C'è un gesto che si ripete, immutato, da quasi un secolo e mezzo nelle stanze in cui si decide la forma delle città. Il pianificatore stende sul tavolo — oggi uno schermo, ieri un foglio di carta da lucido — la mappa del territorio da governare. Poi prende in mano la matita, o muove il cursore, e comincia ad assegnare i colori: il giallo alle aree residenziali, il rosso al commercio, il grigio alle zone produttive, il verde ai parchi e alle attrezzature collettive. Quando l'ultimo perimetro è tracciato, quando ogni particella ha trovato la sua tinta funzionale, il lavoro si considera concluso. La tavola urbanistica viene approvata, pubblicata, depositata negli archivi comunali. E poi comincia l'attesa. Si attende che il mercato immobiliare colmi i vuoti, che i capitali privati costruiscano entro le volumetrie consentite, che gli abitanti — quasi comparse inconsapevoli di un copione scritto altrove — prendano possesso degli spazi assegnati e completino, con la loro sola presenza fisica, ciò che la pianificazione ha soltanto abbozzato sulla carta.
Questa è la promessa implicita del "laissez-faire" applicato all'urbanistica: che basti colorare una mappa per ottenere, spontaneamente, una città. Non una città qualunque, ma una città equa, vivibile, coesa.
La storia ha smontato questa promessa con la forza inappellabile dei fatti. Le macchie di colore sulle tavole urbanistiche non sono un progetto: sono una delega in bianco al mercato, e come ogni delega senza condizioni hanno prodotto esiti che i deleganti non avevano né previsto né desiderato — o forse, in alcuni casi, avevano previsto fin troppo bene.
Per comprendere come si sia giunti a questa condizione, occorre risalire a due genealogie intellettuali apparentemente lontane che si sono tuttavia intrecciate, nel corso del Novecento, in modo più profondo di quanto la storiografia disciplinare abbia generalmente riconosciuto.
La prima è la genealogia del pensiero economico liberista, dal laissez-faire ottocentesco alle sue reincarnazioni novecentesche nel monetarismo e nel neoliberismo.
La seconda è la genealogia dello zoning urbanistico, dalla sua invenzione come strumento di igiene sociale nell'Europa industrializzata della seconda metà dell'Ottocento fino alla sua trasformazione in meccanismo di ottimizzazione finanziaria del suolo. Queste due traiettorie non si sono semplicemente affiancate: l'una ha colonizzato l'altra, trasformando uno strumento tecnico in un'ideologia spaziale.
Lo zoning nasce come risposta pragmatica a un problema reale e urgente. Quando Reinhard Baumeister pubblica nel 1876 il suo Stadterweiterungen — il testo che per primo sistematizza teoricamente la divisione funzionale del suolo urbano — le città europee stanno vivendo una delle più drammatiche trasformazioni nella storia dell'insediamento umano. L'industrializzazione ha concentrato in pochi decenni milioni di persone in agglomerati urbani nati per accoglierne centinaia di migliaia. Le manifatture pesanti scaricano fumi, scarichi e rumori direttamente sui quartieri operai che le circondano. La promiscuità tra residenza e produzione industriale è una minaccia concreta alla salute pubblica: le epidemie di colera e tifo che decimano le città europee nell'Ottocento hanno un'origine spaziale precisa, nella contiguità tra abitazioni sovraffollate, scarichi industriali e acqua contaminata. In questo contesto, separare le funzioni urbane è un atto igienico prima ancora che urbanistico. Lo zoning nasce come strumento di protezione — delle persone dalle industrie, dei corpi dai vapori —, e questa origine sanitaria gli conferisce una legittimità tecnica e morale che si conserverà a lungo, anche quando le ragioni originarie saranno esaurite.
Il salto concettuale decisivo avviene tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, quando lo zoning attraversa l'Atlantico e si radica negli Stati Uniti in un contesto culturale e politico profondamente diverso da quello europeo che lo aveva generato. La prima legge di zoning della storia americana viene adottata dalla città di New York nel 1916, e già in quella formulazione originaria si possono leggere le tracce di una trasformazione semantica che si rivelerà cruciale. Lo zoning non serve più soltanto a tenere le fabbriche lontane dalle abitazioni: serve anche a tenere le abitazioni dei poveri lontane da quelle dei ricchi, a cristallizzare le gerarchie sociali nella forma stessa della città, a proteggere il valore fondiario dei quartieri benestanti dall'intrusione di usi del suolo considerati degradanti. La Corte Suprema degli Stati Uniti, nella celebre sentenza Euclid v. Ambler Realty del 1926, valida costituzionalmente questo modello, consacrando lo zoning esclusivo come strumento legittimo di governo del territorio. È da questo momento che lo zoning comincia a intrattenere un rapporto organico con il pensiero economico liberista: non più soltanto uno strumento tecnico, ma un dispositivo di protezione della rendita fondiaria.
Lo zoning nasce per proteggere le persone dalle industrie. Nel corso del Novecento viene trasformato in uno strumento per proteggere il valore dei suoli — non dalle industrie, ma per il mercato.
È precisamente in questa trasformazione che si annida la connessione con il laissez-faire. Il termine — letteralmente «lasciate fare», dalla celebre risposta attribuita a un mercante francese alla domanda di Luigi XIV su cosa potesse fare lo Stato per il commercio — sintetizza la dottrina economica che assegna al mercato la capacità di allocare le risorse in modo ottimale in assenza di interferenze pubbliche. Nel pensiero di Adam Smith questa idea aveva una radice genuinamente critica: la denuncia dei monopoli, dei privilegi accordati dallo Stato ai potenti, delle corporazioni che ostacolavano la libera circolazione del lavoro e delle merci. Il laissez-faire smithiano era, nelle sue intenzioni originarie, una dottrina emancipativa. Nel corso del diciannovesimo e del ventesimo secolo, tuttavia, questa idea si è progressivamente trasformata in qualcosa di assai diverso: una giustificazione dell'inazione pubblica a beneficio dei detentori del capitale, una teologia del mercato autoregolato che prescrive allo Stato di ritirarsi dagli ambiti in cui la sua presenza potrebbe disturbare l'accumulazione privata.
John Maynard Keynes fu il critico più acuto e più efficace di questa trasformazione. Nel 1926 — lo stesso anno in cui la Corte Suprema americana consacrava lo zoning esclusivo — Keynes pubblica un breve saggio di straordinaria lucidità intitolato The End of Laissez-Faire. Il testo demolisce con eleganza chirurgica i fondamenti intellettuali della dottrina: non esiste, argomenta Keynes, una mano invisibile che trasformi automaticamente la somma degli egoismi individuali in benessere collettivo. I mercati non tendono spontaneamente all'equilibrio: tendono strutturalmente alla concentrazione, all'instabilità ciclica, alla disoccupazione involontaria. Lasciati a se stessi, non producono piena occupazione ma crisi ricorrenti; non producono distribuzione equa delle risorse ma polarizzazione crescente. Nella Teoria Generale del 1936, Keynes sistematizzerà questa intuizione in un programma politico compiuto: lo Stato deve intervenire attivamente attraverso la spesa pubblica per stabilizzare la domanda aggregata, garantire la piena occupazione e correggere le asimmetrie strutturali del mercato. Abbandonare queste politiche a favore delle dottrine monetariste o liberiste rappresenta, avrebbe scritto in anni successivi, una «pavida fuga dalle responsabilità» da parte della classe politica. È una definizione che risuona, con inquietante precisione, anche nella storia della pianificazione urbana italiana.
Ciò che la riflessione urbanistica del Novecento non ha sufficientemente elaborato è la profonda solidarietà strutturale tra la critica keynesiana al laissez-faire economico e la critica che avrebbe dovuto essere sviluppata nei confronti dello zoning come forma di laissez-faire spaziale. Il parallelismo non è metaforico: è sostanziale. Così come il laissez-faire economico affida al mercato la produzione del benessere collettivo e si ritira da ogni responsabilità sui suoi esiti distributivi, il laissez-faire urbanistico affida al mercato la produzione della forma urbana e si ritira da ogni responsabilità sulla qualità dello spazio che ne risulta. In entrambi i casi, il soggetto pubblico abdica alla propria funzione di indirizzo, si illude che il sistema si autoregoli verso equilibri desiderabili, e consegna ai detentori del capitale la libertà di modellare — l'economia nel primo caso, la città nel secondo — secondo i propri interessi. In entrambi i casi, la realtà smentisce questa fiducia con la stessa brutale coerenza: i mercati finanziari producono monopoli, asimmetrie e crisi sistemiche; i mercati immobiliari abbandonati allo zoning producono periferie, segregazione, consumo di suolo e disuguaglianza spaziale.
La differenza tra una città progettata e una città semplicemente zonizzata è la stessa che intercorre tra una partitura musicale eseguita da un'orchestra e un foglio di carta pentagrammata lasciato bianco sul leggio: il contenitore esiste, le righe sono tracciate, le battute delimitate — ma la musica non risuona da sola. Occorre qualcuno che la componga, qualcuno che la diriga, qualcuno che ne assuma la responsabilità collettiva. Lo zoning come laissez-faire spaziale è precisamente questo: un pentagramma vuoto consegnato al mercato nella speranza che improvvisi una sinfonia. Ciò che il mercato improvvisa, storicamente, non è una sinfonia: è il rumore bianco della rendita.
La differenza tra una città progettata e una città zonizzata è la stessa che intercorre tra una partitura eseguita e un pentagramma vuoto lasciato sul leggio. Il mercato non improvvisa sinfonie: improvvisa rendita.
Per comprendere la portata di questa tensione, è necessario sviluppare con maggiore precisione il confronto tra l'approccio liberista e l'approccio keynesiano allo zoning come strumento di governo del territorio — un confronto che la letteratura urbanistica ha raramente affrontato in modo diretto, preferendo trattare lo zoning come una questione tecnica piuttosto che come una questione politico-economica. Eppure le due scuole di pensiero producono visioni radicalmente diverse non soltanto degli obiettivi della pianificazione, ma della sua stessa natura.
Per il liberismo, lo zoning è, nel migliore dei casi, un male necessario: uno strumento che il mercato tollera in quanto tutela la certezza delle aspettative dei proprietari fondiari, ma che dovrebbe essere ridotto al minimo indispensabile per non ostacolare la libera circolazione dei capitali immobiliari. L'obiettivo dello zoning liberista è la protezione del valore degli immobili esistenti dall'intrusione di usi del suolo considerati incompatibili — non la protezione delle persone, ma la protezione della rendita. Il suolo è, in questa visione, un asset privato da scambiare sul mercato; la pianificazione è un sistema di regole del gioco che deve garantire la stabilità delle aspettative senza interferire con gli esiti. La flessibilità è virtù: il piano che non consente aggiustamenti in risposta ai segnali del mercato è inefficiente. Da qui deriva la proliferazione, nelle città italiane degli ultimi trent'anni, delle varianti urbanistiche negoziate caso per caso tra amministrazioni e operatori privati — una forma di pianificazione che ha prodotto rendite straordinarie per i proprietari fondiari e ha sistematicamente eroso la dotazione di standard urbanistici collettivi.
Vi è poi la forma più insidiosa di complicità tra liberismo e zoning: quella mascherata. Nel neoliberismo che ha dominato le politiche economiche occidentali dagli anni Ottanta in avanti, lo zoning non viene abolito ma trasformato da strumento di governo del territorio a dispositivo di protezione della rendita fondiaria. Le città non competono più per offrire ai propri cittadini la migliore qualità della vita: competono per attrarre capitali, offrendo ai potenziali investitori aree con meno vincoli, fiscalità agevolata, procedure semplificate. Le cosiddette Zone Economiche Speciali — modello diffusosi globalmente dagli anni Novanta — rappresentano la forma più esplicita di questa logica: enclave territoriali in cui lo Stato rinuncia deliberatamente alla propria funzione regolatrice per creare condizioni favorevoli all'investimento privato. Saskia Sassen (2014) ha documentato con rigore analitico come questa logica produca nelle metropoli globali un processo sistematico di espulsione: le classi medie e popolari vengono progressivamente allontanate dai centri urbani attrattivi per i capitali internazionali, creando geografie urbane polarizzate in cui convivono — senza toccarsi — enclave di lusso e periferie di esclusione.
Per il keynesismo, invece, lo zoning è uno strumento fondamentale di intervento pubblico nell'economia territoriale. Keynes sosteneva che lo Stato dovesse assumere un ruolo attivo nella stabilizzazione dell'economia attraverso la spesa pubblica e l'investimento; in urbanistica, questa logica si traduce nell'uso della pianificazione del territorio come leva per orientare lo sviluppo economico, localizzare i grandi investimenti pubblici in infrastrutture e servizi, e creare le condizioni spaziali della piena occupazione. Lo zoning keynesiano non è un sistema di vincoli negativi — non fare questo, non costruire là —, ma un sistema di proposte positive: questa zona diventa un polo universitario per creare lavoro qualificato; questa area periferica riceve una stazione ferroviaria e un parco attrezzato per ridurre le disuguaglianze di accessibilità; questa quota di ogni nuovo insediamento è riservata all'edilizia residenziale a canone accessibile per garantire la mixité sociale. Il suolo, in questa visione, non è un asset privato: è una risorsa collettiva la cui valorizzazione deve produrre benessere distribuito. Il piano non è flessibile per adeguarsi al mercato: è stabile perché la sua stabilità è la condizione per la programmazione degli investimenti pubblici di lungo periodo.
Il periodo storico che ha visto il massimo dispiegamento di questa visione keynesiana della pianificazione urbana coincide, non per caso, con gli anni del più intenso sviluppo del welfare state europeo: dal 1945 al 1975, i cosiddetti Trent'anni gloriosi della crescita postbellica. In quegli anni nascono le grandi periferie programmate delle città europee — i grands ensembles francesi, le Großsiedlungen tedesche, i quartieri INA-Casa italiani — con l'obiettivo esplicito di produrre abitazione dignitosa per le classi lavoratrici attraverso l'intervento pubblico diretto. Giovanni Astengo, nei suoi piani regolatori degli anni Cinquanta, aveva codificato la nozione di standard urbanistico come diritto esigibile: ogni cittadino ha diritto a una dotazione minima di spazio pubblico, servizi e verde, indipendentemente dal quartiere in cui risiede e dalla sua capacità di reddito. Questa intuizione, che nel 1968 troverà espressione normativa nel decreto ministeriale sugli standard urbanistici, rappresenta l'applicazione più diretta del principio keynesiano di responsabilità pubblica nella produzione del benessere collettivo. Il passaggio al liberismo degli anni Ottanta ha invertito questa direzione con una rapidità che la cultura urbanistica ha faticato ad elaborare criticamente: la deregolamentazione del mercato immobiliare, la privatizzazione dei servizi pubblici, il blocco degli investimenti in edilizia residenziale pubblica, l'erosione progressiva degli standard attraverso deroghe e varianti negoziate hanno trasformato lo zoning da strumento di welfare spaziale a strumento di finanziarizzazione del territorio. David Harvey (2008) ha definito questo processo «accumulazione per spossessamento»: la produzione di valore per i detentori del capitale attraverso la sottrazione sistematica di risorse collettive — beni comuni, servizi pubblici, spazio urbano — alle classi popolari.
È in questo punto della narrazione che si rivela indispensabile il pensiero di Federico Caffè — figura appartata e rigorosa, tra i più profondi allievi della tradizione keynesiana italiana, la cui opera ha attraversato i decenni del dopoguerra con una coerenza etica rara nel panorama intellettuale del paese. Caffè non ha mai scritto un trattato di urbanistica. Eppure il suo pensiero contiene, in forma implicita ma coerente, una teoria dello spazio urbano di straordinaria attualità. La sua celebre denuncia della «difesa della povera gente» — elaborata sin dai contributi giovanili degli anni Cinquanta e costantemente ribadita fino alla sua scomparsa nel 1987 — non era soltanto una posizione etica: era un programma politico-economico che riconosceva nella distribuzione ineguale delle risorse pubbliche la radice materiale dell'esclusione sociale. Tradotto nello spazio, questo principio ha un'implicazione diretta e immediata: la qualità urbana — la presenza di servizi sanitari, di istruzione, di verde attrezzato, di trasporti efficienti, di spazi culturali — non può essere lasciata alla discrezionalità del mercato immobiliare, perché il mercato produce qualità là dove la domanda solvibile è concentrata, e abbandona al degrado i luoghi in cui risiede chi non può pagare per la qualità.
Nell'economia della piena occupazione (1979), Caffè sosteneva che il lavoro non è un semplice fattore produttivo: è la condizione primaria della dignità umana, il canale attraverso cui la persona partecipa alla vita collettiva e costruisce la propria identità sociale. Applicata al territorio, questa intuizione si traduce in un'esigenza spaziale precisa: le città devono essere progettate come luoghi di produzione e coesione, non come macchine di valorizzazione fondiaria. I quartieri dormitorio — privi di opportunità lavorative, di infrastrutture culturali, di spazi di socialità — negano nella loro stessa forma urbana il principio di piena occupazione e di cittadinanza attiva. Non è una coincidenza che le aree urbane con maggiore concentrazione di disoccupazione e disagio sociale coincidano sistematicamente, in tutta Europa, con le periferie a prevalente zoning residenziale: luoghi in cui si dorme, ma non si vive; in cui si è presenti fisicamente, ma si è esclusi economicamente e culturalmente. Il richiamo a Caffè non è nostalgico: è analitico. Il suo pensiero offre gli strumenti per leggere la crisi urbana contemporanea come una crisi di welfare spaziale — di dotazione ineguale di beni collettivi territorialmente distribuiti — e non semplicemente come una crisi di mercato immobiliare. La distinzione è cruciale, perché determina le soluzioni: se la crisi è di mercato, la risposta è deregolamentare; se la crisi è di welfare, la risposta è investire, redistribuire, pianificare.
La crisi urbana contemporanea non è una crisi di mercato immobiliare. È una crisi di welfare spaziale. La distinzione determina la risposta: deregolamentare, oppure pianificare con responsabilità.
Karl Polanyi aveva articolato con straordinaria chiarezza questa alternativa ne La grande trasformazione (1944): i mercati autoregolati, lasciati senza argini istituzionali, non producono equilibrio ma devastazione del tessuto sociale. La protezione contro questa devastazione non viene dal mercato stesso: viene dalla società, attraverso le sue istituzioni politiche. Lo spazio urbano è, in questa lettura, il campo in cui questa tensione si risolve — o non si risolve — ogni giorno, in ogni decisione di pianificazione, in ogni variante urbanistica, in ogni metro quadrato di suolo che cambia destinazione d'uso. Joseph Stiglitz (2012) ha dimostrato con rigore quantitativo che le asimmetrie informative del mercato immobiliare producono sistematicamente esiti subottimali dal punto di vista sociale: i privati non hanno né gli incentivi né le informazioni necessarie per internalizzare i costi sociali delle loro scelte localizzative. Thomas Piketty (2013) ha mostrato come la concentrazione della ricchezza nelle società capitalistiche contemporanee tenda strutturalmente ad aumentare in assenza di politiche redistributive deliberate; nel patrimonio immobiliare, questa dinamica si traduce in una crescita dei valori fondiari nelle aree centrali che espelle progressivamente le classi medie e popolari verso periferie mal servite. Dani Rodrik (2011) ha sostenuto che la globalizzazione senza "governanza" produce perdite strutturali; allo stesso modo, una pianificazione senza redistribuzione produce territori strutturalmente esclusi — e, con essi, cittadini strutturalmente privati del diritto alla città.
Le conseguenze di questa trasformazione sono documentate con abbondanza di dati. Secondo i dati ISTAT (2023), circa il 28% della popolazione italiana residente nelle aree metropolitane vive in quartieri con dotazione di verde pubblico inferiore ai 9 metri quadrati per abitante previsti dagli standard urbanistici del 1968 — uno standard già di per sé inadeguato rispetto ai 15 metri quadrati per abitante raccomandati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Questa carenza non è distribuita uniformemente: si concentra nelle periferie e nei quartieri a prevalente edilizia residenziale pubblica, vale a dire nei luoghi in cui risiedono le famiglie con minore capacità di reddito. Secondo l'Urban Audit della Commissione Europea (2022), oltre il 34% dei residenti nelle aree metropolitane italiane dichiara insoddisfazione per la qualità degli spazi verdi e dei servizi di prossimità — una percentuale sensibilmente superiore alla media europea — e questa insoddisfazione si concentra nelle periferie a prevalente destinazione residenziale: i luoghi dove lo zoning ha prodotto la sua versione più pura e più desolata. I dati Eurostat (2023) confermano che nelle città con elevata qualità dello spazio pubblico e forte dotazione di verde urbano l'aspettativa di vita media supera di 2,3 anni quella di città con analoga densità demografica ma tessuto viario dominato dall'automobile. La forma della città non è neutrale rispetto alla salute: è una variabile epidemiologica, e la disuguaglianza ecologica e la disuguaglianza economica coincidono con una precisione geografica che non lascia spazio a interpretazioni neutrali.
Jane Jacobs (1961), nel suo La morte e la vita delle grandi città americane, aveva intuito con anticipo straordinario il meccanismo di questa esclusione. La vitalità urbana, argomentava Jacobs, non emerge dalla separazione delle funzioni ma dalla loro compresenza densa e caotica: i quartieri misti, quelli che lo zoning avrebbe voluto eliminare in nome dell'ordine funzionale, erano i quartieri vivi, sicuri, solidali. La diversità — di usi, di edifici, di persone, di redditi — è la condizione della città come organismo vivente. Bernardo Secchi (2013) aveva identificato nella «città dei ricchi e nella città dei poveri» la polarizzazione spaziale come esito inevitabile di decenni di pianificazione subalterna al mercato; Jan Gehl (2010) ha dimostrato con metodo empirico rigoroso che la qualità dello spazio pubblico — la sua scala umana, la sua permeabilità, la sua capacità di accogliere funzioni diverse nel corso della giornata — è il principale indicatore di benessere urbano percepito. Richard Sennett (2018), nel suo Costruire e abitare, distingue tra città aperta e città chiusa: la prima accetta l'incertezza, favorisce l'adattamento e la contaminazione funzionale; la seconda cerca il controllo, la prevedibilità, la separazione. Lo zoning esclusivo è, per definizione, una tecnica della città chiusa — e la città chiusa è una città incapace di rispondere alle trasformazioni sociali, economiche e climatiche che la attraversano.
Mariana Mazzucato (2013) ha rovesciato il racconto convenzionale che dipinge il settore pubblico come lento e parassitario rispetto al dinamismo privato: sono stati gli investimenti pubblici — nella ricerca di base, nelle infrastrutture di trasporto, nelle reti di comunicazione — a generare le condizioni per l'innovazione che il mercato ha poi commercializzato. Applicata all'urbanistica, questa tesi ha una conseguenza diretta: la qualità urbana non è un prodotto spontaneo del mercato immobiliare, ma l'esito di investimenti pubblici deliberati e sostenuti nel tempo. Paradossalmente, le città che hanno investito di più nel welfare spaziale sono anche quelle che hanno attratto maggiori investimenti privati: la qualità urbana prodotta dall'intervento pubblico crea le condizioni per l'investimento privato, non le ostacola. Neil Brenner (2014), nel suo lavoro sulla urbanizzazione planetaria, ha mostrato come la crisi non sia una specificità italiana o europea: è la manifestazione locale di una dinamica globale attraverso cui il capitale finanziario ha progressivamente colonizzato il governo del territorio, trasformando le città da luoghi di cittadinanza in piattaforme di valorizzazione immobiliare. Il paesaggio delle periferie metropolitane italiane — il medesimo skyline di capannoni, centri commerciali, svincoli autostradali e condomini anonimi che si ripete da Torino a Napoli — è la forma architettonica della resa del laissez-faire urbanistico: il risultato di decenni di macchie di colore su tavole urbanistiche, consegnate agli abitanti perché ci costruissero sopra una vita.
Il paesaggio delle periferie italiane è la forma architettonica della resa del laissez-faire urbanistico: il risultato di decenni di macchie di colore su tavole, consegnate agli abitanti perché ci costruissero sopra una vita.
In Italia, questa diagnosi si confronta con un quadro istituzionale di particolare fragilità. Il sistema della pianificazione italiana — costruito attorno alla Legge Urbanistica del 1942 e mai riformato nella sua struttura fondamentale — continua a essere fondato sul Piano Regolatore Generale: uno strumento rigido, lento, costoso da produrre e aggiornare, spesso inattuato anche dopo anni dalla sua approvazione. Edoardo Salzano (2003) e Giuseppe Campos Venuti hanno denunciato con lucidità come il Piano Regolatore fosse diventato, nel corso dei decenni, uno strumento di legittimazione della rendita fondiaria piuttosto che di governo democratico del territorio: le varianti urbanistiche negoziate con i privati, gli accordi di programma, le deroghe agli standard hanno progressivamente svuotato il piano della sua funzione regolatrice. La «pavida fuga dalle responsabilità» che Caffè denunciava nel campo della politica economica si riproduce, con la stessa struttura e le stesse conseguenze, nel campo della pianificazione urbanistica: le amministrazioni comunali delegano al mercato le scelte che spetterebbero alla politica, e poi attendono — come il pianificatore che ha colorato la mappa — che gli abitanti costruiscano la città che il piano non ha saputo immaginare.
Keynes scrisse, in un celebre passaggio della Teoria Generale, che le idee degli economisti e dei filosofi politici sono più potenti di quanto si creda comunemente: in realtà, il mondo è governato da poco altro. Le idee che hanno governato la pianificazione urbana del dopoguerra — l'idea che il mercato sapesse meglio dello Stato dove collocare le funzioni urbane, che la rendita fondiaria fosse un indicatore affidabile della domanda sociale di spazio, che la macchia di colore sulla tavola fosse sufficiente a produrre la città — queste idee hanno lasciato tracce concrete e durature nel territorio. Smontarle richiede non soltanto nuovi strumenti tecnici, ma un cambio di paradigma culturale: il riconoscimento che la città è troppo importante per essere lasciata al mercato, che la pianificazione è un atto di democrazia prima ancora che una tecnica, che gli abitanti non sono comparse di un copione scritto dalla rendita ma i soggetti politici primari del diritto alla città — il diritto che Henri Lefebvre (1974) aveva rivendicato con forza mezzo secolo fa e che David Harvey (2008) continua a reclamare come la più urgente delle questioni politiche del nostro tempo.
La città che Federico Caffè avrebbe voluto — la città che l'economia del benessere avrebbe dovuto produrre — è la città in cui ogni bambino, indipendentemente dal quartiere in cui è nato, ha accesso a una scuola di qualità, a un parco attrezzato, a un ambulatorio di medicina generale, a un autobus che arriva con regolarità. È la città in cui la distanza tra il figlio di un professionista e quello di un operaio non si misura in anni di aspettativa di vita, in metri di verde pubblico, in minuti di attesa del trasporto pubblico. È la città in cui lo spazio non è un premium riservato a chi può permettersi di pagarlo, ma un diritto garantito dalla pianificazione pubblica. Questa città non è stata costruita, non in Italia, non nella misura in cui la sua necessità sarebbe richiesta. E la ragione non è tecnica — gli urbanisti italiani hanno elaborato strumenti, proposte e piani all'altezza delle sfide —, ma politica e culturale. Il problema non è che non sappiamo come fare una città migliore. Il problema è che non abbiamo ancora deciso, collettivamente e con la chiarezza che la posta in gioco richiederebbe, di volerla fare. Questa, come Caffè avrebbe detto senza esitazione, è una responsabilità politica prima di ogni altra cosa — e la sua assenza è, ancora oggi, una pavida fuga dalle responsabilità.
Verso un’Urbanistica dell’Apertura. Una riflessione con Hilary Lawson
Il fallimento della pianificazione tradizionale, analizzato in questo saggio attraverso le lenti dell'eterodossia economica e dei sistemi complessi, trova la sua radice ultima in un errore di natura filosofica: lo scambio della "mappa" per la "realtà". Come teorizzato dal filosofo Hilary Lawson, l'essere umano non percepisce il mondo nella sua interezza, ma applica costantemente delle "chiusure" per rendere il caos del reale utilizzabile e comprensibile.
Lo zoning ottocentesco è stato la "chiusura" definitiva del Novecento: una metafora industriale che ha ridotto la complessità urbana a una serie di funzioni fisse — residenza, industria, commercio. Il rischio che abbiamo corso, e che oggi paghiamo in termini di rendita speculativa e alienazione, è stato quello di credere che un quartiere fosse intrinsecamente industriale o residenziale, dimenticando che tale definizione era solo una narrazione utile all'epoca, non una verità ontologica.
L'urbanistica del futuro, per essere realmente umana, deve evolvere da una "Ricerca della Chiusura" (l'approccio scientifico del controllo e dell'ottimizzazione dei flussi) verso una "Ricerca dell'Apertura" (l'approccio artistico della possibilità).
Se lo Stato Imprenditore di Mazzucato o l'Economia del Benessere di Caffè ci forniscono gli strumenti per agire, la filosofia di Lawson ci indica l'obiettivo: progettare spazi non finiti. Invece di definire ogni centimetro quadrato in modo rigido, la città deve tornare a essere un organismo aperto, dove i cittadini non sono solo utenti di funzioni predeterminate, ma agenti attivi capaci di applicare le proprie "chiusure personali" e creative.
Una piazza senza funzioni predefinite, o una facciata liberata dalla chiusura commerciale della pubblicità e restituita all'astrazione, non sono mancanze di progetto, ma inviti alla libertà. Solo mantenendo il territorio in uno stato di apertura, possiamo contrastare la cristallizzazione della rendita e permettere alla "povera gente" — e alla collettività tutta — di riappropriarsi dello spazio come luogo di invenzione continua.
In definitiva, superare lo zoning non significa solo cambiare legge urbanistica, ma accettare la sfida di abitare l'incertezza, trasformando la città da una macchina per abitare a un orizzonte di possibilità.
La Dialettica tra Funzione Pubblica e Apertura Ontologica
È opportuno, in sede di sintesi, risolvere la tensione dialettica che potrebbe scaturire da una lettura superficiale del rapporto tra intervento statale e libertà di mercato. La critica qui formulata al laissez-faire non deve essere intesa come un'apologia del dirigismo burocratico; al contrario, si evidenzia come lo zoning tradizionale rappresenti una forma di "dirigismo passivo" che, cristallizzando l'uso del suolo in categorie statiche, crea rendite di posizione artificiali a beneficio esclusivo della speculazione privata.
L'attivismo istituzionale propugnato da Federico Caffè e Mariana Mazzucato si configura dunque come un necessario riequilibrio di potere: lo Stato non interviene per "chiudere" o normare microscopicamente il vissuto, ma per smantellare i monopoli estrattivi nati dalla complicità tra pianificazione rigida e mercati deregolamentati. In questa prospettiva, l'investimento pubblico e la tutela dei beni comuni sono precondizioni strutturali per sottrarre il territorio alla tirannia della rendita fondiaria.
La convergenza con il pensiero di Hilary Lawson diviene così evidente: lo Stato eterodosso agisce come garante dell'Apertura. La missione della "nuova- futura urbanistica" non è l'imposizione di una "chiusura" autoritaria, ma la rimozione delle barriere architettoniche e sociali che impediscono l'appropriazione creativa dello spazio. Ne consegue che la pianificazione, liberata dal determinismo ottocentesco, non definisce più la "funzione" immutabile di un luogo, ma ne protegge la natura di organismo aperto, restituendo alla collettività il diritto inalienabile di abitare l'inedito.
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