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Tactical Urbanism

La storia dell’urbanistica, nel corso del Novecento, è stata spesso la cronaca di una tensione irrisolta tra la rigidità del piano regolatore e la realtà della vita quotidiana.

L'Urbanistica Tattica, per come lo intendiamo oggi, non nasce dal nulla; è il figlio nobile e, al contempo, ribelle della "Guerrilla Urbanism" degli anni '70 e '80. In quel periodo, l'azione spontanea dei cittadini — si pensi alle Community Gardens di New York o alle prime occupazioni simboliche dello spazio stradale — rappresentava un atto di resistenza contro la "tabula rasa" del Modernismo più dogmatico.

Henri Lefebvre ci ha insegnato che lo spazio è una produzione sociale. Se lo spazio è prodotto dalla società, allora chi detiene i mezzi di produzione dello spazio detiene il potere sulla vita dei cittadini. Per decenni, questo potere è stato esercitato da una politica urbanistica che ha messo al centro l'efficienza infrastrutturale e il valore fondiario, dimenticando quella che io definisco la "misura umana". I dati statistici sulla densità abitativa e sulla carenza di standard urbanistici (i celebri 18 mq/abitante introdotti in Italia dal D.M. 1444/68) ci dicono da tempo che le nostre città soffrono di un'ipertrofia del costruito a scapito del vissuto.



Per i non addetti ai lavori va spiegato che l'urbanistica  tattica ( o Urbanismo Tattico) rappresenta una sfida al modello tradizionale di pianificazione urbana.
Il punto centrale è che le città sono state storicamente progettate pensando a un tipo specifico di persona: un adulto di sesso maschile, in buona salute, con disponibilità economica, istruito e proprietario di automobile. 
Questo "idealtipo dominante" esclude o marginalizza molte categorie di persone: bambini, anziani, donne, persone con disabilità, chi ha risorse economiche limitate, chi non possiede un'auto.


L'urbanismo tattico risponde a questo problema in modo innovativo. Si tratta di interventi urbani generalmente piccoli, temporanei e a basso costo (come piste ciclabili pop-up, parklet, attraversamenti pedonali colorati) che modificano rapidamente lo spazio pubblico. Il "radicale mutamento di prospettiva" consiste nel:
-partire dai bisogni reali di chi tradizionalmente è stato escluso dalla pianificazione
-sperimentare soluzioni in modo flessibile e reversibile, invece di imporre progetti definitivi dall'alto
.coinvolgere direttamente i cittadini nella trasformazione del loro ambiente
-privilegiare pedoni, ciclisti e trasporto pubblico rispetto all'automobile

In sostanza, l'urbanismo tattico democratizza lo spazio urbano, rendendolo accessibile e vivibile per una pluralità di corpi, età, condizioni socioeconomiche e modalità di spostamento, non solo per il modello "standard" che ha dominato la pianificazione del Novecento.


Il nostro viaggio non può che iniziare là dove la scintilla della consapevolezza ha incontrato la pragmaticità dell'azione. Sebbene spesso si attribuisca la paternità del termine a teorici contemporanei, la radice filosofica affonda nelle intuizioni di Henri Lefebvre sul "Diritto alla città" e nelle osservazioni di Jane Jacobs. 

E' a San Francisco, nel 2005, che assistiamo a quello che definirei l'atto di nascita dell' "urbanistica tattica" moderna. Il gruppo Rebar occupò un parcheggio a pagamento per un’ora, trasformandolo in un micro-parco con erba vera e una panchina. Quel primo Park(ing) Day non era un gioco; era una critica feroce alla gerarchia spaziale: perché un’auto ferma ha più diritto di esistere rispetto a un cittadino che desidera sedersi?

Mentre a San Francisco si agiva sul micro-spazio, a Bogotà si stava compiendo una rivoluzione su scala metropolitana. Le Ciclovías, iniziate timidamente negli anni '70 ma portate a sistema da amministratori come Enrique Peñalosa, hanno dimostrato che la strada può cambiare natura. Ogni domenica, 120 chilometri di arterie stradali vengono sottratte ai motori. I dati statistici di Bogotà sono una lezione per ogni pianificatore: oltre un milione e mezzo di cittadini, appartenenti a tutte le classi sociali, condividono lo stesso spazio. Qui l'urbanismo tattico (antelitteram) è diventato uno strumento di eguaglianza: il povero e il ricco pedalano fianco a fianco, rompendo quella segregazione spaziale che è la forma più subdola di fascismo urbano.

Se Bogotà ci ha insegnato la democrazia, New York ci ha fornito il metodo scientifico. Sotto la guida di Janette Sadik-Khan, commissario ai trasporti durante l'era Bloomberg, l'Urbanismo Tattico è diventato politica di governo. L'intervento su Times Square del 2009 è emblematico. Non si è partiti con un cantiere da milioni di dollari, ma con fioriere e sedie pieghevoli da 15 dollari l'una.Come professionista, sottolineo sempre l'importanza dei dati: il DOT di New York monitorò ogni singolo spostamento. Il risultato? Un calo del 35% degli incidenti ai pedoni e una riduzione drastica dei tempi di percorrenza degli autobus. Questo è l'Urbanismo Tattico che prediligo: quello che usa la "modestia" dei materiali per dimostrare l'efficacia di una visione radicale. Tuttavia, non possiamo ignorare l’ombra della gentrificazione: l’esplosione dei valori immobiliari attorno a queste piazze ci ricorda che la rigenerazione urbana senza controllo sociale rischia di essere un regalo agli speculatori, un errore che le amministrazioni progressiste americane hanno spesso sottovalutato.

Il testimone è poi passato all'Europa, dove la sensibilità per il tessuto storico ha arricchito la pratica di nuove sfumature. A Parigi, la sindaca Anne Hidalgo, supportata dalle teorie di Carlos Moreno sulla "Città dei 15 minuti", ha intrapreso una battaglia epocale contro l'egemonia dell'automobile. Gli interventi tattici lungo la Senna e la trasformazione dei parcheggi in aree verdi e piste ciclabili non sono semplici esercizi estetici. Sono atti di politica ambientale ed europea. Parigi ci insegna che la "prossimità" è la chiave per ridurre le disuguaglianze: se ogni cittadino ha accesso a servizi, cultura e verde entro un raggio di 15 minuti a piedi o in bici, il valore della posizione centrale diminuisce, democratizzando la vivibilità.

In Italia, Milano ha saputo interpretare questa lezione con il programma "Piazze Aperte". Come architetto operante nel contesto italiano, guardo a Milano con un misto di ammirazione e spirito critico. Interventi come quelli di Dergano o NoLo (North of Loreto) hanno effettivamente restituito vita a quartieri periferici. I dati raccolti dal Comune di Milano indicano che il 70% dei residenti apprezza la trasformazione di ex parcheggi in luoghi di aggregazione. Ma attenzione: se l'Urbanismo Tattico a Milano rimane confinato alla "vernice sull'asfalto" senza una vera politica di edilizia residenziale pubblica nelle vicinanze, rischiamo di creare dei "set cinematografici" per una classe creativa sempre più elitaria, espellendo le famiglie storiche. La coerenza di cui parlavo all'inizio impone di dire che la bellezza deve essere un diritto, non un fattore di espulsione.

Non possiamo parlare di rigenerazione senza volgere lo sguardo a Medellin, in Colombia. Qui il concetto si è evoluto in "Urbanismo Sociale". La città, un tempo martoriata dalla violenza, ha usato interventi tattici e strategici per connettere le baraccopoli collinari al centro. Il sistema di Metrocable e i PUI (Progetti Urbani Integrali) sono la prova che l'architettura può essere uno strumento di pace. Non è solo questione di vernice: è questione di dignità. Quando porti una biblioteca o un parco di alta qualità nel quartiere più povero, stai dicendo a quei cittadini: "Voi contate". Questo è l'antifascismo spaziale che perseguo: la negazione dell'esclusione.

Un caso meno noto ma estremamente istruttivo è quello di Hamilton, in Canada. Qui l'Urbanismo Tattico è nato dal basso, quasi come un atto di disobbedienza civile da parte di attivisti che chiedevano strade più sicure. L'amministrazione, inizialmente ostile, ha avuto l'intelligenza di non reprimere ma di "istituzionalizzare" la metodologia. Hamilton ha creato una delle prime politiche ufficiali di Urbanismo Tattico, permettendo ai cittadini di proporre e realizzare interventi temporanei. È un modello di partecipazione democratica che mette a nudo la pigrizia dei "politici di mestiere" che preferiscono i grandi appalti alle piccole, ma vitali, trasformazioni diffuse.

Il caso di Barcellona, analizzato da me in precedenza e magistralmente in recenti studi accademici (Schreiber, 2025), rappresenta forse l'apice dell'urbanismo tattico integrato nella pianificazione. Tra il 2013 e il 2023, la capitale catalana ha introdotto le Superillas (super-blocchi). Qui l'obiettivo non è solo pedonalizzare, ma rifunzionalizzare la città. L'Urbanismo Tattico è stato usato come una "prova generale": prima di spendere milioni in opere definitive, si sperimenta con la vernice e il legno.

I dati statistici provenienti da Barcellona sono illuminanti: la riduzione del biossido di azoto (NO2) in alcune aree è stata superiore al 25%, e lo spazio restituito alla socialità ha permesso un incremento del verde urbano. Ma, ed è qui che la mia anima critica si interroga, come evitare che il super-blocco diventi un'isola di privilegio? La sfida della rigenerazione urbana sostenibile è proprio questa: rendere la qualità democratica, non esclusiva. Se l'urbanismo tattico è solo "decoro", allora stiamo fallendo. Se invece è lo strumento per abbattere le barriere fisiche e sociali, allora stiamo facendo Urbanistica Rigenerativa.

Veniamo al punto focale della nostra analisi: può un intervento a basso costo contrastare la gentrificazione? La risposta risiede nella gestione politica dell'intervento. La gentrificazione, come descritta da Ruth Glass e successivamente analizzata da Neil Brenner, è un processo di sostituzione di classe. Se noi architetti ci limitiamo a "abbellire" un quartiere degradato, stiamo preparando il terreno per gli investitori immobiliari.

Tuttavia, l'Urbanismo Tattico può essere usato come uno strumento di "resistenza resiliente" se segue tre direttrici:

  1. Partecipazione Radicale: Non basta "consultare" i residenti. Bisogna che siano loro a dipingere le strade, a scegliere la posizione delle panchine. Quando una comunità si appropria fisicamente dello spazio, ne diventa custode. Questo crea un senso di appartenenza che funge da deterrente sociale contro l'espulsione.

  2. Multifunzionalità Sociale: Gli spazi tattici non devono essere solo "salotti". Devono ospitare servizi. Penso ai mercati rionali, alle postazioni di studio all'aperto, alle cliniche mobili. Se lo spazio serve ai bisogni reali della popolazione residente (e non solo ai turisti o ai city users), la sua funzione sociale prevale sul suo valore di scambio.

  3. Il Legame con la Casa: Come urbanista progressista, sostengo che l'Urbanismo Tattico sia inutile se non è accompagnato da un piano casa. Non possiamo disegnare piazze bellissime davanti a palazzi dove gli inquilini vengono sfrattati. L'Urbanistica Rigenerativa deve essere un approccio olistico.

Dobbiamo essere severi con noi stessi. Molte amministrazioni progressiste, negli ultimi anni, hanno abusato del termine "rigenerazione" per mascherare operazioni di speculazione. Hanno usato i colori dell'urbanismo tattico come un maquillage per nascondere l'assenza di investimenti nel welfare.

L'approccio puramente estetico è un'eredità di quel pensiero "creativo" teorizzato da Richard Florida che, sebbene affascinante, ha mostrato i suoi limiti nel creare città profondamente disuguali. Noi dobbiamo tornare a Bernardo Secchi e alla sua idea di "città porosa", dove la ricchezza non è accumulo, ma accessibilità

Verso una Nuova Narrazione Urbana

In conclusione, l'Urbanismo Tattico non deve essere considerato un fine, ma un mezzo. L'urbanismo tattico contrasta l'idealtipo di abitante dominante attraverso un radicale mutamento di prospettiva nella progettazione e nell'uso dello spazio pubblico

È un linguaggio nuovo, meno arrogante di quello dei grandi piani regolatori del passato, più modesto e propenso all'ascolto. Come scriveva Edoardo Salzano, l'urbanistica è una disciplina che deve servire a garantire i diritti dei cittadini.

L'Urbanismo Tattico, se intriso di antifascismo sociale — inteso come rifiuto di ogni gerarchia spaziale e discriminazione — può essere la scintilla di questa rivoluzione gentile.

Non abbiamo bisogno di grandi monumenti al capitale, ma di piccoli spazi di libertà. Perché, in fondo, la città è la nostra casa comune e ogni macchia di colore su un asfalto grigio è un atto di speranza, un segnale che dice: "Qui, l'Uomo conta ancora qualcosa".

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