Passa ai contenuti principali

SPONGE CITY: SOLO UN PALLIATIVO?

La crescente diffusione del concetto di “città spugna” – un termine ormai internazionalmente associato all'illuminata visione di Kongjian Yu, stimato professore del College of Architecture and Landscape dell'Università di Pechino – nel variegato panorama urbanistico globale rappresenta senza dubbio una risposta innovativa e, a prima vista, promettente alle sfide sempre più pressanti poste dai cambiamenti climatici inesorabili e da un'urbanizzazione che procede a ritmi spesso insostenibili. Questa pratica, che sta guadagnando terreno nelle discussioni accademiche e nelle politiche di pianificazione urbana di diverse città in tutto il mondo, si propone di trasformare le aree urbane in sistemi intrinsecamente più resilienti e autenticamente sostenibili, capaci di assorbire, filtrare e riutilizzare l'acqua piovana in modo sorprendentemente simile al funzionamento di una spugna naturale in un ecosistema integro. Sebbene accolta con un certo entusiasmo da molti urbanisti, architetti e amministratori come una nuova e audace frontiera della pianificazione urbana contemporanea, è tuttavia legittimo, anzi doveroso, interrogarsi sulla sua vera natura e sulla sua reale portata: si tratta davvero di una teoria rivoluzionaria, capace di innescare un cambiamento di paradigma nel nostro modo di concepire e costruire le città, o non è forse più corretto considerarla un palliativo, una soluzione parziale che, pur apportando benefici tangibili, non affronta le radici profonde e sistemiche dei problemi ambientali che affliggono i nostri contesti urbani?

Personalmente tendo a condividere la visione che vede nella "città spugna" più un intervento di mitigazione degli impatti negativi dell'urbanizzazione esistente che una vera e propria rifondazione del paradigma urbanistico nel suo complesso. Nonostante i suoi indubbi e spesso significativi benefici, come la riduzione del rischio di alluvioni e inondazioni sempre più frequenti a causa di eventi meteorologici estremi, il miglioramento della qualità delle acque superficiali attraverso la fitodepurazione naturale, la creazione di microclimi urbani più freschi e vivibili, e un potenziale aumento della biodiversità urbana grazie all'introduzione di infrastrutture verdi, la "città spugna" sembra spesso concentrarsi prevalentemente sulla gestione delle conseguenze, purtroppo sempre più evidenti, dei problemi ambientali urbani, piuttosto che sull'affrontare in modo strutturale le cause primarie che li generano. Queste cause, a mio avviso, risiedono in gran parte nell'eccessiva e spesso indiscriminata cementificazione del suolo, un fenomeno che ha caratterizzato l'espansione urbana degli ultimi decenni, e in modelli di sviluppo urbano intrinsecamente insostenibili che hanno progressivamente impermeabilizzato vaste aree del territorio, alterando in modo significativo il ciclo naturale dell'acqua e amplificando in modo preoccupante gli effetti negativi degli eventi meteorologici estremi, come le piogge intense e concentrate.

Trasformare le città esistenti in "spugne", attraverso l'implementazione di soluzioni basate sulla natura, è certamente un passo nella direzione auspicabile e rappresenta un'azione concreta per migliorare la resilienza urbana. Implementare su larga scala infrastrutture verdi come tetti verdi che assorbono l'acqua piovana e riducono il ruscellamento superficiale, pareti verticali verdi che contribuiscono all'isolamento termico e alla fitodepurazione dell'aria, parchi drenanti progettati per assorbire e filtrare l'acqua in eccesso, pavimentazioni permeabili che consentono all'acqua di infiltrarsi nel sottosuolo, e sistemi di raccolta e riutilizzo dell'acqua piovana per usi non potabili è fondamentale per migliorare la qualità della vita urbana, aumentare la resilienza delle città di fronte agli eventi estremi e contribuire a mitigare l'effetto isola di calore urbano. Tuttavia, se ci limitiamo a questo approccio, puramente "tecnico" e orientato alla gestione delle acque, rischiamo di trattare i sintomi evidenti senza affrontare la malattia sottostante, che a mio avviso è rappresentata dall'espansione urbana incontrollata e dalla conseguente distruzione di ecosistemi naturali preziosi e di aree agricole periurbane che svolgono un ruolo cruciale nella regolazione del ciclo idrologico e nella fornitura di servizi ecosistemici essenziali, sostituite inesorabilmente da distese monotone di cemento e asfalto impermeabile.

Credo fermamente che la vera sfida per la sostenibilità urbana risieda nella capacità di ripensare radicalmente i modelli di espansione urbana che hanno dominato il secolo scorso e che continuano, purtroppo, a guidare molte scelte di pianificazione territoriale. Dobbiamo allontanarci con decisione dalla logica miope della crescita illimitata e abbracciare una visione di sviluppo urbano che sia intrinsecamente più selettiva, qualitativa e rigorosamente controllata. Questo significa, in primo luogo, limitare drasticamente il consumo di nuovo suolo, privilegiando con politiche incisive la riqualificazione e la densificazione intelligente delle aree urbane esistenti, sfruttando il potenziale di riuso del patrimonio edilizio non più utilizzato e delle aree dismesse. Significa investire con convinzione nella rigenerazione urbana, recuperando aree degradate, riconvertendo edifici obsoleti in nuove funzioni sostenibili e promuovendo la creazione di quartieri che siano realmente misti dal punto di vista funzionale e sociale, compatti nella loro forma urbana per favorire la mobilità sostenibile (pedonale, ciclabile e trasporto pubblico) e ridurre la dipendenza dall'automobile privata, una delle principali cause di inquinamento atmosferico e di consumo di suolo indiretto (strade, parcheggi).

Una politica di espansione urbana che sia rigidamente controllata e orientata al contenimento del consumo di suolo potrebbe certamente risultare impopolare, in quanto implica scelte difficili e potrebbe entrare in conflitto con gli interessi speculativi del mercato immobiliare e con le aspettative di una crescita urbana continua e illimitata, spesso percepita come sinonimo di progresso economico. Tuttavia, ritengo che questa sia una strada inevitabile e non procrastinabile se vogliamo realmente garantire un futuro sostenibile non solo per le nostre città, ma per l'intero pianeta. Dobbiamo comprendere, una volta per tutte, che la risorsa suolo è finita, preziosa e non rinnovabile su scala umana, e che la sua prodigalità e la sua impermeabilizzazione indiscriminata hanno conseguenze ambientali e sociali pesanti, che si manifestano con sempre maggiore frequenza e intensità attraverso eventi meteorologici estremi e una crescente vulnerabilità dei nostri sistemi urbani. Secondo i dati più recenti dell'Agenzia Europea dell'Ambiente (EEA), tra il 2012 e il 2018, l'Europa ha continuato a perdere suolo a un ritmo allarmante, con una media di quasi 500 chilometri quadrati all'anno trasformati in aree artificiali, principalmente a causa dell'espansione urbana e delle infrastrutture di trasporto. Questa tendenza, se non invertita, comprometterà seriamente la capacità dei nostri territori di fornire servizi ecosistemici essenziali, inclusa la regolazione del ciclo idrologico.

La "città spugna", in questo contesto più ampio e strutturale, può e deve essere integrata come una parte importante di una strategia più olistica e lungimirante per la sostenibilità urbana. Non dobbiamo, a mio avviso, considerarla un'alternativa a una pianificazione urbana responsabile e orientata al contenimento del consumo di suolo, ma piuttosto uno strumento complementare, seppur efficace, per migliorare la sostenibilità e la resilienza delle città esistenti e di quelle future che saranno inevitabilmente realizzate all'interno di un quadro di sviluppo più controllato. Implementare le soluzioni ispirate al concetto di "città spugna" nelle aree urbane già densamente costruite è essenziale per mitigare gli impatti negativi dell'urbanizzazione passata e presente, aumentare la resilienza delle comunità di fronte agli eventi meteorologici estremi e migliorare la qualità della vita dei cittadini attraverso la creazione di spazi verdi multifunzionali e la gestione sostenibile delle acque piovane.

In conclusione, pur apprezzando l'innovazione concettuale e gli indubbi benefici pratici della "città spugna" come approccio alla gestione delle acque urbane e all'aumento della resilienza, ritengo fondamentale non perdere mai di vista la necessità di un approccio più radicale e strutturale alla pianificazione urbana. La vera rivoluzione per la sostenibilità urbana non sta semplicemente nel trasformare le città esistenti in "spugne", pur essendo questo un intervento meritorio, ma nel ripensare profondamente il nostro rapporto con il suolo come risorsa finita e preziosa e nel trovare nuove modalità di espansione urbana che siano intrinsecamente sostenibili e profondamente rispettose dell'ambiente naturale, anche se questo richiede scelte politiche difficili, impopolari e potenzialmente in contrasto con interessi economici consolidati. Solo attraverso un approccio integrato, coraggioso e lungimirante, che combini strategie di mitigazione come la "città spugna" con politiche di prevenzione basate sul contenimento del consumo di suolo e sulla rigenerazione urbana, potremo costruire le città del futuro che siano veramente vivibili, resilienti e in armonia con il pianeta che ci ospita.

Commenti

Post popolari in questo blog

DATA -CENTER : che cosa sta accadendo?

Tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026, nelle cronache dei principali quotidiani e riviste specializzate del mondo, è comparsa una nuova sequenza di titoli tanto allarmanti quanto, per molti lettori europei, inattesi. «Scoppia una battaglia per 15 miliardi di dollari in data center nella contea rurale del sud della California»; «Oltre 200 gruppi ambientalisti chiedono la sospensione dei nuovi data center statunitensi»; «Dal Messico all'Irlanda, la furia cresce su una frenesia globale dell'IA»; «7 aprile 2026 :i cittadini di Port Washington, Wisconsin, hanno approvato il primo referendum negli Stati Uniti volto a limitare la capacità dei leader cittadini di concedere agevolazioni fiscali per futuri mega-progetti, inclusi i data center, senza il consenso diretto degli elettori»; Non si tratta di singole notizie isolate, bensì di segnali convergenti di un fenomeno strutturale che l'opinione pubblica europea stenta ancora a riconoscere nella sua dimensione ...

Un nazi-tecnocrate come Peter Thiel e le sue "Città sull'acqua".

C’è un momento in cui l’esercizio accademico si rivela insufficiente, e bisogna chiamare le cose con i l loro nome.  L’idea di Peter Thiel di costruire città-stato galleggianti sull’acqua non è assimilabile a nessuna delle grandi tradizioni del pensiero urbanistico moderno: non dialoga con le Città Giardino di Ebenezer Howard, non ha nulla in comune con la Città Lineare di Arturo Soria y Mata, non condivide l’utopismo produttivo della Città Industriale di Tony Garnier, né la radicale ridistribuzione spaziale della Ville Radieuse di Le Corbusier, né tantomeno con il New Urbanism di Andrés Duany e Elizabeth Plater-Zyberk, con la Smart City o con la Città dei Quindici Minuti teorizzata da Carlos Moreno.  Per dirla senza eufemismi — e con una certa soddisfazione nel farlo — questa “idea oppiacea” è più propriamente, come direbbero gli anglosassoni, “That’s absolute rubbish” : un’autentica "stupidaggine". Da ricordare sempre, però, che l’urbanistica non è mai stata una disciplin...

L’anacronismo della zonizzazione

L’anacronismo della zonizzazione Nel 2026 abitiamo città attraversate da flussi digitali, crisi climatiche e mobilità complesse, ma continuiamo a pianificarle con una grammatica concepita quando il carbone muoveva le fabbriche e il cavallo il trasporto urbano. La modernità, a quanto pare, ha corso più veloce dei nostri strumenti. Così, mentre il mondo cambia scala, velocità e bisogni, la zonizzazione continua a dividere la città come se il problema principale fosse ancora quello di tenere lontane le ciminiere dai dormitori operai. Reinhard Baumeister (1833–1917) non è semplicemente una figura di riferimento nella storia dell'urbanistica: è il fondatore della disciplina come scienza tecnica e giuridica autonoma. Prima che Camillo Sitte teorizzasse l'estetica della forma urbana o che Joseph Stübben codificasse le regole del tracciato stradale, Baumeister aveva già compiuto il passo decisivo: sistematizzare le leggi della crescita urbana industriale in un corpus normativo tra...