"Note per un manifesto contro la città autoritaria" di Alfredo Alietti e Romeo Farinella, pubblicato su libertaegiustizia.it, offre spunti cruciali per comprendere la deriva autoritaria che sta investendo le nostre città.
Un'analisi lucida, che mette in luce come le politiche urbane, sempre più spesso, siano orientate – o meglio, comandate – da soggetti potenti, mossi da logiche di profitto e rendita, a discapito del diritto alla città degli abitanti, soprattutto i più vulnerabili. Questa tendenza, purtroppo, non è un fenomeno isolato, ma una tendenza globale, un sintomo di un malessere profondo che affligge il nostro modo di concepire lo sviluppo urbano.
Credo sia fondamentale approfondire questo tema, esplorando il rapporto malato tra autoritarismo politico e benessere ambientale. Un rapporto che, a mio avviso, è alla radice di molte delle criticità che affliggono le nostre città, dalla crisi climatica all'aumento delle disuguaglianze sociali.
- Riduzione dei diritti: La città autoritaria è una città che limita la libertà di movimento, di espressione, di partecipazione dei suoi abitanti. Una città dove lo spazio pubblico viene privatizzato, dove la sorveglianza diventa onnipresente, dove le decisioni vengono prese dall'alto, senza coinvolgere la cittadinanza.
- Esclusione dei gruppi vulnerabili: La città autoritaria è una città che emargina chi è diverso, chi non rientra nei canoni della "normalità". Una città che discrimina i migranti, i poveri, le persone con disabilità, gli anziani, le minoranze etniche e religiose. Una città che crea ghetti, che alimenta la segregazione, che nega l'accesso ai servizi essenziali.
- Governance urbana e disuguaglianza: La città autoritaria è una città dove le politiche urbane sono al servizio del profitto, non del bene comune. Una città dove il mercato immobiliare detta legge, dove la speculazione edilizia prevale sulla pianificazione, dove la rendita fondiaria arricchisce pochi a scapito di molti.
- Priorità al profitto immobiliare: La città autoritaria è una città dove la costruzione di nuovi edifici viene incentivata a scapito della riqualificazione dell'esistente, della tutela del patrimonio storico e culturale, della creazione di spazi verdi. Una città dove i centri storici vengono svuotati di residenti e trasformati in parchi a tema per turisti, dove le periferie vengono abbandonate a sé stesse, dove il diritto alla casa diventa un privilegio per pochi.
- Privatizzazione degli spazi pubblici: La città autoritaria è una città dove i parchi, le piazze, le strade, i giardini, i centri sociali vengono venduti a privati o trasformati in aree a pagamento. Una città dove lo spazio pubblico, bene comune per eccellenza, viene sottratto alla fruizione collettiva e trasformato in merce.
- Segregazione dei gruppi vulnerabili: La città autoritaria è una città che crea barriere fisiche e simboliche tra i diversi gruppi sociali. Una città che costruisce muri, che allontana i senza fissa dimora, che discrimina i migranti.
- Militarizzazione degli spazi pubblici: La città autoritaria è una città dove la presenza delle forze dell'ordine viene intensificata, spesso con un approccio repressivo. Una città dove la libertà di movimento viene limitata, dove la protesta sociale viene criminalizzata.
- Limitazione della partecipazione nelle decisioni pubbliche: La città autoritaria è una città dove le decisioni vengono prese dall'alto, senza coinvolgere la cittadinanza. Una città dove i Consigli Comunali diventano mere camere di ratifica, dove i comitati di quartiere vengono ignorati, dove i referendum vengono boicottati.
- Uso della sostenibilità per l'esclusione: La città autoritaria è una città dove la sostenibilità ambientale viene utilizzata come pretesto per aumentare i prezzi degli affitti, per gentrificare i quartieri popolari, per allontanare i residenti a basso reddito. Una città dove la transizione ecologica diventa un'opportunità di business per pochi, non un'occasione di miglioramento della qualità della vita per tutti.
- Promozione di un turismo che espelle i residenti: La città autoritaria è una città che si trasforma in un parco a tema per turisti, dove i residenti vengono allontanati a causa dell'aumento dei prezzi, della perdita di identità dei quartieri. Una città dove il turismo diventa un'industria estrattiva, che depreda risorse e impoverisce la comunità locale.
- La negazione della complessità: La città autoritaria è una città che semplifica i problemi, che cerca soluzioni facili a questioni complesse, che ignora la diversità, che omologa le esperienze. Una città che non ascolta, che non dialoga, che non comprende.
- La cultura della paura: La città autoritaria è una città che alimenta la paura, che crea allarmi sociali, che fomenta l'insicurezza, che divide la società tra "noi" e "loro". Una città che si chiude in sé stessa, che diffida dello straniero, che ha paura del futuro.
- L'ossessione per il controllo: La città autoritaria è una città che vuole controllare tutto e tutti, che utilizza la tecnologia per sorvegliare i cittadini, che raccoglie dati personali, che limita la privacy. Una città dove la libertà individuale viene sacrificata sull'altare della sicurezza.
- Giustizia sociale: L'urbanistica rigenerativa si pone come obiettivo la riduzione delle disuguaglianze sociali, garantendo l'accesso ai servizi essenziali, la promozione dell'inclusione sociale, la tutela dei diritti dei gruppi vulnerabili.
- Sostenibilità ambientale: L'urbanistica rigenerativa si impegna a ridurre l'impatto ambientale delle città, promuovendo la transizione ecologica, la mobilità sostenibile, la tutela del paesaggio, la riduzione dei consumi energetici.
- Partecipazione democratica: L'urbanistica rigenerativa coinvolge attivamente i cittadini nei processi decisionali, promuovendo la partecipazione, il dialogo, la trasparenza, la responsabilità.
- Creatività e bellezza: L'urbanistica rigenerativa valorizza la creatività, l'innovazione, la bellezza, creando spazi pubblici di qualità, promuovendo l'arte, la cultura, la socialità.
- Flessibilità e adattabilità: L'urbanistica rigenerativa si adatta ai cambiamenti, alle nuove esigenze, alle nuove tecnologie, creando città resilienti, capaci di affrontare le sfide del futuro.
Alietti e Farinella definiscono la città autoritaria come un sistema che riduce i diritti degli abitanti ed esclude i gruppi vulnerabili, collegando la governance urbana alla disuguaglianza. Questa definizione, apparentemente semplice, racchiude in sé una complessità di significati che merita di essere sviscerata.
Questa visione della città autoritaria, come evidenziato nell'articolo, si rafforza in un contesto globale segnato dall'avanzata del capitalismo neoliberista e dal ritorno di approcci reazionari e nazionalisti. Un contesto dove la sicurezza viene anteposta alla libertà, dove la paura del diverso alimenta la xenofobia, dove il consenso viene cercato attraverso la propaganda e la disinformazione.
Un altro aspetto critico evidenziato nell'articolo è l'enfasi sulla governance senza una reale partecipazione dei cittadini. La governance, intesa come insieme di processi decisionali che coinvolgono diversi attori (istituzioni, imprese, associazioni, cittadini), è un concetto importante, ma rischia di svuotarsi di significato se non si traduce in una reale democrazia partecipativa.
La città autoritaria è una città dove la partecipazione dei cittadini è ridotta a un mero atto formale, dove le decisioni vengono prese da tecnici e politici, senza un reale confronto con la comunità locale. Una città dove i cittadini vengono considerati come utenti, non come soggetti attivi, capaci di contribuire alla definizione delle politiche urbane.
Questo approccio, che potremmo definire governance senza democrazia, è un grave errore, perché priva la città della sua vitalità, della sua creatività, della sua capacità di adattarsi ai cambiamenti. Una città senza partecipazione è una città morta, una città che si spegne lentamente.
L'articolo tocca anche il tema delle periferie informali, quelle aree urbane nate spontaneamente, spesso ai margini delle città, dove vivono persone in condizioni di precarietà e marginalità. Queste aree, spesso ignorate dalle politiche urbane, rappresentano un'emergenza sociale e ambientale, un sintomo della disuguaglianza e dell'esclusione che caratterizzano la città autoritaria.
La città autoritaria è una città che dimentica le sue periferie, che le considera come un problema da risolvere, non come una risorsa da valorizzare. Una città che non investe in infrastrutture, in servizi, in progetti di riqualificazione, che lascia queste aree in balia di sé stesse.
Questo atteggiamento, che potremmo definire indifferenza verso le periferie, è un errore gravissimo, perché alimenta la marginalità, la criminalità, la disperazione. Una città che dimentica le sue periferie è una città che si condanna all'implosione.
Di fronte a questa deriva autoritaria, è necessario ripensare il nostro modo di concepire lo sviluppo urbano. Dobbiamo abbandonare la logica del profitto e della rendita, della speculazione edilizia e della privatizzazione degli spazi pubblici. Dobbiamo tornare a mettere al centro l'uomo, i suoi bisogni, i suoi diritti, la sua qualità della vita.
Un'urbanistica rigenerativa è un'urbanistica che si ispira ai principi della giustizia sociale, della sostenibilità ambientale, della partecipazione democratica, della creatività, della bellezza. Un'urbanistica che non si limita a pianificare il territorio, ma che genera processi di trasformazione, che coinvolge la comunità locale, che valorizza le risorse esistenti, che crea nuove opportunità.
L'urbanistica rigenerativa è un'urbanistica che si basa sui dati statistici, unica vera bussola per orientare le scelte di progettazione e analisi. Un'urbanistica che non si affida a ideologie o preconcetti, ma che si confronta con la realtà, che ascolta i bisogni dei cittadini, che cerca soluzioni innovative e sostenibili.
L'urbanistica rigenerativa è un'urbanistica che si ispira ai grandi maestri del passato, come Giuseppe Campos Venuti, Edoardo Salzano, Paolo Avarello, Giovanni Astengo, Bruno Zevi, ma che guarda anche al futuro, che si confronta con le sfide del XXI secolo, che dialoga con i teorici e i critici dell'urbanistica contemporanea.
L'urbanistica rigenerativa è un'urbanistica che non ha paura di criticare le scelte sbagliate, anche quelle compiute dalla sinistra politica, che non si accontenta di soluzioni facili, che cerca sempre la via più giusta, anche se più difficile. Un'urbanistica che crede nell'Europa, nei suoi valori, nella sua capacità di costruire un futuro migliore per tutti.
L'urbanistica rigenerativa è un'urbanistica che apprezza le organizzazioni ambientaliste, ma che diffida degli estremismi e dei radicalismi, che crede nel dialogo, nella collaborazione, nella mediazione. Un'urbanistica che non si arrende di fronte alle difficoltà, che continua a lottare per una città più giusta, più bella, più vivibile.
La città autoritaria è una città malata, una città che si autodistrugge. Dobbiamo reagire, dobbiamo costruire una città diversa, una città rigenerativa, una città che sia al servizio dell'uomo, non del profitto.
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