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L'URBANISTA: evoluzione di una Specie.

C’è qualcosa di profondamente grottesco, quasi una forma di delirio clinico, nell’idea che un individuo seduto davanti a un software GIS o a una planimetria in scala 1:2000 possa sinceramente credere di gestire il caos pulsante della vita umana.

L'Urbanista, in questa veste di "semidio da scrivania", oscilla pericolosamente tra il demiurgo platonico e l'amministratore di un condominio particolarmente complicato.

Ci muoviamo in un teatro dell'assurdo dove pretendiamo di tracciare una linea su una mappa e convincerci che quella riga – figlia di una norma di attuazione scritta in burocratese arcaico – sposterà le abitudini di migliaia di persone.

È l’ironia suprema della nostra professione: passiamo anni a studiare la "Città dei 15 minuti" di Carlos Moreno o le "teorie sulla vitalità urbana" di Jane Jacobs, per poi scontrarci con la realtà di un assessore ai lavori pubblici che confonde la rigenerazione urbana con una colata di cemento "grigio-green" o con l’ennesima rotonda decorata da un ulivo morente.

Mentre noi ci perdiamo nei calcoli dei carichi insediativi o nelle simulazioni del consumo di suolo, il destino del territorio è spesso nelle mani di chi confonde una "perequazione urbanistica" con una qualche forma di esoterismo burocratico.

Incolpare esclusivamente l'Urbanista è però un esercizio di autoflagellazione eccessivo: siamo, dopotutto, i terminali tecnici di un processo decisionale che ha la sua genesi in sedi dove la competenza è diventata un optional elettorale.

Il Paradosso Democratico

Il paradosso della democrazia – quella stessa democrazia che difendo con convinzione antifascista e progressista – è che il suffragio universale non garantisce affatto l'illuminismo del legislatore. Ci troviamo così a navigare in un mare di norme scritte da chi, non avendo mai aperto un’opera di Paolo Avarello o Giovanni Astengo, legifera su trasformazioni che segneranno il suolo per i prossimi cinquant’anni.

È quella che alcuni sociologi chiamano la "crisi delle competenze" nella sfera pubblica: un fenomeno che trasforma il Parlamento e i Consigli Regionali in fabbriche di leggi farraginose, spesso influenzate da lobby immobiliari più che da reali visioni di benessere sociale.

Questa carenza di preparazione tecnica nella classe politica produce mostri normativi.
Come potremmo mai attuare una vera Rigenerazione Urbana se chi scrive le regole ignora la differenza tra "crescita" e "sviluppo", o se considera gli standard urbanistici del D.M. 1444/1968 come un fastidioso ostacolo al profitto privato anziché come un diritto civile dei cittadini? I dati ISTAT sulla percezione della qualità della vita urbana in Italia mostrano chiaramente che dove la politica è stata più debole e "ignorante", le disuguaglianze sono esplose: nelle periferie degradate, l’indice di vulnerabilità sociale e materiale è fino a tre volte superiore rispetto ai centri storici gentrificati.

Siamo quindi diventati degli esegeti di testi sacri scritti male, passando metà del nostro tempo a interpretare commi contraddittori per evitare che un progetto di edilizia sociale o un parco pubblico naufraghi nel primo ricorso al TAR.

È frustrante, quasi umiliante per chi crede nella funzione civile dell’architettura. Eppure, proprio perché siamo professionisti figli di una cultura che affonda le radici nel pensiero di Bruno Zevi o Luigi Piccinato, non possiamo arrenderci al cinismo.


Da Tecnici a Politici Nobili

Se la politica abdica alla conoscenza, l'Urbanista deve farsi ancora più politico – in senso nobile – portando i dati, la bellezza e la logica lì dove regna il vuoto pneumatico della retorica amministrativa.

Forse il problema non è solo che il Parlamento sia pieno di "individui" privi di studi elevati, ma che sia privo di passione civile per la cosa pubblica. La tecnica senza politica è muta, ma la politica senza tecnica è, molto spesso, pericolosa.

Un po’ di colpe dobbiamo addossarcene come categoria, soprattutto quando emerge una comicità involontaria nel vedere certi colleghi, gonfi di presunta autorità morale, disegnare piazze dove nessuno sosterà mai o percorsi ciclabili che terminano nel nulla, convinti di aver risolto il metabolismo sociale della zona.

Il paradosso è che, mentre noi giochiamo a fare i “piccoli architetti dell'universo”, la “città reale” ci ignora bellamente.

La città si trasforma per spinte economiche brutali, flussi migratori impreveduti e pulsioni sociali che nessuna "zona territoriale omogenea" potrà mai contenere. Ancora oggi continuiamo a consumare 2-3 metri quadrati di suolo al secondo in Italia: una statistica che umilia ogni nostra pretesa di controllo e svela la nostra impotenza di fronte a una politica che, pur dichiarandosi progressista, spesso sacrifica la bellezza e l’equità sull’altare dell’onere di urbanizzazione immediato.

Siamo, in fondo, degli ottimisti patologici. Crediamo ancora che l’Uomo possa essere "progettato" meglio attraverso lo spazio, ignorando che spesso la gente preferisce il disordine vitale di un mercato abusivo alla perfezione asettica di un centro direzionale firmato da un’archistar.


La Miopia Retrospettiva

Abbiamo anche un altro grande difetto: soffriamo di una sorta di "miopia retrospettiva".

Siamo stati addestrati come chirurghi che operano su un corpo già malato, cercando di asportare i tumori del passato – l’abusivismo, la congestione, la mancanza di standard minimi – senza mai avere il coraggio di immaginare un organismo completamente nuovo.

Come direbbe Kenneth Frampton, ci siamo rifugiati in un "regionalismo critico" o in un nostalgico recupero formale, perché guardare indietro è rassicurante, mentre proiettare "un futuro possibile" richiede una visione politica che oggi scarseggia.

In questa nostra evoluzione interrotta, l’urbanistica è diventata una disciplina di reazione, mai di azione.

Aspettiamo che il mercato immobiliare crei il disastro per poi correre ai ripari con una variante al piano regolatore, spesso con il fiato corto. È l’eterno ritorno dell’uguale: correggiamo gli errori del funzionalismo anni '70 con la retorica della sostenibilità anni 2020, ma la sostanza rimane la stessa.

Non riusciamo a concepire una città che non sia schiava della rendita fondiaria. Eppure, le statistiche ci dicono che il modello attuale è al collasso: secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), oltre il 70% della popolazione europea vivrà in aree urbane entro il 2050, ma le nostre città sono ancora modellate su esigenze produttive del secolo scorso.

Per immaginare "un futuro" che garantisca il benessere soggettivo, dovremmo riprendere le lezioni di Edoardo Salzano o Giuseppe Campos Venuti, i quali non vedevano l’urbanistica come un esercizio di stile, ma come una riforma sociale. La sfida non è solo tecnica, è squisitamente democratica e progressista: significa avere il coraggio di dire che il benessere sociale non si misura in metri cubi, ma in tempo liberato, accessibilità universale, spazi pubblici che Richard Sennett definirebbe "aperti", capaci di accogliere l’imprevisto e la diversità.

Invece, ci limitiamo a una rigenerazione urbana di facciata, dove il "futuro possibile" è spesso solo un rendering accattivante con verde verticale, destinato a un’élite che può permetterselo.

Verso una Vera Evoluzione

La vera evoluzione della specie "urbanista" avverrà quando smetteremo di correggere il passato per compiacere il presente e inizieremo a progettare spazi che riducano attivamente le disuguaglianze.

Serve quella che Saskia Sassen chiama una "nuova geografia della centralità", capace di restituire dignità alle periferie dimenticate dalla politica di mestiere.

Finché non avremo il coraggio di questa rottura epistemologica – abbracciando l’urbanistica performativa come antidoto alla miopia funzionale – rimarremo quegli esseri un po’ tragici che ho descritto: semidei che inciampano nelle rovine di ciò che hanno cercato di aggiustare, incapaci di disegnare l’orizzonte.

Il nostro vero compito non è essere dei semidei, ma dei sarti pazienti che rammendano un tessuto urbano strappato da speculazione e incuria politica. Un mestiere modesto, quasi artigianale, che richiede più ascolto che decreti, e molto sarcasmo per non soccombere alla frustrazione di vedere studi accademici finire in un cassetto polveroso di un ufficio tecnico comunale.

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