“Quando nel tramonto romano gli storni disegnano coreografie mutevoli sopra la Stazione Termini, si manifesta dinanzi ai nostri occhi qualcosa di straordinario: non è il singolo volatile a orchestrare il movimento collettivo, bensì emerge dall'interazione di migliaia di creature una forma che trascende la somma delle parti “.(Giorgio Parisi)
Giorgio Parisi, insignito del Premio Nobel per la Fisica nel 2021, ha dedicato decenni allo studio dei fenomeni complessi, costruendo un apparato teorico che illumina la natura profonda della complessità. Il suo libro "In un volo di storni. Le meraviglie dei sistemi complessi" non rappresenta soltanto un'affascinante narrazione autobiografica di una vita dedicata alla scienza, ma si configura come un invito metodologico che interpella direttamente il nostro campo disciplinare.
Come urbanisti e pianificatori territoriali, ci troviamo quotidianamente confrontati con sistemi la cui complessità sembra sfidare gli strumenti tradizionali dell'analisi e del progetto. Le città contemporanee non sono macchine deterministiche governate da leggi lineari, ma organismi viventi pervasi da relazioni non-lineari, retroazioni multiple, comportamenti emergenti che si sottraggono alla prevedibilità. L'urbanistica moderna, formatasi nel solco della razionalità funzionalista novecentesca, ha spesso operato come se fosse possibile dominare integralmente questa complessità attraverso masterplan onnicomprensivi, zonizzazioni rigide, previsioni deterministiche. I risultati disastrosi di tale approccio dirigistico sono sotto gli occhi di tutti: periferie alienanti, sprawl insostenibile, segregazione spaziale, perdita irreversibile di biodiversità e identità territoriale.
Il lavoro del Premio Nobel ci offre un'occasione preziosa per riconsiderare le teorie degli ultimi 50 anni attraverso la ricerca di un parallelismo tra l'approccio di Parisi e la necessità di una nuova prassi urbanistica.
Se le città sono sistemi complessi, occorre attrezzarci con un armamentario concettuale adeguato alla loro natura. Non si tratta di importare acriticamente modelli dalla fisica statistica, quanto piuttosto di cogliere le implicazioni metodologiche e filosofiche di un approccio alla complessità che riconosce l'emergenza, l'auto-organizzazione, l'imprevedibilità strutturale come caratteri costitutivi del reale urbano. Per troppo tempo la pianificazione territoriale è stata prigioniera di un’illusione deterministica: l’idea che il disegno sulla carta potesse, da solo, ordinare la vita delle persone come se queste fossero particelle inerti. Abbiamo visto i risultati di questa stagione, spesso figlia di una visione centralista che poco spazio lasciava alla democrazia del quotidiano e molto alla speculazione.
Questo riduzionismo geometrico è l'espressione urbanistica di ciò che Edgar Morin definisce il "paradigma della semplificazione", che agisce attraverso i ciechi principi della disgiunzione e della riduzione. Pretendendo di controllare la realtà attraverso la compartimentazione funzionale dello zoning, l'urbanistica novecentesca ha disgiunto ciò che in natura è biologico, sociale ed ecologico, distruggendo il complexus relazionale. Per Morin, l'errore fatale della modernità risiede nell'incapacità di concepire l'unità del molteplice, separando l'antropologico dal biologico e il sociale dall'ecologico.
Per elevare l'intuizione fisica di Parisi a prassi politica, l'urbanistica deve compiere il salto dalla complessità ristretta dei modelli matematici alla complessità generalizzata di Morin. Dobbiamo abbracciare il principio ologrammatico — comprendendo che la crisi della metropoli globale si riflette interamente nella fragilità del singolo quartiere di prossimità — e riconoscere il carattere ricorsivo dello spazio urbano: noi plasmiamo la città, e la città, ricorsivamente, plasma noi, le nostre relazioni e le nostre solitudini.
Il dirigismo funzionalista che ha caratterizzato gran parte della stagione della ricostruzione e del boom economico — penso ai piani intercomunali milanesi o alle espansioni periferiche romane — ha operato sotto l'illusione che la razionalità tecnica potesse sostituire la complessità della vita associata. Edoardo Salzano ha dedicato pagine memorabili a questa critica, identificando nella separazione tra momento tecnico e momento politico una delle patologie fondamentali dell'urbanistica italiana. Ma occorre spingersi oltre: non si è trattato solo di un errore epistemologico, ma di una precisa scelta di classe. Come Harvey Molotch ha dimostrato nei suoi studi sulla "growth machine" urbana nordamericana — e che trova perfetto riscontro nelle dinamiche speculative italiane —, dietro la presunta neutralità dei piani si celavano spesso coalizioni di interessi tra proprietari fondiari, imprese di costruzione e amministratori locali compiacenti.
Questa riduzione della città a macchina di profitto calpesta sistematicamente quello che David Harvey definisce il Diritto alla Città: non il semplice diritto individulale ad accedere alle risorse urbane, ma il potere collettivo di plasmare, fare e rifare i nostri contesti urbani secondo i bisogni umani e non secondo la logica del capitale. Quando la pianificazione abdica a questo ruolo, la complessità adattiva viene violentemente piegata per servire l'accumulazione capitalistica, trasformando lo spazio in una merce.
Gli studi di Robert Sampson sulla "efficacia collettiva" nei quartieri di Chicago hanno mostrato come la capacità di una comunità di auto-regolarsi ("sorveglianza naturale" riprendendo Jacobs) dipenda dalla densità delle reti sociali locali, dalla stabilità residenziale, dalla presenza di "terzi luoghi" (per usare la categoria di Ray Oldenburg) dove avviene la socialità informale. Quando uno spazio urbano è funzionalmente segregato, monofunzionale, privo di quella mixité che Jan Gehl e Jeff Speck hanno sempre rivendicato, queste reti non possono formarsi. E qui emerge un paradosso tragico: le periferie realizzate secondo i criteri dell'urbanistica modernista erano spesso progettate con l'intenzione dichiarata di creare comunità egualitarie — pensiamo agli ideali dei CIAM o alle teorie del Movimento Moderno —, ma la rigidità funzionale e la standardizzazione tipologica hanno prodotto esattamente l'opposto, ambienti alienanti dove i legami comunitari si dissolvevano.
È essenziale avere oggi un approccio "chirurgico" nell'affrontare il problema della programmazione urbana. Troppo spesso assistiamo a operazioni cosmetiche che cambiano le facciate ma lasciano intatte le strutture profonde di esclusione. Penso a certe operazioni di waterfront regeneration che hanno trasformato aree portuali dismesse in enclavi per classi affluenti, espellendo le popolazioni preesistenti – fenomeno che Neil Smith ha chiamato "revanchist city" e che Saskia Sassen ha inquadrato nella più ampia dinamica delle "espulsioni" del capitalismo avanzato, dove intere categorie sociali e territori vengono letteralmente espulsi dai sistemi economici e spaziali dominanti. Questa lacerazione del tessuto urbano rispecchia la lucida distinzione operata da Peter Marcuse tra i bisogni abitativi della popolazione: da un lato la città dei marcatamente svantaggiati (marredly disadvantaged), intrappolati in ghetti privi di servizi e opportunità, e dall'altro la città dei privilegiati, arroccata in enclavi fortificate e iper-connesse. Per Marcuse, la giustizia spaziale si ottiene solo superando questa polarizzazione e garantendo il diritto alla casa non come valore di scambio, ma come diritto umano fondamentale e pilastro della stabilità sociale.
La rigenerazione autenticamente rigenerativa deve invece agire sui meccanismi che consentono l'auto-organizzazione virtuosa. Significa intervenire sulle regole d'uso del suolo favorendo eterogeneità funzionale; sulla morfologia degli spazi pubblici creando "nicchie ecologiche" dove diversi gruppi sociali possano coesistere senza omologazione; sulle infrastrutture di prossimità garantendo accessibilità universale ai servizi essenziali.
Il riferimento alla Città dei 15 minuti di Carlos Moreno rappresenta un tentativo di tradurre principi di complessità in dispositivi normativi applicabili. Tuttavia, come ogni buona idea, rischia di essere banalizzata. Il punto non è semplicemente avvicinare i servizi, ma creare condizioni affinché emerga quella che Manuel Castells leggeva come "città dell'identità collettiva", contrapposta alla città delle reti globali. Occorre lavorare simultaneamente su multiple scale: la prossimità materiale (i famosi 15 minuti), ma anche la prossimità sociale (spazi di incontro e deliberazione), la prossimità culturale (riconoscimento delle identità plurali), la prossimità ecologica (connessione con i sistemi naturali). E tutto questo non può essere imposto dall'alto, ma deve emergere da processi partecipativi autentici, che diano voce anche ai soggetti più marginali.
Siamo davanti alla necessità di quella che i pensatori della scuola di Morin definiscono una "politica della civiltà", guidata dal principio dialogico: un'unione intima di logiche apparentemente contrastanti — l'ordine delle infrastrutture pubbliche e il disordine creativo della vita vissuta — necessarie per far fiorire la solidarietà, rigenerare gli spazi di vita e contrastare la degradazione del tessuto relazionale delle metropoli.
La città "non è solo economia, è il primato dell'Uomo sulla rendita fondiaria". Le esperienze più interessanti di urbanistica rigenerativa in Europa, dalla IBA di Berlino ai quartieri ecologici scandinavi, hanno funzionato proprio perché sostenute da politiche pubbliche coraggiose che hanno sottratto parte del plusvalore urbano alla speculazione privata per reinvestirlo in beni comuni. È qui che il pensiero di Mariana Mazzucato diventa imprescindibile: lo Stato e le amministrazioni pubbliche non devono limitarsi a fare da "regolatori" passivi o a correggere i fallimenti del mercato ex-post. Al contrario, il pubblico deve agire come un attore imprenditoriale e co-creatore di valore, guidando lo sviluppo urbano attraverso "missioni" chiare — come la neutralità carbonica o l'azzeramento del consumo di suolo — in grado di orientare gli investimenti privati verso il bene comune e l'equità sociale.
La città, oggi, deve essere intesa come un sistema complesso adattivo. Proprio come gli stormi di storni studiati da Parisi, in cui ogni individuo agisce secondo regole locali ma l'insieme genera una coreografia globale coerente, il tessuto urbano vive di interazioni non lineari.
Il volo degli storni come metafora epistemologica
Il cuore del contributo di Parisi risiede nella decifrazione dei meccanismi di auto-organizzazione in assenza di un controllo centralizzato. Nel volo degli storni, la sincronia perfetta delle virate non risponde ai comandi di un leader, bensì a regole di interazione locale: ogni uccello modula la propria velocità e direzione basandosi esclusivamente sul comportamento dei sette vicini più prossimi. Questo raggio d'azione limitato genera, per propagazione d'onda, un comportamento macroscopico coerente.
C'è un evidente parallelismo con la celebre intuizione di Jane Jacobs sulla "danza del marciapiede" in The Death and Life of Great American Cities. Jacobs descriveva la vitalità e la sicurezza delle strade di Manhattan come l'esito emergente di una moltitudine di azioni individuali e indipendenti, armonizzate non da un piano burocratico, ma da un ordine spontaneo e informale. La complessità urbana, suggerisce Parisi attraverso la fisica, non si governa prescrivendo la forma finale, ma comprendendo e orientando le regole di interazione microscopica tra gli agenti (abitanti, funzioni, flussi).
Sulla scorta di queste riflessioni, l'urbanista Christopher Alexander, nella sua monumentale opera The Nature of Order, ha cercato di codificare questa "proprietà emergente" dello spazio edificato, dimostrando come la bellezza e la vitalità delle città storiche derivino dall'applicazione iterativa di regole geometriche locali (i patterns), capaci di generare configurazioni macroscopiche stabili e armoniche, analogamente alle strutture dei vetri di spin studiati da Parisi.
Aspetti epistemologici e metodologici dello studio della complessità
L'adozione della prospettiva della complessità impone un radicale mutamento degli strumenti analitici. Michael Batty, nei suoi pionieristici lavori sulla morfologia frattale delle città (Fractal Cities), ha ampiamente dimostrato l'inadeguatezza della geometria euclidea nel descrivere la crescita urbana, proponendo modelli di simulazione ad agenti capaci di riprodurre la crescita caotica ma strutturata delle aree metropolitane. Thomas Schelling, con il suo celebre modello di segregazione spaziale, aveva già intuito come preferenze individuali micro-tolleranti potessero condurre, attraverso dinamiche di retroazione, a esiti macroscopici di severa segregazione sociale.
Tuttavia, il rischio insito in una traduzione acritica della fisica statistica all'urbanistica è quello di scivolare in un nuovo riduzionismo tecnocratico. Come evidenziato da studiosi della Digital City quali Rob Kitchin e Shannon Mattern, la città non è un laboratorio di particelle inerti; gli agenti umani sono portatori di intenzionalità, cultura, memoria e conflitti di potere. I flussi di dati generati dalle smart cities non sono specchi neutri della realtà, ma costrutti politici. La sfida metodologica contemporanea consiste nel coniugare la potenza computazionale dei modelli di complessità con la dimensione qualitativa, ermeneutica e politica della pianificazione, evitando che l'algoritmo si sostituisca al conflitto democratico sulle scelte di valore.
Verso un'urbanistica della complessità
Giunto al termine di questo percorso attraverso il libro di Parisi e le sue risonanze urbanistiche, desidero raccogliere alcuni fili e proporre alcune provocazioni programmatiche per un'urbanistica che si attrezza concettualmente ad affrontare la complessità. Innanzitutto, dobbiamo accettare fino in fondo l'implicazione più radicale del pensiero complesso: la città non può essere progettata nel senso tradizionale del termine. Non possiamo disegnare ex ante la configurazione ottimale e implementarla rigidamente. Possiamo invece definire regole, incentivi, vincoli, infrastrutture che orientano l'auto-organizzazione del sistema verso direzioni desiderabili.
Giorgio Parisi conclude il suo libro definendo il fisico un poeta, sottolineando che "nel prodotto finito, nelle scienze come in poesia, non c'è traccia della fatica del processo creativo e dei dubbi delle esitazioni che lo accompagnano". Anche l'urbanistica, nella sua forma migliore, è una pratica poetica: l'arte di rendere abitabile il mondo, di tessere luoghi densi di significato, di favorire l'incontro e la convivialità. Ma questa poesia è sempre incarnata, situata, contestuale. Non esistono formule universali, solo principi generali da declinare creativamente caso per caso. Riconoscere la complessità non significa rassegnarsi all'incomprensibilità, ma attrezzarsi con strumenti concettuali adeguati. Nelle parole di Parisi, "le idee spesso sono come un boomerang: partono in una direzione ma poi vanno a finire altrove". Forse è proprio questo il senso ultimo del nostro mestiere: lanciare idee nello spazio sociale, osservare dove atterrano, raccoglierle trasformate, rilanciarle. In questo movimento iterativo, in questo dialogo incessante tra visione e realtà, tra progetto e processo, si dischiude la possibilità di città più umane. Non solo l'Economia al centro degli interessi della Città, ma soprattutto l'Uomo.
Un imperativo morale prima che tecnico, è geograficamente necessario riconoscere che la città "entro le mura" non esiste più. La realtà dei fatti ci parla di una "città regione" o, come direbbe Saskia Sassen, di uno spazio di flussi in cui le geografie globali tagliano trasversalmente i confini amministrativi locali, ridefinendo le gerarchie del potere e dell'appartenenza.
Quando parliamo di pianificazione territoriale di area vasta, non possiamo limitarci alla somma algebrica dei piani regolatori dei singoli comuni. Quello è stato l'errore del passato: una frammentazione che ha prodotto solo periferie informi e una dissipazione di suolo insostenibile, con una perdita di servizi ecosistemici che pesa come un macigno sulle generazioni future.
Come risolvere il problema? Con che mezzi? Un'azione "di rottura" rispetto alla cultura accademica dominante è esattamente ciò che servirebbe in questo momento storico. Le università continuano a insegnare prevalentemente una pianificazione basata sullo zoning funzionalista, quasi fosse ancora il paradigma indiscusso. Da osservatore si rileva che molti corsi di laurea in Urbanistica e Pianificazione Territoriale si strutturano ancora attorno alla sequenza canonica: analisi territoriale attraverso cartografie tematiche, zonizzazione funzionale, standard urbanistici quantitativi, dimensionamento demografico, piano dei servizi. È una didattica che forma tecnici capaci di applicare procedure consolidate, non intellettuali critici capaci di interrogare i fondamenti epistemologici e politici della disciplina.
Questo conservatorismo rispecchia il fallimento di quello che Morin chiamava "l'insegnamento parcellizzato", che iperspecializza le discipline impedendo di cogliere la multidimensionalità dei problemi. I continuatori dell'insegnamento di Edgar Morin sull'educazione alla complessità insistono sul fatto che non si può riformare la città senza una profonda "riforma del pensiero" che impari a collegare ciò che l'accademia tiene artificialmente separato: l'ecologia urbana, l'economia civile e il diritto spaziale.
Questo conservatorismo accademico ha radici profonde. Innanzitutto, c'è una questione di inerzia istituzionale: i programmi didattici si stratificano nel tempo, riflettendo i rapporti di potere interni alle facoltà, le competenze consolidate dei docenti, le aspettative delle corporazioni professionali. Rinnovare radicalmente un curriculum significherebbe ammettere che intere generazioni di studiosi hanno insegnato approcci obsoleti o addirittura dannosi. Poi c'è la dimensione della legittimazione professionale: se si riconoscesse pubblicamente che lo zoning è fallito, si metterebbe in discussione il lavoro di migliaia di professionisti che per decenni hanno prodotto piani regolatori secondo quel paradigma.
Ma c'è anche un problema di convenienza personale. Gli accademici costruiscono le proprie carriere attraverso pubblicazioni, partecipazione a commissioni, consulenze. Uscire dalla "ortodossia epistemologica universitaria ", proporre paradigmi radicalmente alternativi, mettere in discussione i fondamenti della disciplina comporta rischi: ostracismo da parte dei colleghi, difficoltà a pubblicare su riviste scientifiche controllate dai guardiani dell'ortodossia, esclusione dalle reti di potere accademico. È più sicuro, più conveniente, più remunerativo continuare a produrre variazioni marginali sui temi consolidati: un nuovo modello matematico per la distribuzione dei servizi, un'analisi multicriteria più sofisticata, un GIS più dettagliato. Tutte cose utili, per carità, ma che non mettono in discussione l'impianto complessivo.
Le riviste di settore sono specchio fedele di questa situazione. Prevale spesso una certa autoreferenzialità: articoli che dialogano con una letteratura ristretta, che applicano metodologie consolidate a nuovi casi studio, che raramente osano rotture epistemologiche nette. I contributi più radicali vengono talvolta marginalizzati o confinati in pubblicazioni militanti considerate "non scientifiche".
Non posso non ricordare il pensiero, anche un po' provocatorio, del mio amico e mentore prof. Paolo Avarello, nel saggio "Se esiste, l'urbanistica a cosa serve?", pubblicato nel 2007, dove si interrogava sulla ragion d'essere di una disciplina che sembrava aver smarrito il proprio ruolo sociale e la propria efficacia operativa. Anche lui cercava di incoraggiare i colleghi e gli studenti ad "osare", a contrapporsi al "pensiero dominante". Avarello muoveva da una constatazione impietosa: "l'urbanistica è stata progressivamente ridotta a una prassi amministrativa, un insieme di procedure burocratiche per la gestione dei diritti edificatori. Se l'urbanistica non è più capace di dare forma alla città e di rispondere ai bisogni collettivi, allora la sua esistenza diventa superflua o, peggio, puramente ornamentale".
Egli denunciava quella che definisce l'urbanistica "al servizio": una tecnica che ha rinunciato a proporre una visione autonoma del futuro per limitarsi a ratificare le decisioni prese dai poteri economici. Tutti concetti che ribadiva sempre nelle nostre lunghe conversazioni prima, durante e dopo i tre anni trascorsi con lui per mettere a punto la mia tesi di laurea.
I dati sulla frammentazione dei nostri territori oggi testimoniano questa abdicazione: quartieri privi di centralità, deserti commerciali e una saturazione delle superfici che ignora ogni logica di sostenibilità ambientale.
Dobbiamo guardare alla metropoli anche con gli occhi di Bernardo Secchi, comprendendo che la "città dei ricchi" e la "città dei poveri" non sono solo categorie sociologiche, ma si riflettono in barriere spaziali concrete. Un approccio scientifico "dall'alto" deve avere l'ambizione di ricucire questi strappi. Non si tratta di dirigismo burocratico, ma di "riformismo urbanistico": usare la tecnica per orientare lo sviluppo verso fini sociali. In definitiva, riconoscere la città come sistema complesso adattivo non è un gesto di resa intellettuale di fronte all'ingovernabilità, ma al contrario è un invito a un'arte del governo più umile, più attenta, più democratica. Significa accettare che il pianificatore non è un demiurgo che plasma la materia urbana a proprio piacimento, ma piuttosto – per usare una metafora cara a Richard Sennett – un giardiniere che cura le condizioni ecologiche affinché la vita possa fiorire secondo le sue logiche immanenti. È l'eredità più profonda che ci lascia Edgar Morin: operare nella consapevolezza che l'inatteso è sempre possibile, e che la speranza urbana risiede proprio nella nostra capacità di abitare l'incertezza senza perdere la bussola dell'umanesimo. È una concezione che richiede più competenza, non meno; più impegno politico, non meno; ma soprattutto richiede una virtù: la modestia professionale di chi sa di non poter controllare tutto, ma proprio per questo lavora con maggiore attenzione e responsabilità.
Riferimenti bibliografici e fonti
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