Esiste una regola non scritta che governa la politica pubblica nei momenti di difficoltà: quando i problemi di casa propria diventano troppo grandi e troppo urgenti da affrontare, è conveniente distogliere l'attenzione verso orizzonti lontani, preferibilmente avvolti nella retorica della grandezza nazionale. La storia italiana offre numerosi esempi di questo meccanismo, e il Piano Mattei per l'Africa si candida a diventarne uno dei più riusciti sul piano della comunicazione — e dei più costosi sul piano delle conseguenze reali.
Questo saggio non è un resoconto di geopolitica, benché la geopolitica vi compaia con forza. È un'analisi urbanistica e territoriale: un tentativo di misurare il costo concreto, in termini di suolo degradato, di infrastrutture idriche fatiscenti, di quartieri abbandonati e di risorse climatiche dirottate, che l'Italia sta pagando per partecipare a una scommessa geoeconomica di cui raccoglierà, nella migliore delle ipotesi, le briciole. È anche — e forse soprattutto — un tentativo di dimostrare che il bene comune della salvaguardia ambientale e del benessere sociale non è un'aspirazione astratta: è una scelta politica, concreta e misurabile, che può essere compiuta o disattesa. E che in questo momento storico, in Italia, viene sistematicamente disattesa.
Tra i conflitti strutturali che ridisegnano l'ordine economico globale nel terzo decennio del secolo, nessuno è più rivelatore della corsa alle risorse minerarie del continente africano. Rame, cobalto, litio e terre rare non sono soltanto materie prime: sono le fondamenta fisiche della transizione energetica e digitale, i materiali che rendono possibili le batterie dei veicoli elettrici, i semiconduttori, le infrastrutture delle reti di quinta generazione. Il controllo di queste risorse è diventato una questione di sicurezza nazionale per le grandi potenze industriali, e la competizione per assicurarsele assume forme sempre più esplicite di pressione diplomatica, condizionalità finanziaria e intervento infrastrutturale.
Il caso dello Zambia costituisce il banco di prova più trasparente di questa dinamica. Il Paese custodisce, insieme alla Repubblica Democratica del Congo, la Copperbelt — la cintura del rame più ricca del pianeta — nonché giacimenti di cobalto di rilevanza strategica. L'amministrazione statunitense ha definito un approccio che i commentatori internazionali sintetizzano nella formula Aid-for-Minerals ,"aiuti in cambio di minerali": l'accesso prioritario alle riserve zambiane sarebbe stato condizionato al rinnovo di un programma di sostegno sanitario da circa due miliardi di dollari, fondamentale per il trattamento dell'HIV nel Paese. Il governo zambiano ha respinto pubblicamente queste pressioni, definendo l'approccio americano "poco diplomatico" e inaccettabile nella misura in cui subordinava fondi vitali per la salute pubblica alla cessione di sovranità sulle risorse naturali.
Questa vicenda non è episodica. Essa svela il meccanismo profondo di una diplomazia che ha abbandonato le forme tradizionali della cooperazione allo sviluppo per adottare le categorie della negoziazione commerciale pura: un do ut des in cui la moneta di scambio non è più l'ideologia o la sfera di influenza militare, ma l'accesso diretto alle catene di approvvigionamento delle materie prime del futuro. Come ha documentato David Harvey, questa forma di accumulazione per espropriazione — in cui beni comuni vengono convertiti in merci scambiate sui mercati globali — è il meccanismo centrale del capitalismo finanziario contemporaneo (Harvey, 2003). Ciò che avviene nella Copperbelt africana non è strutturalmente diverso da ciò che accade nelle aree urbane dismesse delle città europee: in entrambi i casi, lo Stato funge da apripista del capitale privato, abbatte le resistenze normative e scarica i costi sulle comunità locali.
Il Corridoio di Lobito
Il principale strumento infrastrutturale di questa strategia è il Corridoio di Lobito: una linea ferroviaria di scala continentale che collega le regioni minerarie della Repubblica Democratica del Congo e dello Zambia al porto angolano di Lobito, affacciato sull'Oceano Atlantico.
Si tratta di un'enorme infrastruttura ferroviaria e logistica supportata dagli Stati Uniti (progetto nato sotto l'amministrazione Biden ma attivamente cavalcato e rimodellato da Trump in chiave commerciale ed estrattiva).
Il progetto risponde a un obiettivo strategico preciso: creare una rotta sicura per il trasferimento dei minerali critici verso i mercati occidentali, sottraendo questo flusso alle rotte già sotto l'influenza logistica e finanziaria cinese.
Il consorzio privato che ha ottenuto la concessione trentennale per gestire la ferrovia, denominato Lobito Atlantic Railway, è guidato da Trafigura — il secondo maggiore operatore mondiale nel commercio di petrolio greggio e il principale intermediario nei mercati dei metalli industriali, con un fatturato annuo compreso tra i duecento e i trecento miliardi di dollari, cifra superiore al prodotto interno lordo di Paesi europei come la Grecia o il Portogallo. Fondata nel 1993 da ex dirigenti della struttura commerciale di Marc Rich, Trafigura non estrae né produce: compra, trasporta e rivende, operando attraverso una sede legale a Singapore e una sede operativa a Ginevra. Non è quotata in borsa, risponde esclusivamente ai propri soci e non è vincolata dagli obblighi di trasparenza che gravano sulle società quotate. Se BlackRock è la mente finanziaria , Trafigura Group Pte. Ltd. è il braccio operativo dell'affare africano. È a capo del consorzio privato (Lobito Atlantic Railway) che ha ottenuto la concessione per 30 anni per gestire e far funzionare la ferrovia che collega le miniere di rame del Congo e dello Zambia al porto di Lobito in Angola. In questo progetto, Trafigura non sta facendo beneficenza: si è assicurata il monopolio logistico del trasporto dei minerali critici; chiunque estrarrà rame in quella regione del mondo dovrà pagare il dazio a Trafigura per caricarlo sui treni e portarlo al mare.
Per un urbanista che ha a cuore il benessere sociale e la trasparenza, Trafigura rappresenta la quintessenza di ciò che non funziona nel mondo moderno: è un'azienda che non ha una bandiera, non ha un territorio da proteggere e non ha cittadini di cui curarsi. Il suo unico scopo è fluidificare i mercati globali estraendo profitto dallo spostamento di merci fisiche. Se una regione africana si destabilizza, se i fiumi vengono inquinati dalle miniere, o se le città europee si impoveriscono, a Trafigura non importa: l'importante è che i treni continuino a viaggiare e che il rame arrivi a destinazione per essere scambiato sui mercati finanziari. È il partner perfetto per il cinismo di Trump e la spietatezza di BlackRock.
Il pluripremiato giornalista investigativo angolano Rafael Marques de Morais ha denunciato come il progetto sia strutturato come una "corsia preferenziale ad alta velocità" per il transito dei minerali estratti dalle multinazionali, senza alcuna ricaduta significativa sulle economie locali. Le inchieste del network Africa Report e del centro di analisi APRI hanno rilevato che i capitali pubblici stanziati dai governi occidentali — inclusi quelli italiani — servono di fatto a pagare la ristrutturazione di infrastrutture che vengono poi privatizzate e messe al servizio del profitto di operatori come Trafigura.
Questo schema, definito "un ritorno al 1956" , è estrattivismo puro mascherato da finanza verde.
L'Italia è pienamente coinvolta in questa partita geopolitica, ed è entrata in modo ufficiale sia sul dossier dello Zambia che su quello del Corridoio di Lobito. Il Governo Meloni ha deciso di non restare a guardare la sfida tra USA e Cina e ha messo sul piatto risorse pesanti. Durante i vertici del G7, la Presidenza del Consiglio ha annunciato che l'Italia intende partecipare allo sviluppo del Corridoio di Lobito con un impegno finanziario che arriva fino a 320 milioni di dollari
Va ricordato che il legame tra Trafigura e il governo italiano precede il Corridoio di Lobito. Nel 2023, di fronte al rischio di blocco della raffineria ISAB di Priolo Gargallo — impianto siciliano che lavora circa il venti per cento del carburante nazionale, già di proprietà russa — l'esecutivo ha utilizzato i propri poteri speciali in materia di sicurezza nazionale per autorizzare la cessione a un fondo cipriota, imponendo come condizione vincolante che Trafigura assumesse il ruolo di fornitore esclusivo di greggio.
Il rapporto Trafigura- Governo Meloni è un legame emblematico. Il precedente di Priolo Gargallo svela l'ipocrisia della narrazione dello "Stato sovrano" e si collega perfettamente alla visione della Città-Speculativa:
Quando
lo Stato italiano si trova in un momento di emergenza nazionale
reale (il rischio di chiusura di Priolo, il blackout energetico),
scopre di non avere la forza industriale o pubblica per gestire la
situazione. Non nazionalizza l'impianto, non usa una strategia
pubblica: chiama i privati. E non privati qualunque, ma proprio
i giganti apolidi del trading come Trafigura, gli unici che hanno la
liquidità (garantita dalle grandi banche e da BlackRock) per
muovere milioni di barili di petrolio in poche ore.
Il
filo rosso che unisce Priolo all'Africa chiude il cerchio. Il
governo italiano ha prima legittimato Trafigura come "salvatrice"
della sicurezza energetica in Sicilia nel 2023, poi , a livello
europeo, si è accodato allo schema del Corridoio di Lobito in
Africa, dove Trafigura è la capofila del consorzio ferroviario.
Quando lo Stato italiano si trova in un momento di emergenza nazionale reale (il rischio di chiusura di Priolo, il blackout energetico), scopre di non avere la forza industriale o pubblica per gestire la situazione. Non nazionalizza l'impianto, non usa una strategia pubblica: chiama i privati. E non privati qualunque, ma proprio i giganti apolidi del trading come Trafigura, gli unici che hanno la liquidità (garantita dalle grandi banche e da BlackRock) per muovere milioni di barili di petrolio in poche ore.
Il filo rosso che unisce Priolo all'Africa chiude il cerchio. Il governo italiano ha prima legittimato Trafigura come "salvatrice" della sicurezza energetica in Sicilia nel 2023, poi , a livello europeo, si è accodato allo schema del Corridoio di Lobito in Africa, dove Trafigura è la capofila del consorzio ferroviario.
L'Italia non è semplicemente "legata" a questa società: ne è diventata strutturalmente dipendente. Quando la Meloni va ai vertici internazionali ad Addis Abeba a presentare il Piano Mattei parlando di "patti tra nazioni libere", la realtà dietro le quinte è che la logistica energetica italiana e le scommesse geopolitiche all'estero sono saldamente nelle mani dei soliti noti. Lo Stato mette le firme sui decreti, ma le chiavi di casa delle nostre infrastrutture e del futuro industriale sono state consegnate a entità private che rispondono solo ai propri dividendi.
Lo Stato italiano ha così legittimato il gigante di Ginevra come operatore strategico di un asset industriale fondamentale, aprendo la strada alla sua centralità nell'avventura africana.
Le città africane
Prima ancora di valutare l'utilità del Piano Mattei per l'Africa, occorre chiedersi se chi lo ha progettato conosca davvero l'Africa che pretende di sviluppare. La risposta, alla luce delle ricerche scientifiche più recenti, è inquietante: quasi certamente no.
Uno studio pubblicato sulla rivista Nature Cities — condotto da un team internazionale guidato dall'Università di Hong Kong e dall'Università di Wuhan e basato sull'analisi di oltre novemiladuecento città africane tra il 1950 e il 2020, attraverso dati satellitari e modelli matematici avanzati — ha dimostrato che il processo di urbanizzazione africano segue dinamiche proprie, regolate da leggi strutturali che rendono qualsiasi approccio "monolitico" non solo inefficace ma potenzialmente dannoso (Vitulano, 2025).
La prima di queste leggi è la legge di Zipf (Zipf's law): le metropoli africane crescono a ritmi enormemente superiori rispetto ai centri medi e piccoli, attirando masse di popolazione sempre più ampie.
La seconda è la legge di Gibrat (Gibrat's law): non tutte le città crescono allo stesso ritmo — quelle già grandi tendono a espandersi molto più di quelle più piccole, generando una polarizzazione crescente del sistema insediativo.
La terza è il complesso delle leggi di scala (scaling laws): le grandi città africane, soprattutto nell'Africa orientale e occidentale, si espandono su superfici molto più ampie rispetto alle città occidentali, con un'occupazione del suolo orizzontale e spesso irregolare che non ha precedenti nella storia urbanistica europea.
Cosa significa tutto questo rispetto al Piano Mattei? Significa che le iniziative di formazione professionale — localizzate nei grandi hub urbani già saturi, come i progetti pilota in Marocco ed Egitto — stanno alimentando, involontariamente o no, esattamente la polarizzazione urbana che la scienza descrive come il principale fattore di vulnerabilità del continente. Concentrare la formazione nelle metropoli già sovraffollate attira ulteriore popolazione dalle aree rurali verso centri al collasso, invece di favorire quello sviluppo policentrico e diffuso che tratterebbe le comunità nei propri territori. È come curare un'emorragia alzando la pressione: si accelera il problema invece di risolverlo.
Vi è poi il tema del suolo. Quando il governo italiano stringe accordi energetici o infrastrutturali — come il Corridoio di Lobito o le reti di trasmissione energetica — cala dall'alto modelli di sviluppo rigidi, pesanti e centralizzati in territori che tendono già, per proprie leggi strutturali, a un'espansione orizzontale incontrollata. L'inserimento di corridoi commerciali di quelle dimensioni in contesti insediativi così fragili rischia di accelerare la frammentazione ecologica, la speculazione fondiaria e la distruzione dei suoli agricoli — aggravando la vulnerabilità climatica locale anziché mitigarla.
Ma il vizio più profondo è di natura concettuale: il Piano Mattei tratta l'Africa come un blocco unico, omogeneo e approcciabile con la stessa formula commerciale standardizzata — "formazione più energia più infrastrutture". Lo studio di Nature Cities smentisce questa visione con dati misurabili: non esiste un'unica Africa urbana. Ogni regione segue percorsi determinati dal proprio specifico passato coloniale, dalle caratteristiche geografiche e climatiche, dalle strutture economiche locali. Un piano che non differenzia l'urbanizzazione dell'area subsahariana da quella magrebina è viziato da un pregiudizio neocoloniale di fondo — esattamente quello contro cui si batteva, con tutt'altra consapevolezza, l'Enrico Mattei originale.
C'è infine un quarto elemento di contraddizione, forse il più acuto. Le ricerche mostrano che nelle città africane stanno emergendo, faticosamente, forme autoctone di efficienza spaziale: le comunità stanno sviluppando dall'interno economie di scala che rendono l'uso del territorio progressivamente più razionale. L'intervento del governo italiano — focalizzato sulla "bancabilità" dei progetti e sull'estrazione di risorse — impone invece un'economia di scala esterna e predatrice, che sovrascrive questi processi invece di assecondarli. È la filosofia opposta a quella della città autogestita descritta da Jane Jacobs e teorizzata da Bernardo Secchi: invece di ascoltare la città che emerge, si costruisce sopra di essa la ferrovia del padrone.
Architettura di una strategia geoeconomica
Il Piano Mattei per l'Africa — che richiama nel nome e nella retorica la figura di Enrico Mattei, fondatore dell'ENI e sostenitore di una cooperazione con i Paesi produttori di materie prime non subordinata alle logiche coloniali — è stato presentato dall'esecutivo come una "partnership non predatoria" fondata sulla reciprocità e sullo sviluppo condiviso.
L'ironia involontaria di questa scelta nominalistica merita di essere esplicitata: Enrico Mattei fu assassinato nel 1962 per aver tentato di sottrarre i Paesi africani e mediorientali ai monopoli petroliferi angloamericani. Oggi il suo nome viene evocato per accompagnare un'operazione che si allinea pienamente con quegli stessi monopoli, riorientati verso i minerali critici e i fondi di Wall Street. Il cerchio si chiude in modo beffardo.
La dotazione finanziaria complessiva del piano è di circa cinque miliardi e mezzo di euro, articolata in due componenti principali.
La prima — circa due miliardi e mezzo — proviene dalle risorse già programmate del Ministero degli Esteri per la cooperazione internazionale allo sviluppo.
La seconda — tre miliardi — è stata attinta al Fondo Italiano per il Clima, istituito nel 2021 per ottemperare agli impegni assunti dall'Italia nell'ambito degli Accordi di Parigi: un fondo vincolato per legge a finanziare esclusivamente progetti di transizione ecologica e contrasto ai cambiamenti climatici nei Paesi terzi.
A queste risorse si aggiungono le garanzie e i crediti attivati da istituzioni parastatali come la Cassa Depositi e Prestiti, SACE e SIMEST, che operano come bracci finanziari dello Stato nell'attrazione di capitali privati.
Quattro obiettivi strutturali motivano la partecipazione italiana all'operazione, indipendentemente dalla retorica della cooperazione. Il primo è la sicurezza delle forniture di materie prime critiche: la Cina controlla oggi quasi monopolisticamente la raffinazione e le rotte di esportazione di rame, cobalto e terre rare, e il Corridoio di Lobito serve a costruire una via d'accesso alternativa. Il secondo obiettivo è la creazione di opportunità commerciali per le imprese italiane, attraverso la filiera di appalti nel settore delle costruzioni infrastrutturali, della logistica portuale e dell'agroindustria. Il terzo è il consolidamento del posizionamento dell'Italia nel quadro atlantico: co-finanziare il Corridoio di Lobito significa acquistare credibilità politica a Washington e accreditarsi come il Paese europeo più dinamico nell'area sub-sahariana. Il quarto è l'effetto leva: cinque miliardi e mezzo, usati isolatamente, sarebbero irrisori rispetto agli investimenti cinesi in Africa negli ultimi vent'anni; agganciati al Global Gateway europeo, agli Stati Uniti, alla Banca Mondiale e ai capitali privati, consentono all'Italia di moltiplicare il proprio peso strategico.
Di questi quattro obiettivi, nessuno riguarda il benessere delle popolazioni africane. Quello è, nella migliore delle ipotesi, un effetto collaterale benvenuto. Nella peggiore, un paravento retorico.
La Corte dei Conti, nella sua Delibera n. 45/2026/G, ha individuato una criticità strutturale gravissima nel modo in cui si stanno impiegando queste risorse. Poiché i fondi sono gestiti dalla Cassa Depositi e Prestiti secondo logiche di libero mercato, vengono privilegiati esclusivamente i progetti "bancabili" — cioè quelli che garantiscono un ritorno economico ai soggetti finanziatori. Il rischio certificato dai magistrati contabili è netto e devastante: le opere più urgenti e vitali per la sopravvivenza delle popolazioni africane di fronte al cambiamento climatico — i sistemi di messa in sicurezza idraulica, gli acquedotti rurali, le reti fognarie, i presidi sanitari di base — vengono sistematicamente escluse dai finanziamenti perché non generano profitti sufficienti. Vengono finanziate, al loro posto, le ferrovie per il rame e i progetti di biocarburanti per le industrie europee.
Un esempio concreto e documentato: tra i progetti approvati con i nuovi criteri "flessibili" — criteri che il governo ha unilateralmente allargato rispetto alla legge istitutiva del fondo — è apparso un maxifinanziamento a un progetto di ENI in Kenya per la creazione di una filiera di biocarburanti. I soldi del Fondo Clima italiano, destinati per legge a proteggere il pianeta e le popolazioni vulnerabili dai disastri climatici, finanziano così una filiera energetica che arricchisce una partecipata di Stato italiana e fornisce carburante alle industrie europee, mentre i villaggi kenyoti restano senz'acqua potabile. La retorica del "partenariato paritario" naufraga su questo dato con una precisione quasi chirurgica.
Non si tratta di una valutazione politica o di una critica giornalistica: è un'istruttoria formale in pieno svolgimento, documentata dall'inchiesta di IrpiMedia e confermata dalla Delibera n. 45/2026/G della Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato. La domanda di fondo posta dalla Corte è di una chiarezza imbarazzante per il governo: i tre miliardi erogati stanno davvero servendo a raggiungere gli obiettivi internazionali della finanza climatica, o sono stati dirottati verso scopi commerciali differenti? Al momento la Corte ha accordato al governo Meloni soltanto un'approvazione con riserva, perché mancano ancora documenti fondamentali che la Presidenza del Consiglio dovrebbe consegnare per giustificare i flussi di cassa. Palazzo Chigi, in altri termini, non riesce a dimostrare che i soldi del clima siano stati usati per il clima.
È forse il caso di ricordare che queste risorse — duecentocinquanta euro per ogni famiglia italiana — non cadono dal cielo. Provengono dalle tasse dei contribuenti italiani, stanziati in un fondo con uno scopo specifico e vincolante. Usarli per co-finanziare una ferrovia estrattiva in Angola non è soltanto discutibile sul piano della priorità politica: è potenzialmente illegittimo sul piano giuridico, e i magistrati contabili dello Stato lo stanno verificando.
BlackRock e la geometria del rischio azzerato
Accanto a Trafigura, il secondo grande protagonista dell'architettura finanziaria è BlackRock, il maggiore gestore di patrimoni del mondo con circa diecimila miliardi di dollari in gestione. Il fondo si interseca con l'operazione su due piani distinti.
Il primo riguarda il debito sovrano zambiano: BlackRock è storicamente tra i principali creditori privati dello Zambia. Nelle complesse trattative di ristrutturazione del debito seguite al default finanziario zambiano, il fondo ha mantenuto posizioni restrittive che hanno impedito allo Stato africano di liberare risorse per lo sviluppo interno — mentre parallelamente la pressione diplomatica americana condizionava gli aiuti sanitari alla concessione dei diritti minerari. La triangolazione è di una ferocia quasi elegante: il creditore privato stringe la morsa del debito; il governo alleato offre la "soluzione" subordinando gli aiuti umanitari alla cessione delle risorse. Chi ne paga il prezzo sono i malati di HIV zambiani, la cui vita dipende da un programma sanitario trasformato in moneta di scambio geopolitica.
Il secondo piano riguarda il posizionamento sulle infrastrutture della transizione energetica. BlackRock considera le concessioni minerarie africane come la categoria di investimento più redditizia dei prossimi trent'anni. La presenza dei governi occidentali come garanti politici e finanziari abbatte a zero il rischio d'impresa, trasformando l'investimento in quello che gli analisti definiscono un "affare d'oro strutturale". Il modello adottato è quello della finanza ibrida — o finanza a leva —: i fondi pubblici fungono da "capitale di innesco" per attrarre capitali privati. Lo Stato mette la copertura diplomatica e le garanzie assicurative; il fondo privato mette la liquidità pesante e incassa i rendimenti. Se l'opera fallisce, le perdite ricadono sul bilancio pubblico. Se l'opera riesce, i profitti si concentrano nei fondi speculativi. La struttura è progettata con eleganza contabile per privatizzare i guadagni e socializzare le perdite.
Gli incontri a Palazzo Chigi tra i vertici del governo e l'amministratore delegato di BlackRock non riguardano soltanto l'Africa. Sul tavolo vi è anche la creazione di data center in Italia, il tema delle privatizzazioni — quote di aziende pubbliche, infrastrutture nazionali — e, soprattutto, l'acquisto di quote del debito pubblico italiano. BlackRock non è soltanto un fondo che investe in Africa: è il più grande gestore di risparmio del mondo, e i suoi acquisti di Titoli di Stato italiani hanno un peso diretto sul differenziale di rendimento rispetto ai titoli tedeschi — il celebre "spread".
Sostenere le operazioni di BlackRock in Africa e aprirgli le porte degli asset strategici italiani significa, in ultima analisi, comprarsi una polizza assicurativa sulla sopravvivenza finanziaria del governo. Il problema è che il premio di questa polizza viene pagato dai contribuenti italiani e dalle popolazioni africane, non da chi ne beneficia.
Il greenwashing climatico
Eccoci al cuore della questione urbanistica. Tre miliardi di euro, vincolati per legge alla protezione del pianeta, sono stati dirottati su un'operazione estrattiva. Questo non è soltanto un problema di diritto internazionale ambientale o di correttezza contabile: è un problema di giustizia territoriale che colpisce direttamente le città e i paesaggi italiani.
L'Italia presenta un quadro di vulnerabilità ambientale e infrastrutturale di gravità eccezionale nel contesto europeo.
Secondo i dati ISTAT (2023), gli acquedotti italiani disperdono in media il quaranta per cento dell'acqua immessa in rete — con punte superiori al sessanta per cento in alcune regioni meridionali — per un volume complessivo di circa tre miliardi e trecento milioni di metri cubi dispersi ogni anno. Secondo l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA, 2023), oltre il trentuno per cento del territorio nazionale è classificato ad alta o molto alta pericolosità idrogeologica, con centomila siti a rischio frana e cinquantamila a rischio alluvione. Il deficit di manutenzione del patrimonio edilizio pubblico è stimato in decine di miliardi di euro. La crisi abitativa, misurata dalla percentuale di famiglie in affitto che spendono più del quaranta per cento del proprio reddito per la casa (OCSE, 2024), colpisce ormai le principali aree metropolitane con un'intensità preoccupante.
In questo contesto, sottrarre tre miliardi al Fondo Clima per finanziarci una ferrovia estrattiva in Angola non è soltanto un errore di priorità: è un atto di abbandono deliberato del territorio nazionale. Come ha scritto Edoardo Salzano, il territorio non è uno sfondo neutro dell'azione politica: è il prodotto accumulato di decisioni pubbliche, e ogni decisione di non investire è essa stessa una scelta, con effetti reali e misurabili sulla vita delle persone (Salzano, 2003).
I tre miliardi che non sono andati agli acquedotti siciliani hanno un nome: si chiamano dispersione idrica, razionamenti estivi, crisi idriche nei Comuni.
I tre miliardi che non sono andati alla messa in sicurezza idrogeologica hanno un nome: si chiamano frane, alluvioni, morti evitabili.
Il governo ha giustificato l'uso del Fondo Clima sostenendo che la ferrovia di Lobito "inquina meno dei camion" e rientra quindi nella categoria dei "progetti green".
È un argomento che, applicato con coerenza, giustificherebbe il finanziamento con fondi per la ... salute mentale di qualsiasi attività che riduca lo stress dei lavoratori — purché non sia lo sport estremo.
I giuristi ambientali sono stati chiari: se l'unica funzione reale di quella ferrovia è accelerare il trasporto di minerali estratti da multinazionali private verso i mercati occidentali, l'utilizzo dei fondi climatici costituisce una distrazione di risorse vincolate verso finalità commerciali private. La Corte dei Conti, con la propria istruttoria in corso, sembra incline a condividere questa lettura.
Tra le giustificazioni ufficiali del Piano Mattei figura la seguente: stabilizzare economicamente i Paesi africani ridurrebbe sul lungo periodo la pressione migratoria verso l'Italia, abbassando i costi di gestione dell'accoglienza. Nella realtà, questa logica trasforma gli investimenti in uno strumento di controllo securitario delle frontiere: si finanziano infrastrutture estrattive in cambio di impegni impliciti dei governi africani a trattenere i propri cittadini. Non si sviluppano le economie locali per migliorare la vita delle persone: si acquista la collaborazione delle élite al potere per esternalizzare la gestione dei flussi migratori. L'Africa, in questo schema, non è un partner: è un muro. E il muro viene fatto pagare dagli stessi italiani che ne avrebbero bisogno per riparare i propri acquedotti.
Il quadro europeo
Coloro che governano amano presentare il Piano Mattei come la prova che "l'Italia è tornata protagonista in Africa". È un'affermazione che merita una verifica numerica.
Nel quadro degli investimenti europei complessivi sul Corridoio di Lobito — superiori ai due miliardi di euro — la distribuzione delle quote strategiche racconta una storia assai diversa da quella narrata nelle conferenze stampa.
La Germania ha stanziato circa un miliardo di euro su un singolo asset (l'elettrificazione di sessanta comunità rurali lungo le province del Corridoio), attraverso crediti all'esportazione che garantiscono contratti alle proprie imprese ingegneristiche — una cifra equivalente a quasi il venti per cento dell'intero Piano Mattei italiano.
Il Portogallo ha ottenuto il quarantanove e mezzo per cento del consorzio Lobito Atlantic Railway, acquisendo il controllo logistico diretto della tratta ferroviaria per i prossimi trent'anni.
La Francia ha investito centottantacinque milioni di euro puntando sul controllo delle risorse idriche e della logistica alimentare: il porto di Lobito è già gestito da Africa Global Logistics (AGL), controllata dal gruppo MSC.
La Spagna ha investito trentacinque milioni di euro per la costruzione di un'università internazionale nella provincia angolana di Bié, puntando sulla penetrazione culturale e sulla formazione dei futuri quadri tecnici locali.
E l'Italia? La parte del leone — il controllo fisico dei binari, la gestione portuale, i grandi appalti ingegneristici — è andata a Lisbona, Parigi e Berlino.
Il rientro economico per le imprese italiane sarà confinato a nicchie di subappalto e consulenza.
La Spagna, con trentacinque milioni di euro, si è comprata trent'anni di influenza culturale. L'Italia, con cinque miliardi e mezzo distribuiti su decine di Paesi e di settori, si è comprata un ... comunicato stampa e qualche stretta di mano fotografabile.
Gli analisti internazionali più lucidi descrivono il ruolo italiano con un'immagine che ha il merito della precisione: l'Italia è il "gregario di lusso" dell'operazione. Paga il biglietto d'ingresso con soldi dei contribuenti, siede al tavolo dei grandi, e poi guarda Berlino, Parigi e Lisbona raccogliere i frutti.
Mentre l'esecutivo celebrava il secondo Summit Italia-Africa ad Addis Abeba come un successo diplomatico di prima grandezza, le imprese tedesche sottoscrivevano i contratti per l'elettrificazione, quelle portoghesi firmavano la concessione ferroviaria trentennale e quelle francesi blindavano la gestione portuale.
La fotografia del vertice resterà nei comunicati stampa. I contratti resteranno nei cassetti di Berlino, Lisbona e Parigi.
I tre scenari futuri
Gli analisti delineano tre scenari, ciascuno con conseguenze drastiche.
Nel primo — il successo estrattivo — il Corridoio viene completato nei tempi previsti e i flussi minerali iniziano ad alimentare le industrie occidentali in modo stabile. BlackRock e Trafigura incassano dividendi strutturali. In Africa, la ricchezza finanziaria vola verso New York e Bruxelles, lasciando sul posto i costi ambientali dell'estrazione.
Nel secondo scenario — il fallimento logistico — il progetto si arena per instabilità politica, ritardi burocratici o ostacoli fisici. I miliardi di fondi pubblici diventano perdite nette. I governi africani, già finanziariamente fragili, si trovano schiacciati da un debito contratto senza i flussi minerari per ripagarlo. BlackRock, in quanto creditore, aumenta la pressione sui governi locali. L'Italia scopre che i tre miliardi del Fondo Clima avrebbero ristrutturato circa centomila alloggi popolari — o riparato tremila chilometri di acquedotti — o messo in sicurezza duecentocinquanta Comuni ad alto rischio idrogeologico.
Nel terzo scenario — la ritorsione cinese — Pechino usa la propria leva finanziaria per rendere non redditizio il Corridoio, attraverso il ribasso dei prezzi del rame o il blocco dei permessi di estrazione. L'Europa si ritrova intrappolata in un conflitto commerciale che richiede nuovi stanziamenti pubblici, mentre la transizione ecologica rallenta. Il risultato è paradossale: per assicurarsi i minerali della transizione verde, l'Europa ha messo a rischio i fondi che avrebbero dovuto finanziarla.
Il dato più allarmante è che in due scenari su tre a rimetterci sono i contribuenti europei e le popolazioni africane. La struttura della finanza ibrida garantisce ai grandi fondi speculativi le spalle coperte dalle garanzie statali in qualsiasi evenienza.
BlackRock non perde mai: se l'operazione riesce, incassa i dividendi; se fallisce, incassa le garanzie e aggiorna un foglio di calcolo.
Il modello estrattivo globale
Trafigura e BlackRock non sono eccezioni: sono l'espressione paradigmatica di un modello economico globale. Nel settore agroalimentare, il mercato mondiale dei cereali è controllato dall'oligopolio noto come "Gruppo ABCD" — Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill e Louis Dreyfus — che spinge i Paesi del Sud del mondo a smantellare l'agricoltura locale di sussistenza per fare spazio alle monocolture intensive da esportazione. Nel settore idrico, le multinazionali della gestione privatizzata dell'acqua entrano nei Paesi in difficoltà finanziaria su impulso del Fondo Monetario Internazionale, aumentano le tariffe per remunerare gli azionisti e tagliano gli investimenti nelle periferie povere. Nel settore della sicurezza, il vuoto lasciato dagli eserciti regolari nei territori di estrazione è riempito da compagnie militari private che operano come eserciti mercenari.
Ciò che unisce questi attori è la caratteristica strutturale dell'impunità: non rispondono a nessuna giurisdizione democratica se non ai propri azionisti.
Come ha osservato Saskia Sassen, i confini degli Stati servono oggi principalmente a decidere chi deve pagare il conto e chi deve incassare i profitti (Sassen, 2014).
Spagna e Grecia: quando la finanza pubblica serve il territorio
Il confronto con i Paesi che hanno scelto di orientare le risorse del Next Generation EU verso la rigenerazione urbana interna è, per l'Italia, allo stesso tempo istruttivo e doloroso.
La Spagna ha stanziato tre miliardi e quattrocento milioni di euro per la ristrutturazione di oltre cinquecentomila abitazioni — con obiettivi di efficienza energetica, rimozione dell'amianto e installazione di impianti fotovoltaici nei quartieri popolari — e ha vincolato ulteriori risorse alla costruzione di ventimila alloggi sociali in affitto calmierato.
La Grecia ha investito quasi cento milioni di euro in alloggi studenteschi pubblici a Creta e duecentocinquanta milioni nell'ammodernamento delle reti idriche dell'area metropolitana di Atene, avviando parallelamente un piano di creazione di parchi urbani nelle zone più esposte alle ondate di calore.
La lezione è semplice e impietosa: Spagna e Grecia stanno usando la finanza pubblica per proteggere il tessuto sociale e curare le città, disinnescando la bomba sociale del disagio giovanile con risposte concrete — casa, ambiente, welfare.
L'Italia della destra al governo sta usando la finanza pubblica per alimentare la finanza stessa, accettando di fare da scudo ai rischi di BlackRock e inseguendo quel miraggio della "Nazione-Impresa" che ci ha già consegnato al vicolo cieco in cui ci troviamo.
Il nome delle cose e il costo del silenzio
Vi è una domanda che attraversa questo saggio e che merita di essere posta con tutta la chiarezza di cui si è capaci: come si chiama, correttamente, ciò che abbiamo descritto?
Non si chiama cooperazione allo sviluppo, perché le opere più urgenti per le popolazioni africane vengono sistematicamente escluse dai finanziamenti perché non "bancabili".
Non si chiama finanza verde, perché i soldi del clima finanziano ferrovie estrattive e filiere di biocarburanti per le industrie europee.
Non si chiama partenariato paritario, perché i contratti veri — la concessione ferroviaria trentennale, la gestione portuale, i grandi appalti — li hanno presi i portoghesi, i francesi e i tedeschi, non gli italiani.
Non si chiama nemmeno geopolitica lungimirante, perché in due scenari su tre l'operazione si conclude con perdite nette per i contribuenti europei e con debiti insostenibili per i governi africani.
Si chiama, con i termini che la letteratura scientifica e la magistratura contabile hanno già utilizzato, estrattivismo travestito da cooperazione: un'operazione di capitalismo di Stato avanzato in cui le risorse pubbliche — incluse quelle destinate per legge alla protezione del clima — vengono mobilitate per ridurre al minimo il rischio d'impresa dei grandi fondi speculativi, in cambio di dividendi politici che il governo incassa in termini di consenso interno e credibilità internazionale.
Enrico Mattei — quello vero, non il logo — aveva capito sessant'anni fa che la vera sovranità di un Paese si misura dalla sua capacità di controllare le proprie risorse e di stringere accordi che rispettino la dignità dei partner.
Il governo che ne ha preso in prestito il nome ha scelto esattamente la direzione opposta: ha consegnato la logistica del proprio approvvigionamento energetico a un operatore privato svizzero-singaporiano, ha messo la firma dell'Italia sotto una ferrovia che arricchirà un fondo di Wall Street, e ha prelevato i soldi del clima per pagare il biglietto di un'avventura geopolitica di cui raccoglierà, nella migliore delle ipotesi, le fotografie.
Per chi si occupa di pianificazione urbana e territoriale, questa storia non è soltanto un caso di studio in geoeconomia: è la dimostrazione plastica di ciò che accade quando la politica smette di considerare il territorio come un bene comune da custodire e lo riduce a variabile dipendente delle strategie finanziarie.
Il suolo non si recupera. L'acqua non si inventa. I quartieri abbandonati non si rigenerano con i comunicati stampa dei vertici africani. E i tre miliardi del Fondo Clima, una volta dirottati, non tornano. La resistenza a questo modello non è nostalgia: è rigore scientifico.
Chi progetta città capaci di durare, chi difende la permeabilità del suolo, chi costruisce spazio pubblico invece di spazio speculativo, chi esige che i fondi per il clima siano usati per il clima — costoro non sono idealisti fuori dal tempo. Sono, per usare le parole di Henri Lefebvre, i custodi del diritto alla città (Lefebvre, 1974): il diritto delle persone a uno spazio urbano che risponda alle loro esigenze di vita, non alle esigenze di rendimento dei fondi d'investimento.
È un diritto che vale per le città italiane e per quelle africane. Ed è un diritto che, in questo momento storico, viene sistematicamente sacrificato sull'altare di una vetrina geopolitica che nemmeno espone, alla fine, i prodotti italiani.
Riferimenti e fonti
¹ Harvey, D. (2003). The New Imperialism. Oxford: Oxford University Press.
² Mazzucato, M. (2013). The Entrepreneurial State. Londra: Anthem Press.
³ Sassen, S. (2014). Expulsions: Brutality and Complexity in the Global Economy. Cambridge: Harvard University Press.
⁴ Lefebvre, H. (1974). La Production de l'espace. Parigi: Anthropos.
⁵ Salzano, E. (2003). Fondamenti di urbanistica. Roma-Bari: Laterza.
⁶ Vitulano, G. (2025). Come si evolvono le città africane? Un'analisi tra scienza e urbanistica — basato su studio pubblicato su Nature Cities, Università di Hong Kong / Università di Wuhan, analisi di 9.200 città africane, 1950-2020.
⁷ Commissione Europea (2024). Critical Raw Materials Act — Regolamento UE 2024/1252.
⁸ ISTAT (2023). Censimento delle acque per uso civile. Roma.
⁹ ISPRA (2023). Rapporto sul dissesto idrogeologico in Italia. Roma.
¹⁰ OCSE (2024). Housing affordability in OECD countries. Parigi.
¹¹ Corte dei Conti — Sezione centrale di controllo (2026). Delibera n. 45/2026/G.
¹² IrpiMedia (2026). Piano Mattei e Fondo Clima: l'istruttoria della Corte dei Conti.
¹³ Marques de Morais, R. (2024). The Lobito Corridor and the New Extractivism. Luanda: Maka Angola.
¹⁴ Africa Report / APRI (2024). Lobito Atlantic Railway: Blended Finance or Green Colonialism?
¹⁵ Transparency International (2024). Corruption Perceptions Index. Berlino.
¹⁶ Brookings Institution (2024). Africa's Critical Minerals and the Western Strategy. Washington.
¹⁷ Stimson Center (2024). US-China Competition in Africa: Risks and Opportunities. Washington.
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