1961.

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