L'urbanistica contemporanea, troppo spesso ancorata a modelli convenzionali e poco lungimiranti, ha contribuito in maniera significativa alla cementificazione del suolo, all'aumento delle emissioni nocive, all'omologazione delle nostre città, all'esacerbarsi delle disuguaglianze sociali e al depauperamento delle risorse naturali e culturali. In questo scenario, le voci critiche e le proposte innovative hanno faticato a trovare ascolto, impedendo lo sviluppo di strategie urbane più attente, integrate e proattive, capaci di rispondere alle esigenze di comunità sempre più eterogenee, consapevoli e in movimento.
Tuttavia, come acutamente osserva Gabriele Pasqui nel suo illuminante "Urbanistica oggi. Piccolo lessico critico", è imperativo avviare una riflessione profonda e autocritica sul nostro modo di intendere e praticare l'urbanistica. Il diffuso discredito che la disciplina ha subito è anche il risultato di ambizioni mal riposte, destinate a generare inevitabili delusioni. In questa fase di radicale trasformazione del mondo, l'urbanistica non può rimanere immobile, ma deve intraprendere una metamorfosi che coinvolga orizzonti, paradigmi, strumenti e, non da ultimo, il linguaggio stesso.
L'ingresso nell'Antropocene, l'era geologica caratterizzata dall'impronta pervasiva dell'attività umana sul pianeta a partire dalla Rivoluzione Industriale, ha segnato un punto di non ritorno. Non abbiamo solamente consumato risorse materiali, ma abbiamo eroso quella visione generativa del nostro rapporto con il mondo, smarrendo la capacità di una simbiosi fertile con il pianeta. Di fronte ai ripetuti e inascoltati allarmi sui limiti dello sviluppo, sui limiti del pianeta e sulle drammatiche conseguenze del cambiamento climatico, non è più sufficiente una mera manutenzione dell'Antropocene. È necessario un salto evolutivo radicale nei nostri stili di vita per adattare rapidamente le forme insediative e produttive alla transizione verso una società decarbonizzata e per fornire risposte proattive al "Nuovo Regime Climatico". Dobbiamo superare un Paleoantropocene erosivo e dissipativo per entrare con consapevolezza in un Neoantropocene generativo, creativo e adattivo.
Questa transizione epocale chiama noi urbanisti a una nuova, cruciale sfida: ridurre l'impronta ecologica delle attività umane rimodellando lo spazio insediativo e mobilitando l'intelligenza collettiva che scaturisce dalle idee e dalla sensibilità umana verso l'ambiente. Ciò implica re-immaginare le funzioni urbane e, soprattutto, promuovere a livello globale una rinnovata ecologia integrale, come autorevolmente indicato dall'Enciclica "Laudato si'". Le crescenti tensioni anti-urbane, un dibattito urbanistico più sensibile e una rinnovata etica della responsabilità politica ci sollecitano a essere più creativi nell'utilizzo delle risorse naturali e culturali, più intelligenti nelle politiche economiche, più aperti nella governance, più efficienti nel settore dei trasporti e più resilienti negli stili di vita. Autosufficienza, economia circolare, condivisione e riciclo rappresentano le pietre angolari di una rinnovata visione del futuro.
Se le città del Neoantropocene possono essere concepite come organismi dinamici, animati da bisogni e risposte collaborative, da dati e informazioni condivise, da una rete diffusa di sensori e attuatori, da un continuo fluire di azioni e reazioni del metabolismo urbano e umano, allora l'urbanistica deve assumersi il compito di comprendere e guidare questa vitalità emergente. Deve farsi carico di mitigare le disuguaglianze generate dalla trasformazione digitale e assumere la responsabilità di definire i limiti e le opportunità di questa fase di transizione. A partire dal linguaggio stesso, rinnovandolo o recuperando antichi termini, arricchendoli di nuovi significati, come saggiamente suggerisce Gabriele Pasqui.
Seimila anni fa, la città rappresentò una delle più grandi invenzioni dell'umanità, concepita come uno "strumento di consenso" per l'evoluzione della comunità e la fioritura delle idee, ben oltre la sua funzione di mero rifugio o simbolo. Nel corso della sua millenaria evoluzione, il ruolo di miglioramento della città è stato costantemente supportato dall'innovazione tecnologica: prima meccanica, poi idraulica e a vapore, in seguito elettrica e, oggi, digitale. La recente rivoluzione della Smart City, nata con un potenziale dirompente, si è rapidamente trasformata in un tabù, esistendo più nella dimensione seducente delle promesse che nella realtà quotidiana delle nostre città. Non è sufficiente innestare tecnologie dell'informazione o protesi digitali in un tessuto urbano tradizionale per accrescerne l'intelligenza. La retorica spesso iperbolica della Smart City rischia di trattare la città come un'astrazione, trascurando o fraintendendo quei processi spaziali, sociali e culturali che potrebbero realmente generare nuovo significato e rinnovato valore urbano, alimentati dalla capacità della città di percepire acutamente i problemi e dall'abilità dell'urbanistica di intervenire tempestivamente per risolverli.
La città è nata come il luogo privilegiato per la vita, non solo come difesa da una natura ostile, ma come spazio che favorisce una vita di comunità ricca di relazioni, di scambi fertili, di nuove economie e di accelerazione dell'innovazione. Se le città hanno resistito a tutte le proposte alternative, affermandosi come la forma prevalente di insediamento umano, lo devono alla loro intrinseca capacità di creare continuamente una piattaforma per l'innovazione, offrendo materiali (spaziali e sociali) con cui costruire nuove relazioni e modelli di vita. Oggi, è ancora la città che deve farsi carico della sfida e della responsabilità di re-immaginare l'urbanistica per completare la metamorfosi verso l'indispensabile società post-carbonio. Dobbiamo recuperare il significato originario dell'urbanistica come progetto di qualità e benessere, la sua dimensione proiettiva e i suoi valori collettivi per rafforzare il senso civico e di appartenenza ai luoghi. "Una discussione – scrive Pasqui – che auspicherei non fosse limitata agli addetti ai lavori: credo che solo se i nostri temi di ricerca e di progetto diventano parte di una più ampia discussione pubblica, i nostri saperi possono legittimamente aspirare a giocare un ruolo importante in Italia e in Europa".
La città, intesa come un motore di valorizzazione dell'intelligenza collettiva dei suoi abitanti, richiede un cambio di paradigma capace di generare un insieme di strumenti procedurali e operativi per coloro che desiderano accettare la sfida di superare una visione sterile e poco innovativa. Abbiamo l'urgenza di definire un nuovo campo di gioco per una visione alternativa più feconda, in grado di rinnovare e potenziare il ruolo della città come piattaforma abilitante delle capacità umane, come acceleratore di responsabilità collettive e come moltiplicatore del capitale umano. Ho definito queste città "Augmented Cities", città aumentate, perché accrescono la qualità della vita dei residenti utilizzando tecnologia, innovazione e creatività come mezzi, e mai come fini o, peggio, come protesi. Città che tornino ad essere dispositivi abilitanti per le comunità che aspirano a vivere pienamente la transizione, luoghi di crescita personale e di realizzazione delle aspirazioni, oltre che di risposta ai bisogni e ai diritti. Città per un nuovo modo di vivere, capaci di aumentare la sensibilità, la comprensione e la partecipazione degli abitanti e di chi le attraversa, innovando soprattutto i settori ad alto impatto sociale e culturale: la progettazione dello spazio pubblico, la produzione di servizi innovativi, la chiusura del ciclo produzione-distribuzione-consumo energetico, la mobilità sostenibile, l'efficienza energetica degli edifici e la partecipazione attiva. Città capaci di innovare ambiti complessi, strategici e multi-attore come l'educazione, l'integrazione sociale, la salute e il metabolismo urbano, la valorizzazione e la fruizione del patrimonio culturale, l'attrattività turistica e la produzione culturale. Città più sensibili nei confronti delle persone e dell'ambiente, in grado di evolversi in modo resiliente e flessibile, adottando processi incrementali e adattivi che generino comunità a partire dalla nostra nuova "umanità aumentata".
Partendo dalle riflessioni di Gabriele Pasqui, desidero approfondire il concetto di città aumentata come un dispositivo spaziale, culturale, sociale ed economico volto ad amplificare la vita degli abitanti, potenziandone talenti, accessibilità, opportunità e diritti. Un "dispositivo" necessario per migliorare la vita urbana contemporanea, sia individuale che collettiva, informale e istituzionale, generando giustizia, benessere e felicità. Anche Pasqui, nel suo lessico, si sofferma sul concetto di dispositivo, che nella prospettiva di Michel Foucault connota "una forma di manipolazione su forze o oggetti strategicamente iscritta in giochi di potere e legata a saperi che la influenzano e ne sono a loro volta influenzati. Meccanismi di regolazione che definiscono diagrammi di potere (di inclusione/esclusione; di possibilità/impossibilità), entro forme specifiche di sapere". In inglese, "dispositivo" si traduce con il termine "tool", aprendo alla fecondità dei contributi scientifici sui "planning tools" nell'analisi critica dei meccanismi urbanistici tradizionali e dei loro effetti nel più ampio dominio della governance dello spazio. "Quando osserviamo le pratiche urbanistiche – scrive Pasqui – possiamo dunque riconoscere una pluralità di policy tools, che con diverso grado di coerenza ed efficacia perseguono molteplici obiettivi". Tra questi dispositivi di politiche, inserisco la città aumentata, che smonta i tradizionali meccanismi urbanistici, essenzialmente regolativi, per riassemblarli secondo un nuovo e più efficace codice che torni ad essere generativo.
Vivendo e agendo in una realtà costantemente aumentata da dispositivi hardware e software, le città devono diventare più sensibili e reattive ai nostri cambiamenti comportamentali. Dobbiamo essere in grado di costruire un ambiente urbano più efficiente, capace di percepire ciò che accade e di reagire tempestivamente per tutti gli abitanti, e non solo per alcune categorie privilegiate. Concordo pienamente con Gabriele Pasqui quando afferma che l'urbanistica deve tornare ad essere l'arte dell'abitare, consapevoli che "oggi, tuttavia, abitare è sempre più arte e insieme fatica, in presenza di un impoverimento delle attrezzature e dei servizi del welfare materiale e di un cambiamento sociale che ci consegna una varietà straordinaria di forme di vita e di organizzazione sociale", a cui dobbiamo fornire risposte diversificate e non convenzionali, risposte che seguano i principi di abitabilità, giustizia e qualità della vita: un'urbanistica che non si propone di "mettere le brache" al mondo, ma di accompagnare e governare la verità, e se possibile di accrescere la nostra capacità di comprensione e cura della verità.
Per affinare gli strumenti – epistemologici, procedurali e operativi – di un'urbanistica rinnovata, dobbiamo ripensare i concetti chiave in grado di rigenerare l'urbanistica e la pianificazione territoriale per progettare la città aumentata – in senso spaziale, sociale ed economico – di fronte alle sfide di un XXI secolo che ambisce ad aprire le porte del Neoantropocene. Abbiamo bisogno di nuovi concetti e paradigmi che possano generare i veri antidoti contro un'urbanistica esclusivamente regolativa e non generativa, troppo conformista e non performativa, eccessivamente dirigista e non collaborativa. Come sottolinea Pasqui, servono nuove parole chiave o è necessario scavare nel palinsesto della disciplina per riscoprire potenti parole che si sono affievolite nei tempi complessi che viviamo. Servono parole – e non si dica che sono solo parole, perché credo fermamente nella forza irresistibile delle parole di plasmare il pensiero e quindi di modellare la realtà – che definiscano attributi specifici delle città contemporanee in grado di accrescere la loro forza innovativa e creativa come piattaforme abilitanti, server di conoscenza e sistema operativo dello sviluppo.
È quindi necessaria una pratica urbanistica riflessiva, come già auspicava Donald Schön nel suo celebre "The Reflective Practitioner". Dobbiamo interrogarci – come fa Gabriele Pasqui – su "come si può abitare una pratica e al tempo stesso dirla, raccontarla, scriverla, collocandola in un altro orizzonte di senso? Come è possibile farlo quando la pratica stessa, pur nel suo intreccio con altre, è una pratica di sapere, per quanto connotata in modo specifico rispetto ad altre pratiche scientifiche?".
In questa ricerca abduttiva di principi generali a partire dalle pratiche e di regole pratiche desunte da nuovi principi, desidero proporre alcune parole e concetti chiave che integrano quelli proposti da Pasqui, rafforzando la struttura linguistica del pensiero urbanistico. La prima parola che suggerisco è "sensori", poiché un fondamento delle città aumentate del diverso presente che auspichiamo è che esse debbano essere sempre più senzienti, attingendo a nuove fonti, parametri e strumenti per rafforzare le capacità cognitive, valutative e attuative di un'urbanistica sempre più basata sulla conoscenza istantanea e distribuita, capace di produrre soluzioni tempestive, efficaci, solide e orientate a uno scenario di cooperazione. Una città che si configuri come un sensore esteso e immediato dei bisogni, interprete della voce silente dell'ambiente e interfaccia tra i linguaggi dello spazio e quelli della società. Di conseguenza, compito dell'urbanistica – sottolinea Pasqui – "è valutare con attenzione le conseguenze di queste innovazioni tecnologiche sull'organizzazione dello spazio urbano e sull'accrescimento degli standard di qualità urbana e ambientale e più in generale di abitabilità dello spazio".
La conseguenza di una maggiore capacità di ascolto tempestivo è il rafforzamento e l'espansione della dimensione "collaborativa" della città, fondata sull'alleanza strutturale tra le dimensioni civica, tecnologica e urbana per agire efficacemente nella società della condivisione in cui viviamo, generando nuove forme dello spazio collettivo: luoghi di aggregazione e alloggi, infrastrutture sociali e luoghi di lavoro condivisi, attivatori di un rinnovato patto di comunità che riattivi i fattori costitutivi della vita urbana. Condivido con Pasqui i timori riguardo al rischio manipolatorio nell'utilizzo delle tecnologie della partecipazione, a cui contrappone la qualità della democrazia locale come "requisito essenziale di trasparenza delle scelte urbanistiche, garantita attraverso pratiche e dispositivi capaci di lasciare spazio al conflitto e di costruire le condizioni di una ripoliticizzazione della partecipazione", trasformandola in presidio di democrazia.
Una città aumentata utilizza quindi la sua "intelligenza" – non solo come protesi tecnologica – per generare un ecosistema abilitante basato sull'hardware fornito dalla qualità degli spazi urbani e sul software codificato dalla cittadinanza attiva, ma soprattutto se dotata di un nuovo sistema operativo costituito da un'urbanistica e da un progetto urbano avanzati, capaci di rispondere alle mutate domande della contemporaneità, sempre più plurali, conflittuali, talvolta sommesse e altrettanto urlate. Dobbiamo saper fare ordine nel caos delle domande sociali, sempre più uno sciame sismico di bisogni ed emergenze. Un'intelligenza urbana che alimenti "non un'urbanistica 'per' le popolazioni, dunque, ma un'urbanistica 'delle' popolazioni, che lasci risuonare il doppio genitivo e che costituisca una condizione di possibilità per la varietà e per le differenze, per la produzione e riproduzione di beni pubblici e beni comuni veicolata dall'auto-organizzazione della società".
Una quarta parola chiave che desidero aggiungere al già ricco lessico di Gabriele Pasqui è "produttività", poiché le città del futuro prossimo dovranno incentivare la territorializzazione dei makers all'interno dei nuovi distretti urbani creativi e produttivi per stimolare, agevolare e localizzare adeguatamente il ritorno della produzione nelle città, nelle forme delle nuove manifatture digitali, per la ricostituzione di un'indispensabile base economica delle città, dopo gli anni dell'euforia per la città dei servizi. Ma la città dovrà anche essere sempre più "creativa" attraverso l'uso integrato della cultura, della comunicazione e della cooperazione come risorse per una città attiva in grado di generare nuove forme e cicli di vita e una diversa crescita fondata sull'identità, sulla qualità e sulla reputazione, e soprattutto sulla creatività come catalizzatore sociale e generatore di nuove morfologie e usi dello spazio pubblico, sempre più ibrido.
Crescita e decrescita è un'opposizione su cui Gabriele Pasqui si sofferma con particolare sensibilità, evocando la memorabile scena iniziale de "L'esercito delle 12 scimmie" di Terry Gilliam, "in cui la città del futuro distopico riconquista parcheggi e centri commerciali, oltre che aree industriali e scali ferroviari, invitandoci a prendere sul serio l'eclisse del paradigma del nesso tra urbanistica e crescita". Un'urbanistica che voglia agire in maniera efficace per "aumentare la città" deve fondarsi sul "riciclo" e adottare essa stessa un approccio circolare. Pertanto, richiede una metamorfosi del paradigma basato non solo sulla riduzione, il riuso e il riciclo delle sue risorse materiali e immateriali, ma in grado di disegnare una nuova forma territoriale capace di cogliere le opportunità del metabolismo circolare, inserendo anche il "riciclo programmato" tra le componenti del progetto. Abbiamo dunque bisogno di una nuova urbanistica della "diversa crescita", "in grado di governare, utilizzando criticamente i modelli e le tradizioni dell'urbanistica europea del XX secolo, gli effetti perversi e le esternalità dei nuovi processi di urbanizzazione".
Una città aumentata incrementa quindi la sua "resilienza", accettando consapevolmente la sfida dell'adattamento come dispositivo progettuale per insediamenti iper-ciclici e autosufficienti, capaci di combattere proattivamente il cambiamento climatico, producendo e distribuendo efficacemente un "dividendo della resilienza": non solo nuova moneta di scambio nell'economia della transizione verso lo sviluppo decarbonizzato, ma soprattutto strumento di una perequazione ecologica urbana che estenda effetti e impatti sull'intero organismo urbano.
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